Italia
hub energetico d'Europa
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, invasa dalla Russia nel febbraio 2022, la crisi energetica è diventata la sfida più urgente per l'Unione europea, che sta da allora lavorando a soluzioni condivise dagli Stati membri per l’approvvigionamento d’energia. L'Italia, dal canto suo, deve non soltanto rifornirsi ma anche ammodernare le proprie infrastrutture energetiche e, forse, ambire a diventare un Paese strategico nel complesso quadro politico economico odierno.
Il governo italiano presieduto da Giorgia Meloni punta a trasformare l’Italia in un hub energetico per l’Europa. La presidente di Fratelli d’Italia e leader dei conservatori europei ha chiarito le sue intenzioni fin dal suo insediamento.
«Con un po' di intelligenza e di risorse ben spese potremmo fare del Sud l'hub di approvvigionamento energetico dell'Europa», ha dichiarato Giorgia Meloni durante il suo discorso di insediamento alla Camera dei Deputati.
Tuttavia, il progetto dell'hub energetico è ambizioso quanto complesso. "È una visione, i risultati sono ancora lontani. Ci stiamo lavorando ma gli effetti li vedremo forse tra 10 anni. Ci vuole molta pazienza e concretezza", ha dichiarato Davide Tabarelli, presidente e fondatore dal 2006 di NE-Nomisma Energia, società di ricerca sull’energia e l’ambiente.
L’area dell’Italia che meglio si presta al progetto del governo italiano è il Sud. Non soltanto per la vicinanza geografica ai Paesi del nord Africa, da cui l’Italia importa e importerà sempre più energia, ma anche per le condizioni climatiche favorevoli che permettono di sfruttare al massimo le energie rinnovabili.
La penisola italiana si presta per natura ad essere una piattaforma nel mezzo del Mediterraneo per importare ed esportare energia in tutto il continente e non solo. In quest'ottica, sono diversi i progetti avviati e altrettante le difficoltà, prevalentemente strutturali, da affrontare per raggiungere gli ambiziosi obiettivi.
Ad esempio, sono stati firmati due memorandum di intesa tra Eni e l’azienda di Stato algerina Sonatrach, una delle principali aziende petrolifere al mondo e la più importante società per azioni africana. Le due aziende intendono incrementare il trasporto di energia verso l’Italia e realizzare un nuovo gasdotto che permetta il trasporto di idrogeno, la posa di un nuovo cavo elettrico sottomarino e l’aumento della capacità di produrre gas liquefatto.
L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha sottolineato che l’idea di trasformare l’Italia in un hub energetico del Mediterraneo è realistico ma ci sono dei limiti da superare.
«L’hub è fatto prima di tutto di gas da portare in Italia e in due o due anni e mezzo riusciremo ad avere quello necessario ai consumi, ma la sicurezza energetica è fatta anche di infrastrutture. Abbiamo pipeline e rigassificatori potenziali, ma che arriveranno», ha affermato Descalzi.
L’Ad di Eni ha sottolineato i limiti strutturali del meridione, dove esiste un “collo di bottiglia” tra Campania, Abruzzo e Molise che non permette il trasporto di più di 126 milioni di metri cubi di gas al giorno. «È un grande potenziale che non si esprime».
L’Italia ha diverse connessioni via pipe in Africa con Algeria, Libia, Egitto, Nigeria, Angola, Congo e Mozambico ma anche con il nord Europa e l’Azerbaigian, che al momento porta circa 8 miliardi di metri cubi tramite il Tap e in qualche anno pensa di poter ampliare la fornitura.
Photo by Philipp Katzenberger on Unsplash
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Energie rinnovabili
Le energie rinnovabili sono la prima scelta dei Paesi europei che guardano agli obiettivi del Green Deal europeo, che mirano ad avere un Europa a zero emissioni nette di CO2 entro il 2030. La ricerca per implementare l’uso di questo tipo di energia prosegue ma al momento rimangono limiti tecnologici relativi allo stoccaggio che rendono le rinnovabili una fonte interrompibile e non continuativa.
In questo quadro, tra i progetti in cantiere, la Commissione europea ha dato il via libera al progetto di costruzione di una nuova linea elettrica sottomarina che trasporterà energia pulita dalla Tunisia all'Italia. Si tratta di un passo «decisivo» che «rafforzerà la sicurezza energetica del continente», si legge in una nota del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica.
"Tunita", questo il nome del ponte energetico sottomarino lungo oltre 200 chilometri, garantirebbe all'Europa un flusso di energia pulita, principalmente solare, di 600 MW in corrente continua. L'elettrodotto sottomarino sarà realizzato da Terna Spa e STEG Tunisie e si snoderà dalla penisola di Capo Bon, in Tunisia, alla stazione elettrica di Partanna, in provincia di Trapani, in Sicilia.
Tunita è stato inserito nell'elenco dei Progetti di interesse comune (Pci) e avrà un valore di 850 milioni di euro, di cui 307 milioni di euro saranno cofinanziati dalla Commissione attraverso il 'Meccanismo per collegare l'Europa' (Cef), il fondo dell'Ue destinato allo sviluppo di progetti per il potenziamento delle infrastrutture energetiche dell'Unione.
È la prima volta che i fondi Cef vengono utilizzati per un'infrastruttura intercontinentale, che collega energeticamente un Paese dell'UE con uno extra-UE. Si tratta di «un'opportunità per l'Italia di diventare concretamente l'hub energetico del Mediterraneo», ha dichiarato Stefano Donnarumma, amministratore delegato di Terna.
Photo by Martin Adams on Unsplash
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Estrazione di gas
Per rispondere in tempi brevi alla crisi energetica, il governo ha deciso di aumentare l’attività di estrazione di gas naturale sul territorio italiano con l’obiettivo di «essere il più possibile indipendenti e autonomi in tema di approvvigionamento energetico».
In Italia sono presenti in totale 1.298 pozzi estrattivi ma solo 541 sono effettivamente eroganti. Le piattaforme marine sono 138 ma 94 di queste si trovano in aree protette oppure sono troppo vicine alla costa e, quindi, inutilizzabili.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha precisato che serve raddoppiare l’attuale volume delle estrazioni di gas in Italia sfruttando i pozzi già esistenti. In particolare, dal bacino del mare Adriatico sarebbe possibile ricavare «almeno altri 70 miliardi di metri cubi di gas».
Le associazioni ambientaliste che da sempre si battono contro le trivellazioni nei mari hanno durante criticato la posizione del governo. Secondo quest’ultime e il deputato di Europa Verde, Angelo Bonelli, le quantità di gas presente nei nostri mari sarebbe tanto limitata da non giustificare le estrazioni, che rischiano di danneggiare gli ecosistemi marini adiacenti agli stabilimenti.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha dichiarato che il governo autorizzerà l’estrazione di gas solo dai bacini con un capacità stimata superiore a 500 milioni di metri cubi per evitare il «proliferare eccessivo» di siti estrattivi poco produttivi. Insieme ad altre misure atte a preservare l’ambiente e il mercato, il ministro ha stimato che il rafforzamento delle attività estrattive potrebbe produrre 15 miliardi di metri cubi di gas sfruttabili nell’arco di dieci anni.
Nonostante questi sembrino grandi numeri, se paragonati al fabbisogno medio del Paese, che si aggira intorno ai 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno, si comprende come l’estrazione di gas in Italia è una risposta molto più che parziale alla crisi energetica.
Photo by Leslie Cross on Unsplash
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Gas naturale liquefatto (Gnl)
Bisogna puntare sui rigassificatori di gas naturale liquefatto (Gnl) per essere indipendenti dal punto di vista energetico il prima possibile, ha dichiarato Claudio Descalzi, amministratore delegato del colosso Eni (Ente Nazionale Idrocarburi).
Descalzi ha più volte sottolineato la necessità di investire in un maggior numero di rigassificatori per soddisfare il fabbisogno nazionale: "Se vogliamo avere sicurezza energetica e avere una sovrabbondanza di gas, dovremmo arrivare ad avere altri quattro rigassificatori».
La presidente del Consiglio Meloni ha rilanciato, a tal fine, il progetto di Sorgenia e Iren di un rigassificatore a Gioia Tauro (Calabria), «per il quale basta un atto di governo che lo dichiari opera strategica per farlo partire». L'impianto è già presente sul territorio e autorizzato da dieci anni.
Potenzialmente Gioia Tauro potrebbe trattare dai 12 ai 16 miliardi di metri cubi di Gnl all'anno e permetterebbe al governo Meloni di iniziare a fare del Sud Italia un hub energetico nazionale ed europeo. Il rigassificatore di Gioia Tauro potrebbe diventare un importante impianto per ricevere Gnl dai nuovi giacimenti nel Mediterraneo, ma anche dalla Nigeria e dagli impianti Eni in Mozambico e Congo. Attualmente l'Italia importa principalmente da Qatar, Algeria e Stati Uniti.
Alla luce della guerra in Ucraina, l'Italia potrebbe essere strategica per rifornire Austria e Ucraina, utilizzando i gasdotti esistenti che portavano il gas dalla Russia prima della guerra. Inoltre, potrebbe rifornire l'Europa centrale, sfruttando le strutture di ricezione del Gnl esistenti in Germania.
In Italia sono tre i rigassificatori al momento operativi. Uno di questi è a terra, a Panigaglia, mentre gli altri due sono galleggianti, a Livorno e Porto Viro. A questi dovrebbero aggiungersi tra pochi mesi quelli di Ravenna e Piombino.
