«Mi domando – disse – se le stelle sono illuminate perché un giorno ognuno possa trovare la sua»
Antoine de Saint-Exupéry
Un prima e un dopo. Da una quotidianità precaria a una quotidianità da ricostruire. Da una vita normale ad una che somiglia alla vita. Dallo scorrere del tempo a un arresto forzato che interrompe la quotidianità.
Tre storie, diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso dramma: la guerra.
Perché la guerra non si combatte solo sul campo. Si è parlato spesso della "guerra intelligente", quella che grazie all'intelligenza artificiale avrebbe limitato vittime civile e danni collaterali. Tuttavia, questo, ad oggi, ancora non è avvenuto. L'elemento della sottrazione è rimasto preponderante anche nei conflitti più recenti, più moderni. Una sottrazione silenziosa ma evidente. Tante esistenze rese precarie da privazioni che diventano ferite che si aprono ogni giorno.
Privazioni materiali: l'insufficienza di cibo e di medicine, carenza di acqua, mancanza di elettricità e riscaldamento. Immateriali: la libertà di spostarsi, di cantare, di studiare e così via.
Da tutto questo e da molte altre ingiustizie si manifestano le vite scomposte: persone costrette a prendere coscienza che per loro la normalità non è più prevista. In medicina, la frattura scomposta è quella più complessa da curare. La guarigione è molto più lunga e faticosa, essendo le ossa non più allineate tra di loro ma completamente staccate. Succede una cosa simile nelle tre vite scomposte che stiamo per raccontare. Tre storie dove, non è solo il corpo ad essere colpito ma tutto il sistema: l'educazione, l'assistenza, la protezione e la normalità. Spesso non è solo una ferita fisica ma è anche una ferita invisibile: paura, senso di colpa, tristezza, impotenza diventa parte del corpo scomposto, non si vede ma c'è.
ANASTACIIA, CRESCIUTA IN GUERRA
Quattro anni sono un tempo orrendamente lungo per una guerra. «Siamo cresciuti in fretta» racconta Anastasiia, nata e cresciuta a Kiev. Una città che adesso è diventata un simbolo di resistenza. Una città che ha costretto l'Europa a fare i conti con la guerra. Una città, capitale di un Paese, che sta pagando a caro prezzo l'atto di resistenza contro il suo aggressore, la Russia.
Anastaciia descrive un popolo che quotidianamente continua a vivere. La gente va a lavorare, treni e autobus continuano a fatica a collegare le varie zone del territorio, le persone vanno a fare la spesa ed escono per andare a cena fuori. Con l'unica differenza, sottolinea Anastaciia, che i programmi possono cambiare all'ultimo momento. L'elettricità può mancare per ore o perfino per giorni, può esserci la necessità di dover trovare un riparo da un attacco russo che può durare minuti o prolungarsi per più giorni consecutivi.
Gli ucraini pagano a caro prezzo la loro determinazione a non voler mollare. Si è entrati nel quinto anno di guerra. Sarebbe dovuta terminare dopo poco e invece si è trasformata nella guerra più lunga d'Europa.
E poi c'è il prezzo umano: le morti, le vite spezzate e la stanchezza sempre più evidente nei volti delle persone. Ci si stupisce della forza e determinazione degli ucraini. Quattro anni fa, quando la guerra era appena iniziata, sarebbe stato difficile immaginare che la resistenza ucraina sarebbe riuscita a tenere duro e trasformare l'aggressione russa in una guerra di logoramento che si combatte per la difesa di pochi metri di terra.
Lo stato di stupore diventa motivo di ammirazione, sentendo le parole di Anastaciia, una ragazza di 23 anni, che nonostante tutto ride tantissimo e non perché è inconsapevole del pericolo. Al contrario, ha uno sguardo lucidissimo sul presente, così tanto lucido che quelli che noi potremmo chiamare "sacrifici di tutti i giorni" diventano una prassi quotidiana da affrontare.
Alla fine del 2025, Anastaciia è tornata a Kiev dopo aver concluso un'esperienza di Erasmus di quattro mesi a Milano. Per un lasso di tempo molto breve ha provato cosa significa vivere in una città senza attacchi arei, senza la paura di doversi nascondere in fretta per ripararsi dai bombardamenti. Anastaciia descrive questa pausa come un'esperienza piacevole ma allo stesso tempo provava un sentimento misto tra il dovere e il volere tornare nel suo paese. Alla domanda: «Ti piacerebbe trasferirti in Europa in un futuro?» , con determinazione senza pensarci neanche un attimo risponde: «a medio termine no, devo contribuire alla resistenza del mio paese». In questo caso la libertà e la democrazia richiedono un coraggio senza precedenti.
Quando è iniziata la guerra aveva 19 anni e adesso sentendola parlare si comprende cosa intende con «siamo invecchiati in fretta» .
Un fratello che si è arruolato appena è scoppiata la guerra, il 24 febbraio del 2022, genitori e sorella dottori che curano le ferite dei soldati, funerali di amici della sua stessa età, Anastaciia la guerra la conosce da vicino.
Nonostante la sua età non sembra turbata e quando le chiedo come fa ad apparire tranquilla mi risponde: «Non so se posso dire che la guerra cambia i valori delle persone ma sicuramente cambia la prospettiva». Dalle parole di Anastaciia, dal suo pensiero lucido sul presente e dalla sua propositività alla vita avrebbe potuto dire che la guerra cambia i valori delle persone. In Anastaciia si legge un'elevazione morale dove la liberà delle persone non è qualcosa che può essere messo in vendita e anche se il costo per difenderla è sempre più alto, la libertà del popolo ucraino non è in vendita.
Che speranze può avere una ragazza di 23 anni che sta vivendo il suo quinto anno di guerra?
LA MADRE DEI GAZAWI
«Bum Bum Bum» sono queste le onomatopeiche che la nipote continua a ripetere ogni volta che la nonna nomina Gaza.
Rehab Ramadan Hussei Al-Dahdouh è arrivata in Italia a Novembre, insieme a una parte della sua famiglia. Ha lasciato tutto a Gaza, la sua casa, i suoi vestiti, i suoi ricordi e sua figlia. È partita insieme a suo marito e i suoi due figli e una nipote. La più piccola, Miral, ha poco più di un anno. La gioia di una famiglia a cui hanno tolto tutto.
Ma anche quando la vita sembra ridursi a una valigia e a una manciata di ricordi, resta qualcosa che nessuna guerra riesce a portare via: l’amore che tiene insieme una famiglia. Nei loro occhi convivono la nostalgia e la speranza, il dolore per ciò che è rimasto indietro e il coraggio di ricominciare.
Rehab parla di tutte le persone che sono rimaste a Gaza. Se parla della sua vita si riferisce alle persone che sono rimaste a soffrire in quella striscia di terra martoriata e completamente distrutta dalla guerra . Un senso di colpa le fa mancare l'aria. «Devo mentire e dico che nel riso che mangiamo ci sono solo le lenticchie» dice Rehab mentre prepara il Maqluba, il piatto tipico palestinese. E' quasi arrivato il tramonto, in una domenica di febbraio della prima settimana di Ramadam. Rehab non può dire ai parenti che sente da Gaza che prepara un piatto così pieno come il Maqluba. Dopo il 7 ottobre 2023 la loro vita si è frantumata in piccoli pezzetti, hanno perso la loro casa, nel quartiere Al-Zaytoune a Gaza City. Rehab sottolinea che quando ti distruggono la casa e ti costringono ad andare via dalla tua terra non perdi solo i tuoi vestiti e i tuoi oggetti ma perdi la tua identità. Tuttavia, Rehab e tutta la sua famiglia hanno deciso di lottare, una lotta alla sopravvivenza. Racconta che prima di arrivare in Italia per scappare dai bombardamenti sono andati in un campo profughi e vivevano nelle tende ma il vero problema era la mancanza di cibo. Si porta la mano vicino al cuore , fa un respiro, come se rivivesse quel momento e dice: «mandavo mio figlio Omar al centro di Netzarim e quando usciva sapevo che sarebbe potuto morire.» Morire di fame o morire ucciso da un proiettile israeliano erano queste le due alternative e nonostante tutto tutta la famiglia di Rehab ha deciso di lottare per la sopravvivenza. D'altronde, sarà una coincidenza, ma "rehab" in inglese significa riabilitazione.
Un fiume in piena, non di acqua ma di solo e indimenticabile dolore: per tutte le persone della sua vita che non ci sono più e lì che Rehab vuole riportare sempre il discorso. Inutili i tentativi di farle raccontare come sono arrivati in Italia o in quale campo profughi vivessero dopo che la loro casa è stata distrutta perché quello che per lei vale la pena di essere raccontato sono le vite che non ci sono più. Scandisce i loro nomi in modo chiaro, ripetendoli anche più di una volta. Forse ha capito che nella grande quantità di vite umane spezzate i nomi fanno la differenza. Da mero numero diventano persone con un'identità, con delle caratteristiche uniche: «lui era cordiale, lui era gentile, lui era timido». Non sono piccolezze, Rehab lo sa bene. Rehab sta restituendo quell'identità persa, quella dignità sottratta e lo sta facendo come un fiume in piena di nomi, non solo suoi familiari ma anche vicini di casa, conoscenti, amici di amici.
Sta preparando il Maqluba: ha tagliato le carote, le cipolle, il pomodoro, le melanzane e adesso sta cuocendo il pollo. Per un attimo ha uno sguardo sereno e dice «ho il sogno di aprire un ristorante ma mio marito non vuole dice che non ci sono i soldi ma sono sicura che agli italiani piacerebbe la mia cucina palestinese». Il pollo si è cotto, lo aggiunge nella stessa pentola delle verdure e lo condisce con le spezie: curcuma, paprika, pepe, garofano e zaatar.
È arrivata l'ora del tramonto, la famiglia si riunisce intorno al tavolo. Omar finisce di giocare alla playstation, Miral si siede vicino alla nonna e incomincia a magiare le patatine fritte, Farah smette di pregare, esce dalla sua stanza e si siede a capotavola, Rehab aggiunge le mandorle abbrustolite sul Maqluba e con un inaspettato sorriso ringrazia il suo Dio.
L'istantanea di un momento di normalità familiare. Non si direbbe a guardali che ognuno di loro ha vissuto e guardato l'inferno da vicino solo pochi mesi prima.
SANA, ALLA RICERCA DELLA LIBERTÀ
La vita di Sana sarebbe stata molto diversa se non ci fosse stato un Iran guidato dagli ayatollah. La vita del popolo iraniano sarebbe stata molto più bella se non ci fosse stato il regime brutale della Repubblica Islamica. Il mondo sarebbe un posto migliore con un Iran libero.
Sana lascia il suo paese per ricominciare una nuova vita in Italia. Rimanere in Iran per lei è troppo rischioso, è ribelle e non accetta di non avere la possibilità di respirare la libertà. Dopo la rivoluzione " Donna vita libertà" scoppiata, in seguito alla morte di Mahsa Amini avvenuta nel 2022, Sana non ha dubbi deve andar via.
Per un velo che secondo il regime non era indossato in modo corretto, Mahsa è stata picchiata alla testa così forte che è andata in coma ed è morta dopo tre giorni. Il regime non impone solo di indossare l'hijab alle donne iraniane ma vieta loro di bere vino, di ridere, di danzare, di cantare, di andare allo stadio o ai concerti. Queste sono solo alcune delle vergognose limitazioni che il regime impone alle donne.
Sana adora andare ai concerti, meglio ancora se sono rave. Le piace il vino rosso ma apprezza ancora di più un buon super alcolico. Studia design, è un'artista. Le piace la fotografia e per questo è anche curiosa e attenta ai dettagli. Le piace andare a ballare, organizzare feste e vivere la notte. Sana, e come lei tanti altri giovani, prima ha messo tutta la sua immaginazione lottando per un Iran libero ma a un certo punto non era più possibile e quando ha avuto la possibilità è fuggita. Quando uccidono una tua coetanea per un motivo così futile, cambi l'oggetto della tua immaginazione e quello di Sana è diventato banalmente la sua libertà. A natale è tornata a casa dalla sua famiglia. Il clima era teso anche prima della sua partenza. A causa della malagestione delle finanze dello Stato e della corruzione, il popolo iraniano, da più di quarant'anni, attraversa una forte crisi economica. Ma proprio nei giorni in cui Sana è tornata a salutare la sua famiglia scoppia una rivolta che prima parte dai commercianti ma poi raccoglie tutte le classi iraniane che si riuniscono per strada per gridare contro la tirannia del regime.
Il 9 gennaio, milioni di cittadini iraniani occupano le strade di 31 provincie del Paese per manifestare contro il regime e Sana si ritrova a immaginare di nuovo un Iran libero e scende per strada con la sua famiglia. Il giorno dopo inizia la brutale risposta del regime. Esecuzioni, blocco di internet, persecuzione, la violenta repressione del regime non conosce limiti.
Sana aspetta il momento di poter tornare in Italia e quando torna è traumatizzata ma questa volta sente che il mondo non può ignorare il suo popolo. Non è sola a Roma, insieme a lei ci sono tanti giovani iraniani che sono scappati dal regime e sono venuti in Italia a costruirsi una vita libera.
Dal suo ritorno in Italia, in Iran è cambiato tutto. La Grande Guida Suprema Ali Khamenei è morto e il suo paese subisce attacchi da parte degli Usa e di Israele. Anche la sua città, Rasht, è stata bombardata, perchè vicina a Bandar-e-Anzali. Il blocco di internet la preoccupa, non può ricevere notizie dalla sua famiglia. Nonostante tutto è speranzosa, è da quando è nata che aspetta il cambio di regime e se a portarlo è un "pazzo" come Trump non le importa. Adesso non sa più che pensare, l'attacco lampo degli Stati Uniti si sta rivelando fallimentare, al posto della Guida Suprema è subentrato il figlio, il conflitto si sta amplificando e mentre in Occidente si pensa alla conseguenze economiche Sana pensa: «Se Trump invadesse l'Iran via terra andrebbero i miei amici a combattere, obbligati dal regime ad entrare nell'esercito. Deve rimanere una guerra tra politici».
All'interno della famiglia di Sana ci sono diverse fazioni politiche, la sorella di tre anni più grande spera nel ritorno alla monarchia, come periodo di transizione, lo stesso la madre, mentre lei e il padre sperano in libere elezioni e che la Repubblica Islamica dell'Iran torni ad essere solo la Repubblica dell'Iran. La famiglia di Sana riflette la divisione politica degli iraniani. Una cosa è certa dice: «Per un Iran libero è necessario il cambio di regime, se questo non avvenisse è solo stata l'ennesima tragedia umana».
La confusione del conflitto in Medio Oriente si riflette nella testa di Sana. La speranza di quando è tornata è finita, la preoccupazione per il suo paese è aumentata e il suo unico desiderio in questo momento è poter scegliere di vivere insieme alla sua famiglia, nella sua terra, con i suoi amici e il suo cibo ma in libertà insieme a tutta la sua gente. «Quello che ho provato non si può dimenticare: la paura per gli amici in prigione, la violenza durante le manifestazioni, il controllo. Posso andare avanti ma tutto questo rimane con me. L'ho già visto con la generazione precedente alla mia, sono emigrati, hanno cambiato vita ma la paura delle esecuzioni del regime non te le scordi. »
La solitudine del diritto internazionale
DDopo Gaza e l’Ucraina, ora anche il conflitto in Iran. Le democrazie risultano indebolite: l’Unione europea non intende entrare in guerra, così come il Regno Unito e l’Alleanza Atlantica. In Europa si ribadisce, giustamente, che il modo più corretto, rapido ed efficace per porre fine a un conflitto è che chi lo ha iniziato, nel caso dell’Ucraina, la Russia, si ritiri; lo stesso principio vale oggi per Stati Uniti e Israele in Iran, come valeva per Gaza.
Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, in Europa è ormai chiaro che bisogna fare di più per la propria difesa e, senza dubbio, per sostenere l’Ucraina. Tuttavia, pur non essendo superpotenze, sappiamo da tempo che cooperazione, diplomazia attiva e rispetto del diritto internazionale possono rappresentare strumenti molto efficaci, talvolta persino più delle armi. Russia, Stati Uniti e Israele potrebbero aver compromesso la credibilità del diritto internazionale per gli anni a venire con azioni apertamente illegali. Allo stesso tempo, però, hanno dimostrato che, se i missili possono apparire decisivi nel breve periodo, strumenti geopolitici più vicini all’approccio europeo restano fondamentali nel lungo termine. Lo sottolinea anche Viktoriia Lapa, docente di diritto internazionale all’Università Bocconi.
La forza di seguire la propria stella
Forse è proprio questo il senso che attraversa queste storie: non la fine di qualcosa, ma la ricerca ostinata di una direzione, anche quando tutto intorno sembra perduto.
Anastasiia continua a vivere sotto un cielo che si accende non di stelle, ma di allarmi e bombardamenti, eppure non smette di guardare avanti, scegliendo ogni giorno di restare e di contribuire al futuro del suo Paese. Rehab, con le mani immerse nei gesti quotidiani della cucina e il cuore diviso tra ciò che ha perso e ciò che deve proteggere, tiene viva una memoria che è già resistenza e, insieme, un modo per restare umana. Sana, sospesa tra due mondi, continua a immaginare la libertà come qualcosa di possibile, nonostante tutto, nonostante il rumore della repressione e della guerra.
Sono vite spezzate, scomposte, ma non finite. Perché anche quando la normalità si frantuma, resta una forza silenziosa che spinge a rimettere insieme i pezzi, a ricostruire un senso. Seguire la propria stella, per loro, non significa inseguire un sogno lontano o ideale. Significa restare, partire, resistere, ricordare, scegliere. Significa continuare a vivere anche quando vivere è diventato difficile. Anche dopo la guerra, anche dentro la perdita, anche quando tutto sembra buio, è possibile inseguire le stelle portandosi dietro le cicatrici esteriori e interiori della guerra.
