Da un'altra sponda dello stesso mare

Il racconto della mobilitazione
per la causa palestinese
a Milano, dai giorni successivi
al 7 ottobre 2023
alla speranza di una fragile
tregua all'alba del 2025

«Abbiamo ancora voce.
Dobbiamo continuare a esserci.
Non più per i palestinesi in Italia,
come nei primi mesi.
Ma per loro:
per non far sentire solo il popolo di Gaza
che continua a resistere
all’occupazione e al genocidio.

Il fine ultimo dei cortei,
alla fine del 2024, è questo»

Sono le parole di Falastin Dawoud,
uno dei volti più riconoscibili
della comunità palestinese
di Milano e della mobilitazione,
promossa da realtà come
l’Associazione Palestinesi in Italia (API)
e Giovani Palestinesi d’Italia (GPI),
che a Milano prosegue da oltre 60 settimane,
senza conoscere soluzione di continuità.

A onor del vero, la comunità palestinese a Milano
è sempre stata piuttosto attiva,
organizzando soprattutto presidi in luoghi
simbolo della città già prima di una data - il 7 ottobre 2023 -
a volte ridotta (erroneamente) a una sorta di anno zero di tutto.
Il giorno coincide con l'inizio di una delle pagine più drammatiche
e dolorose della storia contemporanea,
ma si carica di una potenza simbolica quantomeno rara
anche a queste latitudini, perché segna l'inizio
di un movimento partecipato, collettivo nel senso
più puro del termine, ma anche trasversale e che,
probabilmente, ha pochissimi eguali per durata.

Dal centro ai margini

L’ora della mobilitazione scocca ufficialmente il 9 ottobre 2023,
con un sit-in all’ombra della Madonnina che raduna circa
un migliaio di persone: in piazza dei Mercanti non ci sono
solo le comunità palestinese e araba in senso lato,
ma anche tanti italiani, a comporre una platea
che appare eterogenea in termini di provenienza
geografica ed età.

Ci sono cori, tanti, ma soprattutto i discorsi:
l’esortazione è a saper contestualizzare gli eventi
di due giorni prima, a chiedere che siano collocati
in una storia di occupazione, che non siano ridotti
a mere e gratuite espressioni di violenza
terroristica o antisemita, come già si racconta,
a volte.

Diverse persone si alternano al microfono:
c'è Annalisa, un'insegnante italiana promotrice
di alcuni summer camp a Gaza e in Cisgiordania,
che si definisce testimone di una storia taciuta
e che chiede con forza di guardare indietro
per riuscire a maturare piena comprensione
del presente.

Si pone, quindi, anche l'accento sulla situazione di Gaza
e la condizione dei gazawi, confinati al di qua
di un muro voluto da Israele, costretti all'interno
di quella che non di rado è dipinta come una prigione.
In questo contesto, gli organizzatori
insistono in maniera particolare su un tema:
l’antisemitismo non c’entra. Siamo antisionisti.
Tra l’altro, anche noi siamo semiti.

Il contesto storico

Il contesto storico

Trascorso qualche giorno, in un mite sabato pomeriggio,
il primo vero appuntamento è nella piazza antistante
la stazione: le persone muovono
lentamente da un luogo simbolico, mentre viaggiatori
e passanti sono obbligati a inserirsi tra le maglie
di una folla colorata e chiassosa, i cui confini
frastagliati sono difficili da disegnare.

Alle spalle di un furgoncino, il corteo s'inerpica e si dipana
lungo i margini del centro cittadino, prima di risolversi
poco più a nord, alla soglia di un parco:
il fiume umano conta almeno 5mila persone,
un ordine di grandezza dal quale non si tornerà
mai più indietro.

«Cerchiamo di manifestare
sempre con le autorizzazioni.
Anche alle forze dell’ordine è ormai chiaro:
ci chiedono in anticipo in quale zona vorremmo
portare il corteo.
Il nostro obiettivo è raggiungere qualsiasi
luogo della città: dal centro ai margini,
la nostra voce deve arrivare ovunque»
mi spiega Falastin.

Le autorità concedono solo raramente le vie del centro -
mi confessa Falastin - ma Milano non arretra e,
in qualsiasi quartiere, continua a marciare accanto
alla comunità, idealmente accanto
al popolo palestinese, settimana dopo settimana.
Compaiono vessilli sui balconi, le persone apprendono
del corteoanche solamente sbirciando dalle finestre e scendono, spontaneamente, a ingrossare quel fiume umano.


Le prime luci di un'alba invernale come tante, poi,
svelano migliaia di scritte Gaza sui rettangoli bianchi dei cartelli
del senso vietato: la speranza degli attivisti della notte è quella di riuscire a richiamare, o anche tenere viva, l'attenzione su quanto sta accadendo, un esperimento il cui significato non è troppo dissimile
dalla virale immagine (firmata IA) con All eyes on Rafah
in caratteri cubitali sulle macerie.


Proprio Instagram assume un ruolo centrale per veicolare le informazioni in Occidente, anche perché, nel mentre, Israele limita
l’accesso ai giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza.
Alcune realtà come EyeOnPalestine,pagina fondata da reporter locali,
raccolgono testimonianze anche da parte della gente comune, che documenta l’orrore con gli smartphone, contribuendo a corroborare
un senso ibrido di dolore, rabbia, ingiustizia e impotenza.

Inevitabilmente, anche nelle piazze delle nostre città il tema diventa
piuttosto sensibile: sul banco degli imputati finisce una parte
consistente del mondo dell'informazione, l'accusa
è di parzialità e complicità.

«In Italia, tanti dicono
di voler essere neutri.
Sembra che abbiano
paura di dire la verità»

Il tema assume una rilevanza anche maggiore a febbraio, quando,
dal palco di Sanremo, la kermesse canora più importante d’Italia,
il cantautore Ghali scandisce la frase «stop al genocidio»
e la Rai sceglie di prenderne pubblicamente le distanze.
La risposta arriva, forte e quasi inevitabile, e assume la forma
di diversi presidi sotto le sedi della società del servizio pubblico.

Milano non fa eccezione: un migliaio di persone partecipano al sit-in
di corso Sempione, poi un corteo spontaneo percorre lentamente le vie del centro, prima di sfumare verso l'omonimo parco.

Il fiume bagna le università

Nei primi mesi di mobilitazione si assiste a una
crescita esponenziale di quel fiume umano.
Il serpentone del corteo, quasi come in un
vecchio videogioco, cresce e avvolge i palazzi di ogni
quartiere della città, si snoda lungo le strade
e si raggomitola nelle piazze.

Nelle settimane prima di Natale, anche nelle
giornate poco clementi a livello meteorologico, in
diversi casi si consuma la classica battaglia
dei numeri fra autorità e organizzatori:
le stime al ribasso si attestano intorno
alle 25mila presenze, ma alcune sono
di gran lunga maggiori e suggeriscono
numeri raddoppiati.

Indipendentemente dalla correttezza delle
approssimazioni e dai punti di vista, la certezza
è che le cifre rimangono impressionanti almeno
quanto lo è il colpo d’occhio dai viali rettilinei,
specialmente quelli più lunghi della città:
spesso, dalla testa diventa impossibile anche solamente provare
a immaginare dove sia la coda,
dove si esaurisca la manifestazione.

«Ai presidi, prima di ottobre 2023,
c’erano soprattutto adulti
e anziani. Ai cortei di oggi ci sono
tanti giovani, dagli adolescenti
ai trentenni. Alcune
organizzazioni della
società civile e centri sociali
politicamente attivi
aderiscono sempre.
Dal palco, urliamo
“Milano è palestinese”:
non perché vogliamo prenderci la città, ma per descrivere
il sostegno che riceviamo»
mi racconta Falastin.

Nel fiume umano, spesso, non mancano nemmeno
figure politiche come Stefano Apuzzo,
noto (anche) per aver affisso bandiere palestinesi
a Montecitorio e sulla facciata del Duomo.

E poi ci sono gli studenti,
in grande numero.

In primavera, sulla scia dell’occupazione
della Columbia University di New York,
deflagra ufficialmente l’Intifada studentesca italiana.

Intifada, dall’arabo "intervento", "sollevazione",
è un termine che circola a queste latitudini
dalla fine del secolo scorso, per descrivere
due diverse rivolte:
la prima, nel 1987, a causa dell’uccisione
di quattro persone da parte di un mezzo
militare israeliano nel campo profughi di Jabalya;
la seconda, nel 2000, per la visita nella Spianata
delle Moschee di Gerusalemme
di Ariel Sharon e una delegazione del Likud,
lo stesso partito di destra (sempre più estrema),
oggi guidato da Benjamin Netanyahu,
attualmente nella coalizione
di governo israeliana.

Nel chiostro dell’Università Statale compare
una grande bandiera palestinese, decine di tende
e gazebo campeggiano nel prato centrale:
l’Intifada diventa anche,
colloquialmente, acampada.

La sollevazione prosegue durante gli open day
per le future matricole, in cui restano i banchetti
per l'Intifada studentesca, poi si dilata per raggiungere
il Politecnico e l’Accademia di Brera,
dove vengono promossi progetti artistici
per sensibilizzare sulla questione palestinese
e su quanto sta avvenendo
su un'altra sponda del Mediterraneo,
il Mare nostrum.

Il primo successo arriva in aprile: dopo la raccolta
di oltre un migliaio di firme di studenti,
docenti e personale della Statale,
l’università annuncia la sospensione degli accordi
con l’Università di Ariel, città della Cisgiordania
in cui sorgono insediamenti israeliani illegali
ai sensi del diritto internazionale.
Sei mesi dopo, la nuova rettrice Marina Brambilla
congela gli accordi anche con l’Università Reichmann,
nota per il suo legame con le forze militari israeliane.

Quindici mesi dopo,
il fiume scorre ancora

Nonostante i piccoli grandi traguardi
dell’Intifada studentesca,
nei mesi successivi la mobilitazione prosegue,
coinvolgendo altri attori e altri ambienti,
e la città continua a ribadire la sua solidarietà
alla causa.

Al tramonto di luglio viene annunciata l'iniziativa
Nessun dorma - Un concerto per la Palestina,
un concerto-evento pensato per raccogliere fondi da
destinare ad alcune organizzazioni che,
seppur tra mille fatiche, operano a Gaza:
Medical Aid for Palestinians,
Mezzaluna rossa e Medici senza frontiere.
I biglietti per la serata del 9 settembre si esauriscono
in poche ore; in tanti non riescono a partecipare
all'evento, ma scelgono di donare spontaneamente
tramite GoFundMe e, degli oltre 75mila euro raccolti,
circa il 20% arriva dalle donazioni, mentre il resto
lo fanno i biglietti venduti e i ricavi degli stand
food & beverage. Il successo dell'iniziativa
convince pressoché immediatamente gli organizzatori
a proporre lo stesso tipo di iniziativa a Bologna,
una quarantina di giorni più tardi, prima
di un rinvio a causa del maltempo.

È il primo vero slancio anche mondo dell'arte
in quanto tale, che prende posizione come può.

Intervista a Nur Al-Habash, organizzatrice dell'evento Nessun Dorma - Un concerto per la Palestina


Nelle piazze, le istanze s’intrecciano profondamente
al drammatico incedere degli eventi: compaiono bandiere
libanesi, yemenite, siriane accanto a striscioni recanti
slogan come No al colonialismo.
Le voci dei cortei, invece, pongono l'accento su
due eventi di grande rilevanza: l’emissione, da parte
della Corte penale internazionale, di un mandato
d’arresto nei confronti di Netanyahu
e l’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant
per crimini di guerra e crimini contro l’umanità;
la pubblicazione di due rapporti distinti, in ordine
cronologico di una commissione speciale Onu
e Amnesty International, in cui Israele viene
formalmente accusata di aver compiuto azioni
di stampo genocidario nei confronti
della popolazione palestinese.

«Ci sono momenti in cui temiamo
di non avere le parole e di sentirci
inutili, anche perché non
abbiamo ancora visto tutto il
cambiamento che vogliamo.
Le persone, però, ci dicono
che siamo il volto e la voce
dei palestinesi. Ci chiedono
di continuare: tutto questo
ci rincuora»

Un nucleo di circa 2mila persone continua
a popolare i cortei anche al principio del 2025,
sfidando maltempo e temperature rigide,
ma anche e soprattutto un po' di comprensibile
e inevitabile stanchezza.

Oggi più che mai, però, la mobilitazione milanese
per la Palestina rappresenta una delle anime
più vivaci di un rinnovato attivismo che,
a un livello più ampio, intende richiamare
politica e informazione alle loro responsabilità,
oltre a impedire che l’attenzione su una
delle catastrofi umanitarie più tragiche
della storia recente possa evaporare.

Ma anche, e forse soprattutto, il segnale dell’urgenza
che l’Occidente possa concretamente conservare,
se non addirittura recuperare, fedeltà a quei princìpi
di cui tende a farsi portavoce - la pace
e il rispetto dei diritti umani -,
rigettando qualsiasi tipo di condizione
e compromesso in nome della difesa
di qualcosa di necessariamente più grande.


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