D R U G O Y - D I V E R S A
Il primo giorno di scuola, da Izhevsk ad Aversa
Etciù!
Il negozietto polacco che c'era in piazza un po' le ricordava casa, anche se non era proprio la stessa cosa.
La porta d'ingresso era pesante ma la voglia di entrare per comprare la merenda da mangiare durante l'ora di ricreazione era più forte, perché quei dolcetti al cioccolato, nella loro semplicità, avevano il sapore di un qualcosa di lontano, ma sempre vicino al cuore.
Si chiamano zefìr.
Ricordano un po' il nome di quel vento di ponente che soffia sempre a primavera e ci fa starnutire.
Lei però non starnutiva.
Entrava spostando la tendina fatta di tanti fili con perline e saltellava diretta nella corsia dei dolciumi. Qui, un qualunque bambino avrebbe cercato qualche merendina Kinder o Mulino Bianco, lei si fiondava su tutt'altro, ma con la stessa voracità.
Li agguantava dallo scaffale e correva in cassa, pagava rapidamente e si dileguava. Non era sicura se quella fretta fosse data dal fatto che aveva una leccornia tutta da gustare tra le mani o dall'ansia del primo giorno di scuola.
Una prelibatezza da mangiare con gli occhi lucidi di chi ritrovava un sapore che distava tra i 4.500 km e i 5.000 km da scuola.
La passeggiata dall'alimentari all'aula di scuola elementare non era lunga, ma lo zaino pesava nonostante lei fosse più grande degli altri, perché passo dopo passo riassumeva il viaggio che da Izhevsk l'ha portata ad Aversa: dal cuore della Russia, dove sei praticamente più vicino al confine col Kazakistan che a Mosca, ad Aversa, una città come tante ce ne sono in Campania. Caotica.
Le differenze erano e sono evidenti, ma di necessità di si fa virtù: cartella, grembiulino e si proseguiva a testa alta. Il cielo non era un granché, come se non bastasse l'umore grigio; l'aria odorava di pioggia, ma non come accadeva in Russia, che sapeva sempre un po' d'erba.
Il suo viaggio
La storia di Diana rappresenta un po' la nostra comune odissea.
La sua vita, tranquilla e serena, figlioletta preferita di mamochka e papochka, con due fratelli più grandi, prende una piega inaspettata quando la madre decide di trasferirsi in Italia.
Così, insieme alla zia inizierà il suo viaggio, da Izhevsk, in bus, com'era solito spostarsi nei primi 2000 da lì, col tentativo di portare con se quanta più casa possibile.
L'obiettivo di mamochka era quello di provare a costruire una speranza, legando con più nodi la famiglia anche a distanza, cercando di garantire un futuro alla piccola zaichik di famiglia.
I figli maschi erano già grandi, avevano avuto già modo di costruire un presente e dei rapporti solidi, come poteva sradicarli da lì? Impossibile.
Izhevsk (Iževsk) è la capitale della Repubblica dell'Udmurtia. Sorge sul fiume Iž, non molto lontano dai monti Urali.
Volendo dare ulteriore contesto, dal 1985 al 1987 la città si chiamò Ustinov in onore del maresciallo dell'Unione Sovietica, Dmitrij Fëdorovič Ustinov.
Dista circa 850 km di strade percorribili dal confine col Kazakistan e più di 1.200km da Mosca, quasi 2.000km da San Pietroburgo e oltre i 4.300km da Roma, ma il vero motivo per cui è una città nota in Occidente non è tanto il fatto che sia effettivamente posta nel cuore profondo della Russia, quanto la presenza della fabbrica Kalashnikov.
Sì, proprio il kalashnikov. E ci fanno anche i tour guidati!
L'arma più famosa e usata al mondo nasce proprio qui, nella città delle Buranovskiye babushki, dei cittadini onorari come Steve Jobs, John Lennon e Albert Einstein, della popolazione udmurta, che è un po' russa ma un po' anche qualcos'altro, che è un po' gente di città ma anche di campagna e di montagna. Non a caso alcuni parlano degli udmurti come gli "indios di Russia" e un dettaglio interessante di Izhevsk, che un po' si accolla questo luogo comune, è il murales presente su una delle facciate della pinacoteca municipale, che rappresenta il volto di una donna udmurta con il tipico scialle sul capo.
Murales realizzato dall'artista americana Nanibah Chacon, del New Mexico.
Durante la sua permanenza di due settimane a Izhevsk, la pittrice è rimasta colpita da quanto la cultura udmurta
sia simile a quella della tribù Navajo, in particolare questi scialli risultano del tutto identici
a quelli utilizzati dalle anziane della tribù nativa americana.
Fonte: ru.usembassy.gov
Gli annegati
Il viaggio non fu semplice, anche se le sembrava quasi di essere in un bus fatto di ovatta e gommapiuma. Nessuno voleva ferire una bambina, tutti avevano gli occhi dolci per lei. Il percorso che di lì a breve avrebbe dovuto affrontare era durissimo per un adulto, che lasciava dietro di se famiglia e affetti, figurarsi per una piccolina, che doveva trovare modo e tempo per ricostruire quei pochi rapporti trovati con fatica tra giochi, scuola e dispetti.
Le tappe raggiunte durante il percorso sono state molte meno di quelle che ci si potrebbe aspettare da un tragitto così lungo: si cercava di tirare dritto il più possibile e ci si intratteneva dormendo, mangiucchiando, chiacchierando del più e del meno. Si piangeva, tanto, ma tra una lacrima e l'altra talvolta si cantavano canzoni, sia per i bambini, sia per i grandi che dovevano sembrare forti.
Russia, Bielorussia, Polonia, Germania, Austria, Italia. Tappe diverse, ma precise, di una strada che a volte prendeva vita propria e sembrava quasi volersi allungare o cambiare direzione, magari per avere più tempo per pensare a cosa ci si stava lasciando alle spalle, ma anche di sperare in ciò che si stava cercando di raggiungere.
Ad oggi le mappe segnano un percorso di 5.115 km, passando indicativamente per le capitali di ciascun Paese e utilizzando regolarmente le strade aggiornate al 2023. Ma non era il 2023 e non era un'auto moderna.
Era il mese di settembre del 2005.
Era un bus pieno, affaticato dai chilometri e dal peso dei cuori dei passeggeri.
Era una bambina di 11 anni, compiuti da un paio di mesi.
Si piangeva, ancora. E quando raramente si scendeva dal bus, per sgranchirsi le gambe, fare rifornimento di sospiri o andare al bagno, alcuni si precipitavano ad aprire con voracità gli sportelli, agognando l'arrivo, non tanto alla destinazione, quanto a una soluzione diversa che non implicasse la loro partenza.
«Yesli my ostanovimsya, lyudi peredumayut i zakhotyat vernut'sya»
«Se ci fermiamo, le persone cambieranno idea e vorranno tornare»
Questa era la verità che tutti i passeggeri portavano nel cuore nonché il motivo per cui di soste non se ne facevano poi tante. Solo il conducente aveva il coraggio di dirlo a chi chiedeva di fermarsi per pause non necessarie. Su quel traghetto dantesco, il Caronte di turno era l'unico emotivamente lucido, tanto da arrogarsi il fardello di riportare tutte le anime sulla retta via. Non era una vacanza o un pellegrinaggio, lì ci si giocava il proprio futuro e quello della famiglia di ciascuno, bisognava avere lo spirito temprato da una decisione matura per poterlo affrontare e il cuore già frastagliato dal dolore così da attutirne meglio dell'altro. Agli addii e agli arrivederci prima o poi ci si abitua.
Diana si sentiva un po' come quando vai molto in profondità sott'acqua, quando la pressione ti infastidisce un po' le orecchie e i suoni pian piano si fanno fievoli, fino a sparire. Il senso di essere quasi liquidi non era un sentimento casuale in quella situazione, perché nella cultura degli udmurti una persona che annega non è realmente morta, si è solo spostata a vivere in una realtà altra, dove non c'è bisogno di interagire con le beghe del mondo in superficie. Non a caso uno storico gruppo di musica elettronica locale, molto famoso in quegli anni, si chiamava proprio Utoplenniki, che vuol dire sommersi o annegati.
I viaggiatori e gli "annegati" sono spesso donne.
Come riportano i dati aggiornati a inizio 2022, la percentuale di uomini migranti è nettamente inferiore a quella delle donne e le regioni con il maggior numero di russi sono quelle del centro-nord.
La Campania rappresenta il primo baluardo del sud, al quinto posto tra le regioni italiane più popolose di cittadini russi: su un totale di 2906 individui, 370 sono maschi e 2536 sono femmine, rappresentando l'1,21% di tutta la popolazione straniera della regione.
Popolazione residente in Italia proveniente
dalla Federazione Russa al 1° gennaio 2022.
I dati tengono conto dei risultati del Censimento permanente della popolazione. Elaborazione su dati Istat.
La Campania rappresenta il primo baluardo del sud, al quinto posto tra le regioni più popolose di cittadini russi: su un totale di 2906 individui, 370 sono maschi e 2536 sono femmine, rappresentando l'1,21% di tutta la popolazione straniera della regione.
La cittadinanza russa si è integrata, nonostante numeri sicuramente inferiori rispetto ad altre comunità, in maniera pregnante sul territorio campano, complice anche la specifica cultura che da sempre collega l'Italia a Mosca: dalla letteratura alla scienza, dagli affari alla movida.
Non è un caso se è stata proprio la città di Napoli ad ospitare il primo Festival della cultura russa denominato "Russia, Napoli - Vulcano d'Arte".
Popolazione residente in Campania proveniente
dalla Federazione Russa al 1° gennaio 2022.
Elaborazione su dati Istat.
Arcade
Arrivare a scuola non era poi così difficile, bisognava prestare magari solo di un po' d'attenzione perché quando si conosce la strada e la lingua è facile, ma non avere questi requisiti rende il percorso un videogioco arcade con più di una trappola nascosta.
Usi, costumi, odori: tutte nuove esperienze che con difficoltà possono essere comprese, soprattutto per chi si vede trapiantato a forza in una realtà non sua e probabilmente non ricercata.
A scuola qui si va col grembiulino blu, anche se in qualche istituto può capitare di un colore diverso oppure distinto in azzurro e rosa a seconda del sesso. Le chiamano "elementari". Poi ci sono le medie e le superiori e per fortuna il grembiule non si usa più.
Alla fine il timore di Diana era inconsciamente anche quello della mamma: essere un po' più grande dei suoi compagni di classe, più alta e biondissima. E poi quel cognome veramente strano da pronunciare.
La quantità di ore di lezione non era così diversa, ma si stava poco all'aperto, quasi niente in verità e soprattutto si correva poco in giro. Le maestre e i maestri sembravano terrorizzati dal fatto che ci si potesse far male giocando a palla nel cortile o facendo merenda sotto gli alberi, quindi si preferiva restare in classe, alzandosi a stento per temperare un pastello o gettare un fazzoletto.
Anche lo spacco per la ricreazione ricreava ben poco, perché effettivamente si rimaneva comunque rinchiusi dietro il banco se già stavi stretta su quella sediolina di legno era veramente dura resistere per tutte quelle ore.
L'esperienza formativa pedagogica offerta in Italia era abbastanza diversa rispetto a quella russa.
Non necessariamente migliore, ma comunque con evidenti differenze che potevano rendere l'abituarsi a un metodo nuovo sicuramente più difficoltoso, ma lei non perdeva occasione per provarci, per tentare di diventare parte di quel mondo, con tutti i dolori del caso, spesso raccontati su pagine di diario o su letterine, indirizzate in Russia ai fratelli o al papà.
«C'ho un peso sopra il petto»
«Su "Italia Uno" c'è "Pirati dei Caraibi 3", un tempo io lo adoravo ora, invece, non ho voglia di guardarlo»
«Oggi a scuola abbiamo fatto il latino, per fortuna non m'hanno interrogata»
Il sistema scolastico russo, rispetto a quello italiano, presenta, quindi, differenze sostanziali, tanto dal punto di vista organizzativo, quanto da quello curriculare.
La durata del ciclo scolastico, ad esempio, delle scuole elementari italiane è di cinque anni, mentre in Russia dura di norma quattro anni. Sul piano invece delle discipline da studiare ci sono somiglianze importanti: lo studio della lingua, dell'antologia e della grammatica, ma anche della matematica e delle scienze, sono tutti punti di congiunzione tra i due sistemi educativi; la differenza sta sul piano laboratoriale, le attività pragmatiche nella scuola russa sono decisamente pregnanti rispetto a quanto avveniva (e spesso avviene) nelle scuole italiane, che restano per antonomasia teoriche.
Approfondimento sulla scuola in Russia:
Informazioni sul percorso tradizionale che si affronta nel campo scolastico in Russia. Lo storytelling in questione è stato utilizzato dal sottoscritto per la produzione del project work conclusivo del Master in Giornalismo Multimediale Politico - Economico della 24ORE Business School. Il testo raccoglie informazioni estrapolate da personali esperienze con la comunità russa italiana e dal sito web scuola.net. La canzone in sottofondo è di Oleg Mityaev, si intitola "Kak zdorovo".
Drin!!!
Il primo giorno inizia quando Diana arrivava al cancello della scuola. Era davvero grande.
Aversa era ed è una città con tantissimi abitanti, soprattutto visto il numero di auto spropositato,
chi l'avrebbe immaginato ci sarebbero stati anche così tanti bambini.
Suonava la campanella in maniera davvero assordante per le sue orecchie: non era tanto il rumore in se a darle fastidio ai timpani quanto il fatto che da ora, da quel momento in poi, da quel "drin!!!", tutto sarebbe cambiato e forse il peso della diversità sarebbe divenuto una nemesi quotidiana con la quale combattere.
L'entusiasmo tuttavia non le mancava, anzi.
Il fatto di essere letteralmente una guerriera del nord, un po' slava, un po' udmurta, le dava quella forza sanguigna d'esser curiosa, di desiderare la scoperta, un po' come faceva Lara Croft nei videogiochi che tanto amava e ama ancora.
Il cuore batteva al ritmo dei passi che ci volevano per arrivare dall'ingresso all'aula.
Nonostante l'età, aveva bisogno di iniziare dalla prima elementare, un po' per volere della mamma, un po' per coerenza, perché l'Italia era la sua nuova casa e bisognava imparare a capirla per bene, senza tralasciare alcun dettaglio ed era il caso anche di iniziare a trovare delle risposte alle domande che le frullavano per la testa.
Il problema era tradurle, ma con un po' di impegno si risolveva.
Si apriva la porta, entrava una signora che di lì a breve sarebbe diventata "la maestra",
una presenza costante da quel settembre fino a giugno.
L'esperienza raccontata in questo breve intervento di Diana riassume in pochi minuti i punti fondamentali del percorso d'integrazione che ha vissuto: scarsa partecipazione delle istituzioni, realtà scolastica ben poco propositiva nel discorso inclusività e strascichi di enorme superficialità legislativa nelle materie cardine di cittadinanza, lavoro e studio.
L'appello, accorato, non va e non è rivolto ai soli italiani per avere conoscenza delle plurime realtà di vita degli stranieri (siano essi di prima o seconda generazione), ma all'interlocutore comune che non reputa all'altezza del mondo i giovani, a prescindere dalla loro provenienza.
Il racconto di una bambina russa e dei suoi primi passi in Italia sono solo uno dei possibili scenari che chiunque può imparare a scoprire, senza il peso del pregiudizio e della discriminazione.
Spasibo vam vsem

