In una bolla chiamata Libano

Viaggio dentro un Paese pieno di contraddizioni, di cui Beirut è la rappresentazione

di Daian Halaoui - 24Ore Business School

Zaytouna Bay, Beirut, Libano

Zaytouna Bay, Beirut, Libano

É il 2015 quando Daria, cittadina italiana e motion graphic design supervisor, si trasferisce per la prima volta in Libano per lavoro. Pensando di restarci solo sei mesi. Poi si innamora del Paese e decide di stabilirsi, come fece il padre negli anni ’80 durante la guerra. Questo è il suo racconto

«La mia vita in Libano è stata per anni felicissima, tutto era una novità per me, il modo di vivere, il cibo, le bellezze da scoprire in giro per il paese, la cultura, le tradizioni e le religioni diverse. Il primo anno soprattutto è stato molto divertente, ogni domenica quando non lavoravamo io e miei colleghi italiani prendevamo la macchina alla scoperta di posti nuovi, successivamente ho legato anche con i colleghi libanesi che mi hanno fatto scoprire ancora più luoghi da vedere, ristoranti tipici dove mangiare, andavamo in giro la notte per locali ed era sempre un grande divertimento.»

«Sono stati anni incredibili, ho portato in giro chiunque mi sia venuto a trovare dall'Italia. Incoraggiavo sempre i miei amici a venire e tutti rimanevano innamorati e sorpresi del Libano, come era stato per me. Le impressioni erano totalmente diverse da quelle che si avevano in Italia, dove c'era una percezione totalmente distorta a causa dei media. Si pensava fosse un paese in guerra, che fosse un paese pericoloso. Io dissuadevo tutti i miei amici, gli dicevo che mi sentivo più sicura in Libano che in Italia, che si viveva tutti insieme senza problemi, che era pieno di bellezze naturali e di paesini fantastici da visitare. Riempivo i social di foto e tutti rimanevano colpiti da quello che vedevano.»

Downtown, Beirut, Libano

Downtown, Beirut, Libano

 

Nell’ottobre 2019 scoppiò però una rivoluzione che coinvolse tutto il Paese. Il popolo libanese era stanco di vivere sotto un governo che considerano tuttora corrotto. La classe politica libanese ha infatti dimostrato più volte di agire sempre come pedine della politica regionale e internazionale, relegando sempre in secondo piano gli interessi del Paese.

«Ho vissuto molto male i mesi della rivoluzione. Improvvisamente tutto diventò complicato: rientrare a casa per via delle strade bloccate, fare la spesa, andare in banca, vivere la mia quotidianità; ma nonostante questo supportavo ciò per cui lottavano i libanesi.»

 

Dopo il caos della rivoluzione, arrivò il Covid-19 e insieme a questa pandemia seguì un lungo silenzio per le strade di Beirut. Silenzio che però venne interrotto il 4 agosto 2020 a causa di una delle più forti esplosioni al mondo avvenuta nel porto principale della capitale.

Tonnellate di nitrato di ammonio danneggiarono oltre metà della città causando la morte di più di 178 persone, 6.500 feriti e 300.000 persone senza abitazione. Le prove dimostrarono in modo schiacciante che l'esplosione venne causata dalle azioni e dalle omissioni di alti funzionari libanesi che non comunicarono accuratamente i pericoli posti dal nitrato di ammonio, immagazzinandolo consapevolmente in condizioni non sicure. A distanza di anni, le cicatrici di quel giorno devastante rimangono impresse nella città, mentre i sopravvissuti e le famiglie delle vittime attendono giustizia.

A show poster for Thurston the Great Magician, image

«Tornai in Italia a causa della pandemia. Seguii l’esplosione dai social network, fu un totale shock. Ho aperto Facebook come si fa nei momenti di noia, seguivo un giornalista italiano che viveva in Libano come me, ho aperto le sue storie e ho iniziato a guardare Beirut ricoperta di fumo, detriti e vetri rotti. Mi sono iniziati ad arrivare  dai miei colleghi i primi video dell'esplosione e poi sempre di più. Ricordo che ho passato l'intero pomeriggio al telefono a scrivere a chiunque conoscessi per sapere se stavano bene, se erano vivi. Ho visto dalle immagini televisive Beirut scomparire, le strade che avevo fatto mille volte a piedi, i locali dove andavo a divertirmi, i palazzi storici che spesso avevo fotografato, tutto era in macerie.»

Daria tornò in Libano solo il 3 Ottobre, tre mesi dopo l’esplosione quando la crisi e il Covid si erano ormai portati via già gran parte di tutto quello che conosceva.

Le settimane dopo l’esplosione furono caotiche. Migliaia di aiuti arrivarono da diversi paesi, compresa l’Italia. Il presidente Emmanuel Macron venne in Libano ad incontrare un popolo che anche in un momento così fragile e disperato non riceveva parole di conforto dai propri politici. Guardando i frammenti di quei giorni si poteva osservare la disperazione  e il senso di abbandono sui loro volti.

Nonostante ciò il Libano è un Paese che non si stanca mai e che dimostra sempre la speranza di rinascere. Un sentimento dimostrato particolarmente dai più giovani, che volontari, si riunirono per riordinare i quartieri più danneggiati della città e aiutare le persone in difficoltà sperando di assistere ad una rinascita veloce.



Zona vicina al porto di Beirut, Libano

Zona vicina al porto di Beirut, Libano

La situazione però andò a peggiorare, mentre i palazzi e le case di Beirut ritornavano come nuovi, cresceva una crisi pronta a colpire di nuovo il Paese.

La profonda crisi finanziaria presente tuttora si ripercuote su ogni aspetto della vita. Non c'è elettricità costante, la maggior parte dei poveri soffre la fame e la disoccupazione è a livelli record. Con una moneta quasi priva di valore, la maggior parte dei risparmi è in dollari americani, banconote difficili da recuperare se non da chi proviene dall’estero. Il valore del dollaro è ormai il primo pensiero che un libanese affronta la mattina. E’ una crisi che arriva a spingere a rapinare le banche per accedere al proprio denaro a causa del mancato controllo che un cittadino ha verso i propri conti bancari e la difficoltà di poter prelevare dai bancomat.

«Per me non era molto un problema la questione del denaro, percepivo il mio stipendio in dollari ed era conveniente perché una volta trasformati in lire libanesi si viveva senza problemi. Emotivamente però mi ha devastato vedere crollare il paese che ho tanto amato e che mi ha regalato esperienze indimenticabili. Non sopportavo di vedere tutti quei problemi, andavo al supermercato a fare la spesa e pagavo cifre che la maggior parte delle persone non poteva improvvisamente più permettersi. » Racconta Daria.

Gemmayze, Beirut, Libano

Gemmayze, Beirut, Libano

Il popolo libanese è soffocato dal forte squilibrio tra la contrazione dei redditi - gli stipendi sono ancora pagati al tasso ufficiale del dollaro di 1.500 LBP, mentre la valuta locale sul mercato nero tocca i 30.000 LBP per dollaro e l'inflazione ha superato il 1.000%.

 Milioni di persone in Libano sono state spinte alla povertà e hanno ridotto il cibo, mentre una percentuale del paese riempie i ristoranti più sfarzosi.

I programmi di assistenza sociale esistenti e finanziati in parte dalla Banca Mondiale, possiedono una copertura minima e si rivolgono in modo molto limitato alle famiglie in condizioni di estrema povertà, lasciando ampie fasce di popolazione senza i requisiti necessari vulnerabili alla fame, all'impossibilità di ottenere medicinali e a subire altre privazioni che minano i loro diritti, come il diritto all'alimentazione e alla salute. Tuttora il governo non ha adottato una strategia nazionale di protezione sociale che garantisca a tutti il diritto alla sicurezza sociale.

I leader politici libanesi come Michel Aoun, Saad Hariri e Nabih Berri hanno ammesso che la crisi è il risultato di molti anni di sprechi e corruzione. La Banca Mondiale ha definito la crisi una "depressione deliberata" creata da chi detiene il potere politico e finanziario.

 

 

 

 

L'economia è diventata un sistema a due livelli. Chi possiede denaro è riconosciuto come la "classe del dollaro fresco".  Frequentano i ristoranti più cari o mandano i loro figli nelle migliori scuole. Coloro che guadagnano in sterline libanesi hanno solo il necessario per le minime necessità.

Perché questa è la realtà che rappresenta il Paese dei cedri ormai da anni, lusso ostentato da automobili, ristoranti e locali sfarzosi. I ricchi del Paese vivono in quartieri luminosi mentre a pochi chilometri c'è chi cena a lume di candela o che si guarda allo specchio con il flash del telefonino a causa della mancanza di elettricità.

La situazione attuale spinge circa il 63% dei libanesi a voler lasciare il Paese se potesse. Questo perché consapevoli di non assistere ad una crescita economica finché non verranno affrontate le radici del problema, tra cui l'insolvenza della banca centrale e delle banche commerciali. Altrimenti, continueremo ad assistere a una forte domanda di dollari e a un'ulteriore svalutazione della lira.

«Nel 2021 a causa di tutte le difficoltà che il paese affrontava ho deciso di tornare in Italia, al momento non riesco davvero a capire come il Libano possa riuscire a riprendersi, ci vorranno decenni probabilmente, ma non ne sono nemmeno sicura. Il modo di essere dei libanesi, questa resilienza che ho sempre tanto ammirato, forse in questo caso non gioverà in loro favore, non porterà a nessun cambiamento.» Ci racconta Daria

Ouzai, periferia di Beirut, Libano

Ouzai, periferia di Beirut, Libano

Spesso Beirut viene ritratta in due modi: l'ex "Svizzera del Medio Oriente" che porta le sue cicatrici nei suoi edifici crivellati di proiettili e come la capitale così innamorata degli ideali "occidentali" da sembrare troppo europea per far parte del mondo arabo.

L'economia libanese ad oggi va avanti grazie ai turisti e al ritorno in patria dei libanesi che si sono costruiti un futuro altrove.

Seppur il Paese ora sia carico di aspetti negativi, il ritorno dei concittadini in patria per le vacanze porta con sé un'atmosfera di spensieratezza. Queste contraddizioni che rispecchiano il famoso Paese dei cedri non cesseranno mai di esistere perché fanno ormai parte della sua essenza.

Lo si può comprendere con una frase tratta dalla serie Tv Netflix, uscita il mese scorso e intitolata "The Recruit":

Che idea ti sei fatto di Beirut?

Amo Beirut. Scii dopo colazione, nuotate nel Mediterraneo a pranzo, e non saltate il pranzo. Quattro portate a pasto con una storia millenaria e accompagnate con il distillato di montagna. E la Siesta all'ombra delle viti? E poi la vita notturna. C'è un motivo se tutti i ragazzi benestanti, da Londra a Dubai, vengono a fare festa a Beirut, anche quando la situazione è critica. Nessuno vive e lascia vivere come i libanesi. Sono i maestri dell'arrangiarsi, non può essere altrimenti visti i disservizi e la corruzione rampante. Il libanese medio si toglie il pane di bocca per te, mentre i suoi leader rubano il pane. Il Libano è una meravigliosa ed esasperante contraddizione.

Clicca play per ascoltare il podcast

Clicca play per ascoltare il podcast

This is a Shorthand story for reviewPublished stories don't show this section.

GIVE FEEDBACK TO THE STORY OWNER

This feature is not available in landscape. Please rotate your device.

GIVE FEEDBACK TO THE STORY OWNER

More than 4 characters is required
Name must contain only letters, hyphens, apostrophes, full-stops and spaces
Wait, that does not look like a valid email address!
Your feedback was sent to the story owner.
There is been an issue with submitting your feedback.

TEST ON ANOTHER DEVICE

This feature is not available in landscape. Please rotate your device.

TEST ON ANOTHER DEVICE