L'ATTRIBUZIONE DEL DOPPIO COGNOME IN ITALIA, QUASI UN FLOP

L'APPLICAZIONE DELLA SENTENZA 131 DEL 2022 TRA BUROCRAZIA E TRADIZIONE

Tra il 27 aprile del 2022 e il 31 maggio dello stesso anno, la Corte costituzionale ha diramato due comunicati stampa che sanciscono una storica sentenza, la numero 131: l’illegittimità dell’automatismo del cognome paterno al momento della nascita. Una decisione che, a livello teorico, rappresenta un’importante rivoluzione culturale sul territorio italiano, nell’ottica di un Paese oggi sempre meno vincolato ai sistemi patriarcali della tradizione romana e cattolica e alla ricerca dell’effettiva parità di genere.

Eppure, esaminando alcuni dei dati forniti dalle anagrafi comunali di una regione campione, in questo caso l’Emilia-Romagna, a oltre sei mesi di distanza dall’entrata in vigore delle sentenza - riconducibile alla data del 1° giugno 2022 – appare chiaro come l’adozione del doppio cognome non abbia avuto, in realtà, un rilevante riscontro, nonostante le nuove disposizioni in materia. Perché? È questa la domanda che viene spontaneo porsi.

Già a ottobre del 2022 il quotidiano La Stampa aveva avviato una ricerca per delineare un quadro su quante persone avevano deciso di adottare, negli ultimi mesi, il doppio cognome per i nuovi nati, definendo poi i risultati “un flop”.  A Milano tra il primo giugno e il 4 ottobre erano nati 3.900 bambini: circa 700 tra questi avevano poi ricevuto il doppio cognome, ovvero quasi il 19 per cento. Nella città di Bologna il numero scendeva al 12%, arrivando poi tra l’8,5 e il 6,7 circa in città come Modena, Genova e Pavia.

Secondo l’indagine condotta da La Stampa diverse coppie, tra quelle intervistate, avrebbero citato come motivazione della resistenza alla scelta del doppio cognome le preoccupazioni e le possibili complicazioni burocratiche che ne deriverebbero. D’altronde, già dopo la pubblicazione della stessa sentenza 131, la Corte costituzionale aveva sottolineato al Parlamento la necessità di intervenire con apposite leggi su alcuni degli aspetti più specifici della disposizione, affinché eventuali incongruenze o complicanze venissero risolte. Ad esempio, il problema della differenza di cognome tra fratelli o sorelle nati prima e dopo il nuovo provvedimento, oppure il possibile moltiplicarsi dei cognomi nelle generazioni a venire. Nessuna delle presenti questioni, per il momento, è stata risolta.

Ma davvero la scelta sull’attribuzione del doppio cognome o meno dipende da questioni burocratiche?

Giulia Sorrentino, mamma e avvocato, risponde a questa domanda, raccontando la sua storia.

Giulia ha deciso di adottare il doppio cognome per sua figlia già a febbraio del 2022, prima, quindi, della sentenza di aprile e maggio dello stesso anno. Una sentenza che, lo ricordiamo, è solamente l’ultima di diversi interventi in materia di incostituzionalità dell’automatismo del cognome paterno.

Già nel 2016, con la sentenza n. 286, si era giunti infatti a dichiarare costituzionalmente illegittime tutte le norme che non consentivano ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. Già questa disposizione prevedeva quindi la possibilità di attribuire il doppio cognome, anche se come ipotesi aggiuntiva, a differenza della sentenza del 2022 che, stando al testo, sancirebbe invece la regola dei due cognomi sempre, salvo specifiche richieste.

La sentenza n. 131 del 27 aprile - 31 maggio 2022 della Corte costituzionale dichiara nello specifico l’illegittimità del primo comma dell’articolo 262 del Codice civile, nella parte in cui “prevede, con riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assume il cognome del padre anziché prevedere che il figlio assume i cognomi dei genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto”.  Una constatazione che è stata estesa anche ai figli nati nel matrimonio o adottati.

Pertanto, secondo le nuove disposizioni, la regola sarebbe l’adozione dei cognomi di entrambi i genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano comunque di mantenere uno soltanto dei due. La motivazione di questa decisione risiederebbe nel fatto che attribuire automaticamente il cognome del padre alla nascita è “discriminatorio e lesivo dell’identità del figlio”. Si legge nel comunicato stampa diramato dalla Corte costituzionale il 27 aprile 2022 che “nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale”.

Sicuramente, i limiti burocratici che tutt’oggi persistono in relazione all’applicazione del provvedimento, potrebbero scoraggiare quanti desiderano dare il doppio cognome per i propri figli. Tuttavia, è davvero questo il principale impedimento nell’adozione dei cognomi di entrambi i genitori?

Raccogliendo alcuni dati nella regione Emilia-Romagna, territorio nel quale anche Giulia vive e lavora, su quante famiglie hanno scelto di utilizzare i due cognomi per i nuovi nascituri, ecco quanto emerge.

Proprio alle undici coppie del corso preparto di Rimini è stata chiesta la motivazione della loro scelta. Le due famiglie che hanno deciso di attribuire il doppio cognome ai propri figli hanno risposto nei seguenti modi:

  • la prima ha scelto di adottarli entrambi poiché la madre è di origini peruviane: in Perù ai bambini si danno due nomi e due cognomi, motivo per cui i genitori hanno voluto mantenere questa tradizione culturale
  • la seconda coppia ha dichiarato di aver scelto di dare sia il cognome del padre che quello della madre perché “è figlio di entrambi e la fatica maggiore l’ha fatta la mamma, è giusto che ci sia anche il suo cognome perché il figlio è di tutti e due”

Questi ultimi due neogenitori, inoltre, hanno sottolineato come, per loro, l’automatismo del cognome paterno sia una cosa “sessista e patriarcale”.

Le restanti nove coppie del corso preparto, che hanno scelto di dare tutte solo il cognome paterno, hanno invece risposto che la scelta è stata portata prevalentemente da una questione di gusto – i due cognomi insieme non avrebbero avuto un suono gradevole – e per rispetto della “tradizione”.

Nessuno di loro ha parlato di sessismo e patriarcato, né di difficoltà burocratiche. Eppure, è stato inserito un terzo elemento: la tradizione. Un elemento che aveva citato anche Giulia, parlando della scelta di alcuni amici e conoscenti.

A livello sociologico il termine tradizione viene usato il più delle volte nella sua accezione generica di insieme dei comportamenti, atteggiamenti e credenze che vengono tramandati nel tempo da generazione a generazione. Perché un modello di comportamento possa essere definito tradizionale è necessario che questo sia stato applicato in passato da almeno una generazione precedente e trasmesso attraverso un processo di socializzazione e apprendimento. Nell’agire tradizionale ritroviamo quindi sia aspetti cognitivi, ovvero la definizione e il riconoscimento di una data situazione, che aspetti normativi, cioè l’applicazione di un comportamento conseguentemente appropriato, stabilito dalla stessa società.

Sull’argomento, tuttavia, non è facile tracciare una netta distinzione tra quanto può essere definibile come tradizione e quanto, invece, come abitudine. I due concetti hanno infatti confini labili e l’uno può sempre trasformarsi nell’alto, e viceversa.

Secondo la Treccani potrebbe definirsi abitudine tutti quei comportamenti individuali e collettivi che sono dati per scontati e quindi non presuppongono una qualche forma di consapevolezza: tutto ciò, in pratica, che viene trasmesso di generazione in generazione senza che ci si interroghi sul suo contenuto in termini di valore. La tradizione sarebbe, invece, individuabile come quella parte della cultura che viene trasmessa intenzionalmente e consapevolmente da una generazione all’altra.

Per capire come si è radicata allora la tradizione dell’automatismo del cognome paterno in Italia, in particolare nella regione dell’Emilia-Romagna tra quanti sono stati intervistati, c’è l’analisi proposta da Francesco D’Ambrosio, sociologo e caporedattore del sito d’informazione Sociologicamente.

Il dott. D’Ambrosio spiega come, nell’ottica dello studio dei processi - dei quali la sociologia si occupa -, non si può non tenere conto del territorio geografico di appartenenza della società e degli abitanti presi in questione.

L’Italia, in primo luogo, è un paese a forte tradizione cattolica, che ingloba anche fisicamente, tra i propri confini nazionali, la città del Vaticano, sede del potere ecclesiastico. La maggior parte dei cittadini è di religione cristiana e conserva, quindi, un’educazione culturale ad essa affine: le stesse strutture gerarchiche del cattolicesimo sono di stampo prettamente patriarcale e queste hanno riguardato per secoli anche l’ideologia legata alla famiglia, con l’uomo a guida e a capo di moglie e figli.

Inoltre, lo stesso Paese fa parte di quell’Occidente che, secondo diversi studiosi, sarebbe caratterizzato da una forma di “capitalismo fallico”: storicamente ancorato a un ruolo di supremazia, sociale e culturale, della figura maschile, che impone alla donna un ruolo subalterno e secondario.

L’automatismo del cognome paterno, a livello storico, si inserisce quindi perfettamente nel solco della presente tradizione culturale, che ancora oggi rappresenta la base della società italiana.

Tuttavia, la scelta di rendere incostituzionale l’adozione automatica del cognome maschile rientra nella necessità, oggi, di ricercare un’effettiva parità di genere tra uomo e donna. L’esigenza del doppio cognome trova il proprio essere nel tentativo di compiere un ulteriore passo avanti verso una vera e completa emancipazione femminile, che rispetti i cambiamenti imposti dalla contemporaneità. Ecco allora che il concetto di tradizione sopra riportato entra in conflitto con la realtà attuale.

Nell’ottica di questa evoluzione sociale e culturale, è quindi giusto anche chiedersi quale ruolo potrà ancora avere una tradizione patriarcale come quella legata all’attribuzione del solo cognome paterno.

Sicuramente, da quanto emerge dai dati, il doppio cognome si sta lentamente diffondendo tra quanti scelgono oggi di avere figli, ma ancora, per diverse ragioni, permangono delle resistenze. Resistenze che, da quanto si può rilevare nella presente indagine, sono più culturali che burocratiche.

Conclude il dott. D’Ambrosio che la novità è uno degli elementi più complessi da assimilare per le società.

Ad oggi, è impossibile stabile con certezza quale sarà l’andamento di questo flusso sociale emergente. Tuttavia, è probabile che, in un futuro prossimo, le tradizioni e le abitudini attuali subiscano ulteriori cambiamenti, conseguenti alla naturale evoluzione sociale e culturale del Paese. Un’evoluzione che è conseguente anche alla conoscenza e all’educazione al nuovo.

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