IL GOAL
DEL RISCATTO
Lo sport come strumento di inclusione ed educazione
"Quando sono arrivato qua, tre anni fa, non sapevo la lingua, non sapevo niente. Sono arrivato dal Marocco in Italia e ho iniziato da zero. Non torno nel mio Paese da quasi quattro anni: quando guardo i miei compagni li vedo come fratelli, prima che come compagni o giocatori". Racconta così Oussama Jalal, giocatore del St. Ambroeus FC, formazione che attualmente milita nella terza categoria lombarda.
La Santa, come simpaticamente soprannominata da giocatori e tifosi, ha ricevuto il 7 dicembre la più alta onorificenza del Comune di Milano, l'Ambrogino d'Oro, attestato di Civica Benemerenza, esattamente nel giorno del suo sesto compleanno. In un Ambrogino che quest'anno si è caratterizzato per essere stato molto "calcistico" - anche l'Inter e Andrij Schevchenko, storico ex giocatore del Milan, hanno ricevuto il medesimo premio - per cosa si è distinto questo piccolo e giovane club della periferia meneghina? Il motivo risiede, sinteticamente, nella sua mission: "siamo la prima squadra per richiedenti asilo e rifugiati di Milano" si legge sul sito internet dei biancorossi. Il "piccione" - mascotte e simbolo del club - si pone come obiettivo quello di garantire l'accesso al gioco del calcio a tutti e tutte: in sei anni di attività il St. Ambroeus ha tesserato 520 persone provenienti da quattro continenti, venti nazioni, vivendo lo sport come strumento d'integrazione nella società.
Questa missione non si limita al campo da gioco, ma si inserisce prepotentemente nel contesto sociale che i giocatori vivono tutti i giorni: la società supporta infatti i suoi tesserati in questioni complesse, come le richieste di permesso di soggiorno, l'assistenza sanitaria e la ricerca di alloggi e lavoro.
Nella realtà di Via Bechi lo sport è quindi lo strumento per dare "una cittadinanza milanese per persone che vengono da altre parti del mondo", come affermato dal responsabile del tesseramento del club Carlo Cassinis.
Il calcio si mette a servizio di un obiettivo che va molto oltre quelli che sono i confini del rettangolo verde dove viene praticato: l'inclusione. Vincere assume, alla Fair Play Arena, un significato non solo sportivo, ma drammaticamente sociale.
La Fair Play Arena di Via Bechi ospita quattro squadre
La Fair Play Arena di Via Bechi ospita quattro squadre
L'allenamento della squadra CSI nel campo a 5 del centro
L'allenamento della squadra CSI nel campo a 5 del centro
Il murales dedicato alla ex rugbista inglese Maggie Alphonsi
Il murales dedicato alla ex rugbista inglese Maggie Alphonsi
Sui muri e sui pali campeggiano adesivi di tutti i tipi, molti dedicati alla lotta al razzismo che il club porta avanti fin dalla sua fondazione
Sui muri e sui pali campeggiano adesivi di tutti i tipi, molti dedicati alla lotta al razzismo che il club porta avanti fin dalla sua fondazione
Il murales dedicato all'ex giocatore brasiliano, fra i membri della Democrazia Corinthiana alla fine degli anni '70
Il murales dedicato all'ex giocatore brasiliano, fra i membri della Democrazia Corinthiana alla fine degli anni '70
Il murales della Fair Play Arena che campeggia sui muri del campo che affacciano su Viale Monza
Il murales della Fair Play Arena che campeggia sui muri del campo che affacciano su Viale Monza
Le squadre del St. Ambroues si allenano insieme, sul campo a 11 di Via Bechi
Le squadre del St. Ambroues si allenano insieme, sul campo a 11 di Via Bechi
SPORT ED EDUCAZIONE: UN BINOMIO DA PROTEGGERE
Lo sport è un elemento fondamentale nell'educazione dei ragazzi. È questa una considerazione di uso comune, ma supportata da diverse ricerche: in particolare, come evidenziato da Côtè e Fraser-Thomas, l’attività fisica permetterebbe ai giovani di sviluppare valori quali la disciplina, il rispetto delle regole e il senso di responsabilità, imparando fin da piccoli a gestire le emozioni sotto pressione.
Questo assume maggior importanza in un contesto come quello attuale, in cui, stando ai dati emersi dal Rapporto “Generazione Post Pandemia: bisogni e aspettative dei giovani italiani nel post Covid 19”, il 49,4% di soggetti compresi di età compresa fra i 18 e 25 anni afferma di aver sofferto di ansia e depressione: lo sport dà ai giovani la possibilità di calmierare e ridurre i livelli di stress, ansia e depressione.
Sono molti i giocatori che raccontano di come lo sport li abbia supportati nella gestione dei problemi personali. Nella sua autobiografia "Mi chiamavano Rombo di Tuono", Gigi Riva raccontava: "non sono mai stato un chiacchierone. Mi piacciono i silenzi, mi piace semmai parlare con me stesso. Il silenzio è stata una parte importante della mia vita, che quand’ero troppo giovane mi ha detto: «Arrangiati». E io mi son dovuto arrangiare. Mi sono chiuso, questo sì. Ma non è vero che sono diventato triste o malinconico: ho dovuto semplicemente fare i conti con l’infanzia che ho avuto, con i lutti, con le nottate a occhi spalancati aspettando il sonno che non arrivava. Il calcio mi ha aiutato, mi ha dato tanto per non dire tutto".
Se prendiamo in considerazione le società sportive, dobbiamo inoltre tenere a mente la centralità dei contesti di gruppo per i giovani. Nei gruppi, infatti, i ragazzi imparano a cooperare, a gestire i conflitti e a negoziare. I contesti di squadra rappresentano inoltre un rifugio emotivo per i ragazzi in difficoltà, aspetto che, come evidenziato anche dagli studi di Brown e Larson, si tradurrebbe in un maggior benessere psicologico per i ragazzi coinvolti all'interno di queste realtà.
LO SPORT DI PERIFERIA: STRUMENTO PER RAGAZZI E FAMIGLIE
Questi aspetti assumono ancor più forza in realtà difficili e complesse. Il contesto sociale del Municipio 4, che comprende di fatto tutta l'area sud-est del capoluogo lombardo, è variegato: dalle zone alla moda di Porta Romana fino ai quartieri periferici di Corvetto, Mecenate e Rogoredo. Sono aree multietniche - stando ai dati forniti dal Comune di Milano il 23% della popolazione ha un background migratorio - e questo rende la sfida dell'inclusione particolarmente importante. I redditi sono bassi, intorno ai 25 mila euro annui, molto al di sotto della media del capoluogo meneghino, che si ferma sui 35 mila euro. Il valore delle case è altrettanto basso, considerando la bolla immobiliare che la città sta vivendo: circa 3500 euro al metro quadro, più basso rispetto alla periferia Nord-Ovest della città, il cui valore degli immobili si aggira sui 4000 euro al metro quadro. Quest'ultimo aspetto risulta centrale nel momento in cui si considera che, stando a recenti studi di Invalsi commissionati dal Ministero dell'Istruzione e del Merito, vi è una correlazione fra il valore immobiliare e la dispersione scolastica: se la media di Milano è del 7,3%, proprio nella periferia sud-est il valore sale vertiginosamente, toccando punte del 24%.
È chiaro che, in un contesto così complesso, a maggior ragione in aree in cui la popolazione è relativamente giovane, le associazioni del territorio rappresentano un punto d'appoggio fondamentale per i ragazzi e per le loro famiglie. Se ciò che si è detto prima a proposito dello sport è vero, allora bisogna sicuramente considerare la posizione privilegiata che le realtà sportive assumono in questa mission.
Nel contesto della periferia sud-est di Milano si trovano numerose società sportive, fra cui la Macallesi. Il club, nato nel 1927, ha da sempre la sua sede in Via Quintiliano, nelle vicinanze di Viale Ungheria e Rogoredo, ed è perfettamente inserito nel tessuto sociale del quartiere. Dal 2019 direttore sportivo dei gialloblù è Giancarlo Capriglia ed è proprio al direttore Capriglia che abbiamo voluto porre alcune domande sul contributo dato dalla Macca alla comunità del Viale.
GLI ALLENATORI: MAESTRI DI CALCIO E DI VITA
"Il Calcio, una scuola di vita": così s'intitola la lectio doctoralis esposta da Carlo Ancellotti in occasione del conferimento della Laurea Magistrale ad honorem in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate presso l'Università di Parma. "Il calcio mi ha insegnato tante cose: la relazione e il rispetto degli altri, delle regole e dell'autorità, l'impegno a gestire un gruppo, saper ascoltare e stare al passo con i tempi che cambiano", così ha dichiarato il grande allenatore emiliano.
Possiamo immaginare le società sportive proprio come delle scuole. La struttura è il plesso scolastico, i campi da calcio le aule, i direttori possono essere paragonati ai dirigenti scolastici. In questa simmetria, cosa manca? I docenti, che nel mondo calcistico identifichiamo negli allenatori. Parliamo di numeri: in Italia ci sono circa 807 mila tesserati Under 20 e approssimativamente 31 mila tecnici.
Ora, se il contributo dato dagli insegnanti nella crescita di un ragazzo è fondamentale, sia in termini di istruzione sia in termini di educazione, quanto può essere importante il ruolo di un allenatore di calcio? Tanto, tenendo soprattutto in considerazione che, come ci ha sottolineato il direttore Capriglia, gli atleti passano nelle società molte ore della settimana. In più, bisogna considerare che la presenza di un adulto all'interno di gruppi di ragazzi permette di supervisionare le sue dinamiche, intervenendo quando lo si considera necessario. Abbiamo chiesto a Christian Masiello, allenatore del Cimiano, di darci la sua opinione.
E LA SCUOLA?
Se centri sportivi e scuole hanno il medesimo obiettivo, bisogna pensare a una soluzione che permetta alle realtà di collaborare. Quest'idea è in realtà già stata perseguita attraverso i Patti Educativi di Comunità.
"Per la più ampia realizzazione del servizio scolastico nelle condizioni del presente scenario, gli Enti locali, le istituzioni pubbliche e private variamente operanti sul territorio, le realtà del Terzo settore e le scuole possono sottoscrivere specifici accordi, quali "Patti educativi di comunità", ferma restando la disponibilità di adeguate risorse finanziarie": così recitava il Piano Scuola 2020-2021. Questi patti sono quindi il riconoscimento da parte dell'autorità ministeriale che le istituzioni scolastiche sono "interpreti necessari, ma non unici" nella missione educativa.
A più di quattro anni dalla prima presentazione di questo importante progetto, la sua attuazione è ancora in divenire. Siamo andati a parlare con la preside della scuola secondaria di Primo Grado Meda Ferrarin Emanuela Giorgetti, istituto che si trova a poche centinaia di metri proprio dal centro sportivo Macallesi.
Educare, quindi, è difficile? Tanto, tantissimo. La missione educativa è uno sforzo che è e dev'essere assunto da una moltitudine di persone e istituzioni. Le famiglie non possono essere lasciate sole, ma non è possibile fare unicamente affidamento sulla scuola come unico supporto. Le associazioni sul territorio danno sicuramente un contributo fondamentale, che ha bisogno di essere riconosciuto e coordinato a quello fornito dall'istituzione scolastica. Se infatti questo non venisse fatto, il rischio sarebbe sia una sovrapposizione delle mansioni, ma anche una possibile ostruzione del modo in cui ogni ente tenta di perseguire gli scopi prefissati per il ragazzo.
Considerare le società sportive semplici luoghi dove i giocatori trascorrono parte della loro settimana allenandosi significherebbe cancellare totalmente la valenza formativa che quelle ore hanno nella crescita anche aldilà del rettangolo da gioco.