Dalle viscere della terra
Sciopero!
Mercoledì 28 maggio 1952. Ore 22. Cabernardi, provincia di Ancona, Marche. 337 lavoratori occupano la miniera di zolfo di Cabernardi-Percozzone. 176 lavoratori rimangono al 13° livello, a quasi 500 metri di profondità, gli altri 161 restano in superficie nei cantieri esterni, a presidio degli accessi alle gallerie
L'onere dell'occupazione ricadde sui minatori del turno del pomeriggio. Così volle il fato, sebbene già da giorni girasse voce di un'occupazione della miniera. Bisognava soltanto aspettare un segnale, si diceva. Prima, però, occorreva fare finta nulla. Come sempre picconare, riempire il vagone con quei benedetti pezzi di roccia solfifera, e picconare di nuovo. Fino a che tre parole in codice non sarebbero state comunicate. E, dipinte sul lato di un vagone, finalmente comparvero: COPPI MAGLIA GIALLA
Il 28 maggio 1952, i due contendenti si schierarono dalla loro parte del ring, come Duilio Loi o Nino Benvenuti. Soltanto che lo scontro, a Cabernardi, comprendeva ogni aspetto della vita: la dignità, il lavoro, la fatica, il salario, la sicurezza, e pure la politica, l'ideologia, i sindacati, i partiti, la produzione, la scienza e l'economia. Da una parte, c'era un colosso. Anzi, di più. Un'azienda che era pure un'intera industria: la Montecatini. Da quelle parti la chiamano così: «la» Montecatini, con l'articolo davanti, come se fosse un'entità a sé stante, o addirittura una persona. Mentre dall'altra, c'erano i minatori e tutte le loro famiglie. Erano molto numerosi - 2.400 erano i salariati della miniera -, supportati dai sindacati, da alcuni parlamentari marchigiani e da tutta la cittadinanza
Montecatini, proprietaria dei diritti di estrazione della miniera da 25 anni, aveva comunicato il licenziamento di 860 operai, più della metà degli occupati della miniera. Non erano bastati i comitati, i sindacati, il ministero dell'Industria e del Commercio, e nemmeno Alcide De Gasperi. Montecatini diceva che a Cabernardi si era vicini all'esaurimento del materiale sulfureo e, per questo, bisognava ridurre il personale
I minatori non credevano alla «storia» dell'esaurimento dello zolfo. Erano anzi convinti che fosse soltanto una bugia. Lo zolfo c'era; bastava cercarlo. Infatti, già due anni prima, il «comitato cittadino per la difesa della miniera» chiese a Montecatini di dare inizio ad un piano di scavi alla ricerca di nuove vene di zolfo
Cronaca di un'occupazione annunciata
Maggio 1952. Montecatini presenta un report sul graduale esaurimento del materiale solfifero nell'area di Cabernardi. Niente da fare. Bisogna ridurre le estrazioni di zolfo e, per fare questo, servono meno persone. Montecatini annuncia così un licenziamento di massa: 860 persone
Ovviamente, si scatena un finimondo. La miniera significa tutto là. É il centro su cui ruota la vita di tutti, anche di quelli che non ci lavorano direttamente
20 maggio. 10 giorni all'occupazione. 5000 persone si riversano a Cabernardi per protestare contro i licenziamenti. «W i minatori», «Uniti salveremo la miniera» o «Revoca degli 860 licenziamenti», dicono
28 maggio. Arriva la comunicazione dell'interruzione delle trattative con Montecatini. I minatori insorgono, occupano il 13esimo livello delle gallerie, e per 40 giorni - fino al 5 luglio - la miniera di Cabernardi - Percozzone diventa la «casa» di 161 uomini. La fama non tarda ad arrivare
«E oggi da tutta Italia si guarda ai sepolti vivi con meraviglia, con stupore, con ammirazione»
Il settimanale «Vie Nuove» invia un giovane cronista sul luogo. Rodari fa di cognome, mentre di nome fa Giovanni, sebbene tutti lo chiamano con il diminutivo: Gianni. Ebbene Gianni Rodari ha subito parole eclatanti nei confronti dei minatori di Cabernardi. Sono delle persone sottoterra che lottano per il proprio lavoro, per la propria famiglia, per la propria vita e per la propria dignità. «La lotta dei sepolti vivi», la ribattezza. Persone degne di rispetto a cui gli altri italiani devono almeno la loro considerazione. Scrive infatti: «E da oggi da tutta Italia si guarda ai sepolti vivi con meraviglia, con stupore, con ammirazione»
Montecatini non ci sta, nonostante tutto, e nonostante Rodari. Il giorno dell'occupazione fa appendere un manifesto, in città a Cabernardi, a giustificazione dei licenziamenti. Il motivo era sempre lo stesso: non c'è più zolfo da tirar fuori dalla terra. Nel frattempo, il fronte dell'occupazione, che sembrava inossidabile, si spacca: i rappresentanti della Democrazia Cristiana e la CISL prendono le distanze dal Pci e dalla Cgil
28 Giugno. «Agli occupanti - come riportano Luigi Balsamini e Graziano Ligi nel libro Coppi Maglia Gialla - viene tagliata la luce elettrica e ridotta la circolazione dell'aria»
4 luglio. A sera inoltrata finalmente si trova un accordo. Montecatini ritira la richiesta di licenziamenti e accetta la formazione di una commissione ministeriale alla ricerca di nuovi giacimenti di zolfo
5 luglio. Dopo 40 giorni tra i cunicoli della terra, i minatori escono dal buio della miniera; forse, convinti della forza della CGIL, forse esausti del buio e del puzzo di zolfo, stanchi del loro coraggio e desiderosi di riabbracciare le proprie famiglie. Con la barba incolta e dimagriti, sono persuasi di avere ottenuto qualcosa. Montecatini semplicemente temporeggia
13 agosto. La commissione parlamentare decreta l'esaurimento dello zolfo nella zona di Cabernardi-Percozzone. Montecatini ha, di nuovo, strada libera per riprendere il proprio piano di licenziamenti, fino alla chiusura definitiva del sito nel 1959
Così finisce l'epopea dei «sepolti vivi». Montecatini troverà altri lavoratori in giro per l'Italia, altri settori su cui costruire i propri profitti, benché negli anni '60 fu accorpata a Edison, formando il gruppo Montecatini-Edison, poi Montedison. Mentre i minatori - «i sepolti vivi» - invece per molto tempo scompariranno, esattamente come i fumi e l'odore acre che accerchiavano ogni mattina la miniera di zolfo di Cabernardi-Percozzone
Un vita attorno a una miniera
La miniera di Cabernardi-Percozzone era fondamentale per l'economia dell'Alta Valle del Cesano. Un territorio che si estendeva dall'odierna provincia di Pesaro-Urbino a quella di Ancona. Prestava lavoro a molte famiglie della zona; da Frontone a Pergola, da Arcevia a Sassoferrato, da Serra Sant'Abbondio a San Lorenzo in Campo. Ora, però, gli stessi luoghi, con gli stessi paesaggi - tra il verde e l'azzurro d'estate e il giallo e il marrone d'inverno -, una volta colmi di vita, di futuro e di speranze, sono diventati delle cattedrali vuote
Panorama monte Strega (a sinistra) e monte Catria (a destra)
Panorama monte Strega (a sinistra) e monte Catria (a destra)
Eppure, questi luoghi, eterni e fragili, avevano attratto molti italiani: alcuni venivano dal vicino Montefeltro - Urbino, per intenderci -, altri dalla Toscana, e c'era anche qualche siciliano. Per loro - quelli che venivano da fuori - Montecatini aveva fatto persino costruire un villaggio a Cantarino
Villaggio dei minatori di Cantarino
Villaggio dei minatori di Cantarino
Tutti avevano un padre, uno zio, un fratello o un cognato - racconta Alberto, figlio di un minatore - che lavorava per «la» Montecatini. C'era chi faceva l'armatore, chi lo spillatore, chi lo spinatore. Insomma, la miniera di Cabernardi-Percozzone era il centro della vita delle persone dell'Alta Valle del Cesano. Per la miniera ci si alzava nel buio pesto della notte. Per la miniera si facevano, ogni giorno, anche 12 chilometri a piedi. Si passava per il «sentiero del minatore», giorno e notte, estate e inverno
Cartello del «Sentiero del Minatore»
Cartello del «Sentiero del Minatore»
Si dividevano in turni per cavare dal cuore della terra questo metallo inodore e insapore. E poi, chissà se erano a conoscenza di tutti gli usi che lo zolfo aveva nell'economia del tempo? Che, trattato chimicamente in una certa maniera, lo zolfo serviva per mantenere buono il vino, o come disinfettante e insetticida? E se invece i chimici lo scomponevano diversamente, allora, con lo zolfo, ci si faceva i fiammiferi, si vulcanizzavano le gomme, si producevano i lassativi o lo si utilizzava pure per fare la polvere da sparo?
Vagone per il trasporto dello zolfo
Vagone per il trasporto dello zolfo
Per lo zolfo ci si infilava in gallerie a più di 800 metri di profondità, ci si metteva l'elmetto, la torcia e una borraccia, e si armava, picconava e caricava lo zolfo nei vagoni anche per 8 ore filate. E poi, c'era il cottimo, scontro di tante battaglie sindacali, sin dagli anni '20. Certo, integrava lo stipendio; ma, allo stesso tempo, permetteva che il salario non aumentasse
E poi si moriva di caldo nelle gallerie o di fronte ai «calcaroni» o ai forni Gill per fondere lo zolfo; e si moriva di freddo, di fuori al gelo nei cantieri esterni, a preparare i «pani» di zolfo, da 50 kg l'uno, da mandare alla raffineria di Bellisio Solfare. Prima, i pani li portavano con dei birocci - termine dialettale per «carro» -, poi, dal 1906, fu costruita una teleferica composta da 35 vagoncini e lunga 3.450 metri
Cantieri esterni della miniera di Cabernardi / Credits: Parco nazionale dello zolfo di Marche e Romagna
Cantieri esterni della miniera di Cabernardi / Credits: Parco nazionale dello zolfo di Marche e Romagna
Oppure, per la miniera si moriva proprio. A volte si moriva subito: sotto un'armatura mal costruita o per l'esplosione del grisou. Questo fu il destino di 130 minatori. A volte, invece, si moriva dopo, quando si era più anziani e l'anidride solforosa aveva corroso le pareti dei polmoni a tal punto che ogni respiro si faceva più corto, più doloroso e più inutile del precedente
La miniera di zolfo più grande d'Europa
L'Italia è stato uno dei principali paesi estrattori e raffinatori di zolfo. Durante l'espansione industriale che investì la penisola italiana, dall'unificazione in poi, la produzione di zolfo aumentò notevolmente. Fino al punto che gli unici veri competitor nel settore erano il Giappone e gli Stati Uniti d'America
I giacimenti principali italiani erano localizzati in Sicilia, in Toscana, in Trentino e nell'area «Marche e Romagna». In quest'ultima zona, i bacini di estrazione erano situati a Perticara e a Formignano, in Romagna, e a San Lorenzo in Zolfinelli e a Cabernardi, nelle Marche. Montecatini Società Generale per l'Industria Mineraria e Chimica possedeva tutti e quattro i siti di estrazione. Il giacimento di Cabernardi fu acquisito nel 1917
Montecatini sviluppò un sistema di welfare. Ossia, Montecatini, dall'acquisizione in poi, si fece promotrice di forme di assistenza socio-assistenziali: introdusse il medico di miniera, le case degli operai - assieme al già citato villaggio di Cantarino -, i bagni pubblici, la filodrammatica - anzi, due -, il forno pubblico, due mercati settimanali, la banca, la farmacia, il teatro, il cinema - anzi, due -, poi i trasporti, l'illuminazione pubblica, la farmacia e la banca. Attorno al cuore sacro della miniera, Montecatini costruì una vera e propria comunità di persone
I numeri della miniera di Cabernardi furono subito incoraggianti. Fino all'entrata dell'Italia nella Prima guerra mondiale, pur attraversando un cambio di proprietà, la produzione mineraria aumentò costantemente. I valori di estrazione di zolfo greggio, in questo ventennio, si assestarono intorno alle 10.000 tonnellate annue. Con l'avvento di Montecatini, si ebbe un miglioramento ingegneristico della miniera: vennero collegati sotterraneamente i giacimenti di Cabernardi e Percozzone, venne installato un sistema di aerazione contro i fumi dell'anidride solforosa e il caldo, impiantato il rifornimento di acqua e di energia elettrica e si continuò ad ampliare le gallerie fino ad una profondità 700 metri su 18 livelli a Percozzone, e di 880 metri su 28 livelli a Cabernardi. Questo è il momento di maggior espansione della miniera, che le valse il titolo di miniera di zolfo più grande di Europa
Ma non è tutto oro quello che luccica. Specialmente se non è oro, ma zolfo. Proteste e scioperi iniziarono già dalla fine della Prima guerra Mondiale: era il biennio rosso, dopo tutto. Nel 1920, fu indetto uno sciopero di 25 giorni contro le condizioni scadenti di lavoro, i redditi inadeguati e la questioni caro-viveri. E, sempre nel 1920, 7 persone morirono travolti da un blocco di zolfo, terra e argilla distaccatosi da una delle gallerie
Montecatini, poi, entrò in una impasse strategica: non poteva adeguarsi all'avanzamento tecnologico, vero motore del capitalismo. Per esempio, il metodo Frash, ampiamente utilizzato in America, non poteva essere impiegato nelle procedure di estrazione di Montecatini a Cabernardi, perché il sito non era morfologicamente adeguato a tale pratica. Purtroppo - per Montecatini, e non per gli americani -, questo metodo prevedeva una maggiore sicurezza per i minatori, costi minori per l'azienda e quindi una produzione dello zolfo ad un prezzo minore. Ma fortunatamente - più che mai, per Montecatini - il mondo, e la sua economia, stavano cambiando
É morta Cabernardi, viva Cabernardi!
L'importanza economica e strategico-industriale della miniera di Cabernardi-Percozzone svanì con la fine della Seconda guerra mondiale. Non c'era più l'economia di guerra, il fascismo e l'autarchia. C'erano gli americani ora. C'era il «Piano Marshall» e l'economia di mercato. Tutte le nazioni al di qua della «cortina di ferro» si dovevano aprire: accettare che c'era un nuovo padrone del mondo - «a new sheriff in town» come dicono gli americani -, e questo era il mercato libero. E ciò valeva anche per le risorse naturali, come lo zolfo
«La chiusura della miniera di Cabernardi - Percozzone non dipendeva, comunque, dall'esaurimento dello zolfo, ma da altre politiche economiche e strategiche di Montecatini»
L'Italia stessa stava cambiando. Non era più quella contadina e rurale, con la camera da letto costruita proprio sopra la stalla per scaldarsi nelle notti invernali, ma andava trasformandosi in una società consumistica e industrializzata. Su questo solco della storia, anche un azienda come Montecatini non poteva fare altro che superare l'imbardata. E, come suggerisce Patrizia Greci, il problema non erano solo gli americani e la mancanza di zolfo, ma di un intera Italia che andava industrializzandosi: «La chiusura della miniera di Cabernardi - Percozzone non dipendeva, comunque, dall'esaurimento dello zolfo, ma da altre politiche economiche e strategiche di Montecatini»
E nelle strategie di Montecatini, i minatori di Cabernardi non potevano trovare più il proprio posto. I minatori - quelli di Cabernardi, poi quelli di Perticara, e anche quelli del Trentino - non servivano più. Non servivano più perché Montecatini si stava tuffando in nuovi settori di questa nuova economia: il petrolchimico a Ferrara, i derivati polipropilenici a Brindisi e la metalmeccanica a Pesaro
A Cabernardi, nel frattempo, ormai distante dalle logiche industriali, la vita attorno alla miniera, con le sue fatiche e i suoi drammi, la sua filarmonica, i suoi cinema, il suo carnevale, le feste di Santa Barbara a Cantarino, i suoi teatri, i bus-navetta e la cooperativa se ne andò così, lentamente, come si dirada la nebbia, come quella giallognola dello zolfo
«Molti [degli ex-minatori] sono tornati all'agricoltura - come afferma Patrizia Greci - ma non ci fu alcun paracadute sociale: Montecatini offrì soltanto il trasferimento». In parole povere, Montecatini propose l'emigrazione. E allora qualcuno se ne andò in Trentino, qualcun altro in Belgio oppure molti si trasferirono a Ferrara. Accettarono; del resto, c'erano le famiglie da sfamare. Altri invece rimasero a «lavoricchiare» per la piccola azienda agraria che Montecatini ancora possedeva a Cabernardi, oppure per il «cantiere scuola», come previsto dalla Legge Fanfani, e altri ancora accettarono, di nuovo, la fatica delle campagne
Centrale termica
Centrale termica
Scorcio della raffineria abbandonata di Bellisio Solfare
Scorcio della raffineria abbandonata di Bellisio Solfare
Casa abbandonata nel comune di Serra Sant'Abbondio
Casa abbandonata nel comune di Serra Sant'Abbondio
La cosidetta «Cattedra», che domina il villaggio dei minatori di Cantarino
La cosidetta «Cattedra», che domina il villaggio dei minatori di Cantarino
Linea della ferrovia di Bellisio Solfare. Ora inutilizzata, se non per un treno turistico nei fine settimana
Linea della ferrovia di Bellisio Solfare. Ora inutilizzata, se non per un treno turistico nei fine settimana
Pozzo Donegani
Pozzo Donegani
Vagone per trasportare lo zolfo
Vagone per trasportare lo zolfo
Riproduzione del vagone «Coppi Maglia Gialla»
Riproduzione del vagone «Coppi Maglia Gialla»
Aree interne, aree fragili
«L'insegna di quell'ultimo cafè» - come cantava Modugno - si era spenta nel 1959, e, forse, si era nascosta nelle memorie dei cittadini di Cabernardi come un ricordo triste. Il silenzio avvolse il cimitero della miniera, per almeno vent'anni, infatti. La chiusura del '59 si era portata via le persone, del resto. Se ne erano andate, per tornare nei fine settimana, forse d'estate o, forse, per non tornare mai più. «Lo spopolamento delle campagne», così è stato definito in Italia. Nelle Marche, questo fenomeno ha fatto scivolare dai monti migliaia e migliaia di persone in meno di un decennio. Ancona, San Benedetto del Tronto, Civitanova, Pesaro, Fano e Senigallia, con le loro fabbriche, i loro porti a un passo dall'acqua, le loro autostrade e le loro ferrovie - che non sarebbero mai state dismesse -, trasformarono per anni, se non decenni, i contadini in operai
Con la partecipazione del Dr. Nicola Costalunga, sociologo economico, ricercatore dell'Università del Salento
La fragilità della campagna italiana potrebbe essere certo vista come una delicatezza bucolica; luoghi che il tempo frenetico del mondo urbanizzato ancora non ha contaminato. Potremmo vederla così. Ma, di certo, faremmo uno sbaglio. Nasconderemmo la testa sotto la sabbia, o la polvere sotto il tappeto - per citare un altro proverbio. La fragilità delle zone rurali italiane non è sinonimo di delicatezza, ma il risultato di un abbandono sistematico delle forze politico-economiche nazionali. La storia di Cabernardi, e della sua miniera, fa il paio con quella di molte altre, da Savogna d'Isonzo a Castelvecchio Siculo. Ma a queste storie di dignità e coraggio, il Novecento italiano - quello urbano, cittadino e borghese - ha sempre voltato le spalle con promesse e noncuranza o, peggio, con qualche misera compensazione




