MALATTIE RARE
Riscrivere un destino genetico:
la storia di Arshida
Un caso su 100.000.
Una vita che rischia di fermarsi troppo presto.
Questa è la storia del viaggio di una bambina dall'Iran all'Italia in cerca di una cura, e di come la terapia genica sta cambiando il futuro della sindrome di Hurler.
I primi segnali
Quando Arshida nasce il 31 dicembre 2017 a Teheran, Golnoush e Amir accolgono a braccia aperte l’arrivo del loro raggio di sole (in farsi, Arshida significa “pura brillantezza”). Nei primi mesi di vita nulla sembra diverso da quello che ogni genitore si aspetta: i primi versetti, le prime risate, la scoperta del mondo.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Dopo il primo anno iniziano a comparire segnali difficili da interpretare: pruriti continui, pianti inconsolabili, difficoltà a dormire. «Come mamma avevo capito che c’era qualcosa che non andava», racconta Golnoush. La famiglia inizia quindi un lungo pellegrinaggio tra medici e ospedali, in cerca di risposte.
Arshida a 3 anni
Arshida a 3 anni
Il viaggio
Dalla diagnosi alla terapia sperimentale
La sindrome di Hurler
Molti medici non riescono a dare risposte alla famiglia, ma eventualmente un dermatologo nota una somiglianza tra Arshida e altri bambini con una malattia genetica rara. Gli esami confermano il sospetto: mucopolisaccaridosi di tipo 1, nella forma più grave conosciuta come sindrome di Hurler. Si tratta di una malattia genetica causata dall’assenza dell'enzima Idua, uno "spazzino" necessario per smaltire sostanze di scarto all’interno delle cellule. In mancanza dell'enzima, le sostanze di scarto si accumulano nell’organismo, provocando danni progressivi a molteplici apparati ed organi, tra cui cervello, cuore, polmoni e scheletro. Senza un trattamento, l'aspettativa di vita diventa inferiore ai 10 anni.
La tenacia dei genitori
Per Golnoush la diagnosi è sconvolgente. Le possibilità di cura per una sindrome che colpisce un bambino su 100mila sono limitate. Per i medici in Iran l’unica opzione disponibile è il trapianto di cellule staminali, ma trovare un donatore compatibile non è semplice. Nel caso di Arshida, purtroppo, non ce n’è uno.
Golnoush e Amir però decidono di non arrendersi.
Cominciano a cercare informazioni ovunque, leggendo articoli scientifici, contattando associazioni e scrivendo email a ospedali e ricercatori in diversi paesi. Il tempo passa senza nessuna risposta concreta.
Poi un giorno si accende una luce.
«Sono stata devastata. Per due settimane non ho potuto fare nulla, tranne che piangere e chiedermi: perché deve succedere proprio a me? Poi io e mio marito ci siamo detti che così non potevamo andare avanti»
La speranza
La famiglia riceve notizia di una sperimentazione clinica in corso all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano, dove alcuni ricercatori stanno studiando un'innovativa terapia genica proprio per la sindrome di Hurler. Golnoush scrive subito alla responsabile dello studio (la professoressa Maria Ester Bernardo, pediatra e ricercatrice dell’SR-Tiget) per capire se sua figlia potesse partecipare: si compie così il primo passo verso la nuova vita di Arshida.
Golnoush racconta il viaggio di Arshida e il rapporto speciale con il medico ricercatrice Maria Ester Bernardo
Il trial clinico
La lotta per il futuro
Dal laboratorio alla clinica
La risposta arriva rapidamente. Dopo una prima videochiamata, il team medico decide di valutare il caso di Arshida. La malattia è progressiva e intervenire il prima possibile è fondamentale per limitare i danni irreversibli: senza perdere tempo, la famiglia vola a Milano per iniziare il percorso clinico.
Questa nuova speranza è frutto di un lavoro scientifico molto più lungo, iniziato anni prima. Lo sviluppo di un nuovo trattamento richiede infatti un percorso complesso: prima la ricerca di base in laboratorio, poi gli studi preclinici sugli animali e infine le diverse fasi della sperimentazione clinica sull’uomo. Ogni passaggio è regolato da protocolli rigorosi per garantire sicurezza ed efficacia.
Si tratta di una terapia genica ex vivo, "da fuori dal vivente": le cellule staminali del paziente vengono prelevate, corrette geneticamente in laboratorio e poi reinfuse nell’organismo. In questo modo le cellule modificate sono in grado di produrre l’enzima mancante e correggere il difetto alla base della malattia, permettendo di eliminare le sostanze tossiche accumulate nel tempo.
Lo studio clinico rappresenta il passaggio dal laboratorio alla vita reale dei pazienti. Maria Ester Bernardo, responsabile dell’unità funzionale di trapianto del midollo osseo pediatrico nonché coordinatore clinico dell’unità di ricerca pediatrica, monitora questa delicata fase con lo zelo distintivo dei medici ricercatori che lavorano su entrambi i fronti dell’SR-Tiget, in un’ottica di ricerca traslazionale, dal bancone del laboratorio al letto dei pazienti.
Maria Ester Bernardo racconta il lavoro invisibile della cura
I finanziamenti
Dietro al dono della speranza per Arshida c’è un percorso di ricerca scientifica che necessita di grandi quantità di tempo e denaro. Sviluppare una cura per una malattia rara può richiedere decenni di lavoro e investimenti molto consistenti. Gli esperimenti preclinici, la progettazione dei vettori genetici, i test di sicurezza e poi le diverse fasi degli studi clinici sono passaggi complessi che richiedono tempo e risorse.
La ricerca sulle malattie rare poi presenta un'ulteriore difficoltà: il numero ridotto di pazienti. Questo rende spesso difficile attrarre investimenti industriali, e molte ricerche sono sostenute da fondazioni filantropiche e finanziamenti pubblici.
«Se dovessimo interrompere per mancanza di finanziamenti i nostri studi, ritarderemmo moltissimo lo sviluppo delle terapie».
Nel caso del trattamento sviluppato all’SR-Tiget, il supporto della Fondazione Telethon ha avuto un ruolo centrale nel permettere ai ricercatori di portare avanti il progetto nel corso degli anni.
Il trattamento procede senza complicazioni, e Arshida mostra rapidamente segni di miglioramento. Anni di lavoro in laboratorio iniziano finalmente a tradursi in risultati concreti sui pazienti.
Elica del DNA nella hall del San Raffaele (vista dal basso)
Elica del DNA nella hall del San Raffaele (vista dal basso)
Bancone degli infermieri nel reparto pediatrico
Bancone degli infermieri nel reparto pediatrico
Muro con foto e ringraziamenti di un paziente
Muro con foto e ringraziamenti di un paziente
I risultati
Verso nuovi orizzonti
Secondo la ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine, nei bambini trattati l’attività dell’enzima è aumentata rapidamente dopo la terapia, mentre i livelli delle sostanze responsabili dei danni cellulari sono diminuiti fino a rientrare nella norma.
Per i ricercatori, questi dati rappresentano un segnale importante: indicano che la correzione genetica può funzionare anche nel lungo periodo.
Dopo i risultati promettenti dello studio iniziale a cui ha partecipato Arshida, il percorso di sviluppo della cura continua. È attualmente in corso uno studio clinico di fase successiva che mette a confronto trattamento standard e terapia genica. Se i risultati confermeranno i dati preliminari, questa potrebbe essere approvata nei prossimi anni e diventare disponibile per molti altri bambini nel mondo.
Installazione elicoidale nella hall della struttura
Installazione elicoidale nella hall della struttura
Ricercatrici in laboratorio (Foto per gentile concessione di SR-Tiget)
Ricercatrici in laboratorio (Foto per gentile concessione di SR-Tiget)
Decorazioni realizzate con materiali riutilizzati
Decorazioni realizzate con materiali riutilizzati
Uno dei libri preferiti di Arshida
Uno dei libri preferiti di Arshida
Saletta dei giochi nel reparto di pediatria
Saletta dei giochi nel reparto di pediatria
Disegni dei giovanissimi pazienti
Disegni dei giovanissimi pazienti
Una delle stanze per i ricoveri nel reparto di pediatria
Una delle stanze per i ricoveri nel reparto di pediatria
Un tecnico di laboratorio contrassegna dei campioni
Un tecnico di laboratorio contrassegna dei campioni
Esterno dell'Ospedale San Raffaele (Foto per gentile concessione di IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano)
Esterno dell'Ospedale San Raffaele (Foto per gentile concessione di IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano)
Cupola del San Raffaele
Cupola del San Raffaele
L'edificio D, dove Arshida ha ricevuto la terapia genica
L'edificio D, dove Arshida ha ricevuto la terapia genica
Arshida a 8 anni
Arshida a 8 anni
Un nuovo inizio
Oggi Arshida ha una vita molto diversa da quella che i suoi genitori avevano immaginato nel momento della diagnosi. Tra scuola, amici e lezioni di pianoforte, si sta persino preparando per una gara di karate, sperando di ottenere la cintura gialla.
Per la famiglia di Arshida, la ricerca ha significato anche una scelta di vita radicale. Per permettere alla figlia di ricevere il trattamento, Golnoush e Amir hanno lasciato l’Iran e si sono trasferiti in Italia. Non è stato facile adattarsi a un nuovo paese, una nuova lingua e una nuova vita lontano da parenti e amici.
Golnoush e Amir non hanno dubbi sulla decisione presa. Oggi Arshida può crescere, studiare, giocare con gli amici e immaginare il proprio futuro.
«Abbiamo lasciato il nostro paese, la nostra famiglia. Non è stato facile trasferirci, imparare una nuova lingua, ma la nostra priorità è il futuro di Arshida. Ora questo paese è diventato la nostra nuova casa, e lo staff dell’ospedale una nuova parte della nostra famiglia»
La ricerca scientifica spesso procede lentamente, lontano dai riflettori.
Ma in alcune storie diventa qualcosa di molto concreto: possibilità, speranza, un futuro che prima sembrava impossibile.
La storia di Arshida è una di quelle in cui la dedizione di medici e ricercatori, il lavoro di laboratorio, le sperimentazioni cliniche, e il coraggio di una famiglia si incontrano nello stesso punto.
Dimostrando che, anche nelle malattie più rare, la ricerca può davvero cambiare il destino di una vita.
