BIDEN 2024

LA CORSA ALLA NOMINATION VISTA DALL' ITALIA

Video della campagna Biden 2024

2024: un punto di svolta

Il 2024 sarà ancora una volta un anno fondamentale, sia per l’America che, come da sempre, per il mondo intero. E questo, tra i primi due motivi, non solo perché l’(ancora) prima superpotenza al mondo si recherà al voto il 5 novembre per eleggere il suo nuovo Presidente, ma anche in quanto, proprio quest’anno, oltre quattro miliardi di persone voteranno in più di 74 Paesi del mondo. E in gioco sarà, quest’ anno più che mai, la democrazia: ciò non solo per la natura stessa del voto in quanto tale, ma anche, in America, per la forte contrapposizione che già da ora è stata delineata dagli sfidanti per la Casa Bianca. Il Presidente in carica, Joe Biden, che ha annunciato il 25 Aprile dello scorso anno la propria campagna di ricandidatura con la vice Kamala Harris, è stato uno tra i principali attori che hanno delineato il deciso contrasto con i Repubblicani, e in particolare con il sempre più papabile frontman del Partito dell’elefante: Donald Trump. Un contrasto rafforzato anche in questi giorni in numerosi comizi e annunci televisivi, incentrato sulla contrapposizione tra “democrazia” e “dittatura”, “insurrezione”. Il riferimento ovvio, in quest’ultimo caso, è ai fatti del terribile 6 gennaio 2020, quando orde di manifestanti pro-Trump assaltarono Capitol Hill, su incitazione dello stesso ex presidente.

Ma le cose, come delineato da numerosi esperti, politologi e giornalisti, Americani ma anche Italiani, non sono affatto semplici neanche per Joe Biden, dopo quasi quattro anni di presidenza.

I motivi di ciò sono molteplici, e in questo lavoro, oltre a scoprire quali siano, studieremo la campagna 2024 di Biden dalla nostra prospettiva, quella dell’Italia.

Anche secondo il punto di vista degli Americani che vivono in Italia, le elezioni USA 2024 si giocheranno attorno a diversi temi fondamentali, dall’economia (con i prezzi al consumo e l’inflazione) alla politica pro-Israele che non piace a metà dell’elettorato (in particolare ai giovani e agli arabi-americani negli Stati cruciali) e rischia di perdere appoggio a sinistra.

Gli Americani in Italia: l’inizio della storia

La cultura e l’influenza americane in Italia hanno lontane origini, precisamente agli inizi del ‘900, con l’arrivo del presidente Woodrow Wilson nel Belpaese. Woodrow Wilson, come sottolinea Daniele Fiorentino, professore ordinario di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d’America all’Università degli Studi Roma Tre, era un presidente prima di tutto internazionalista, seppur democratico di appartenenza. Questa era dunque già la proiezione degli stati Uniti all’inizio del ‘900. Wilson, peraltro, una volta arrivato in Italia nel 1918, darà anche istruzioni per creare una Committee on Public Relations, ovvero una Commissione per la Pubblicizzazione della cultura e dei valori Americani, a partire proprio dall’Italia.

La parola agli Americani: il giudizio su Biden

Venendo ai nostri giorni, per gli americani risiedenti in Italia, e in particolare per coloro che si identificano come Democratici, vi è una branca di riferimento dei Democrats anche nel nostro Paese, chiamata Democrats Abroad. Essi sono il braccio ufficiale del Partito Democratico Americano, con sedi in oltre 60 Paesi del mondo. Uno dei primi problemi di cui i Democrats Abroad devono occuparsi, anche e soprattutto in vista delle fondamentali elezioni di quest’anno, è quello di portare più persone possibile alle urne. Questo anche alla luce delle numerose restrizioni e difficoltà create dai governanti Repubblicani per impedire a molte minoranze etniche (da sempre vero e proprio backbone dell’elettorato Democratico) di andare al voto. In America, peraltro, contrariamente all’Italia, è necessario che sia il cittadino a richiedere la propria tessera elettorale, con peraltro differenti regole per i diversi Stati. L’Italia è poi, come ci spiegano gli stessi membri dei Democrats Abroad of Italy, un Paese molto importante, in primis per la fondamentale presenza di numerosi gruppi di studenti americani. Qui, infatti, i Democratici lavorano a stretto contatto con i rettori universitari per far sì che anche gli studenti possano votare il 5 novembre. Ma come vedono gli americani in Italia che votano Democratico la campagna di rielezione di Biden? Ciò che emerge più spesso dalle nostre interviste a molti di essi è che vi sia una grande divisione nello stesso elettorato dell’Asinello. Alcuni sostengono in primis, come il Presidente abbia davanti a sé ancora tante, troppe sfide da risolvere, laddove per altri, invece, il popolo non riesce davvero a comprendere quanto Biden è riuscito a realizzare. Dalle leggi sul controllo delle armi, le prime nella storia degli Stati Uniti, ai regolamenti sul cambiamento climatico, sino alla riforma bipartisan di ricostruzione delle infrastrutture Nordamericane, e all’economia, che, a detta dei primi, starebbe davvero andando a gonfie vele. Ma, sostengono alcuni intervistati, anche i media, e in particolare Fox News, concorrono a diffondere un messaggio fuorviante ed errato, anche a causa dello spazio a loro disposizione, davvero sproporzionato. Tuttavia, le good news sono che, almeno dal 2018, i Democratici stanno assolutamente superando ogni aspettativa nel voto popolare, come successo ad esempio in Wisconsin. Dunque, ci viene detto, i Democratici stanno vincendo il voto popolare, perché adesso gli americani stanno davvero andando alle urne.  Anche molte donne si sono recentemente messe in gioco per far sì che più cittadini possibile si rechino al voto. Ma le ragioni di tale fenomeno sarebbero anche da trovarsi nelle azioni repressive ed ultra-conservative del Partito Repubblicano, come la sentenza della Corte Suprema sui bandi all’aborto, ma anche gli attacchi alla Social Security, al sistema Medicare, ecc. Le persone, dunque, hanno compreso ciò che c’è realmente in gioco e vogliono difendere i propri diritti.

E l’economia? Sta davvero andando bene come dicono alcuni?

“It’s the economy, stupid” è lo slogan, coniato da James Carville, che segnò la vittoria in campagna elettorale di Bill Clinton contro George H. W. Bush nel 1992. E l’economia, per l’appunto, resta a tutt’oggi la principale preoccupazione degli Americani, e svolgerà assai certamente un ruolo centrale anche nelle presidenziali 2024. I segnali, da questo punto di vista, sono contrastanti. Le devastazioni provocate dalla pandemia, infatti, sono state ampiamente superate, grazie in particolare a un massiccio intervento del governo federale, iniziato con Trump e poi continuato con Biden, per sostenere i principali settori dell’economia. Nonostante, poi, il recente rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro, la disoccupazione è scesa sotto il 4%. L’inflazione è scesa e l’indice Dow Jones continua a salire, stimolato dalla prospettiva di un taglio ai tassi di interesse caldeggiato dalla FED. In proposito, i tagli ai tassi potrebbero, secondo alcuni osservatori, portare a un’esplosione di investimenti e spesa da parte di imprese e consumatori. Eppure non tutti scommettono su prospettive così radiose: molte previsioni segnalano, piuttosto, un rallentamento dell’economia ed una crescita inferiore a quella del 2023. I costi per casa e generi alimentari, peraltro, pesano in modo significativo sulla vita delle famiglie. Tagli a sanità e spesa sociale, poi, sono un’eventualità da considerare, soprattutto nel caso in cui un repubblicano arrivi alla Casa Bianca. Anche qui, secondo molti intervistati, nonostante l’esplosione dell’inflazione da inizio 2022, le cose sono molto migliorate pure da questo punto di vista, con un’America venuta fuori dalla crisi del COVID meglio di tutto il resto del mondo, e grandi sforzi fatti dalla corrente Amministrazione per aumentare i posti di lavoro e diminuire i prezzi al consumo. Peraltro, secondo un sondaggio, parrebbe che ben il 75% dei Democratici credano di stare meglio con il Presidente Biden che in precedenza. Ci viene anche detto che secondo l’opinione di molti si dovrebbe parlare, ancora più propriamente, di greedflation, ovvero dell’avidità delle corporation, che impongono esorbitanti aumenti dei prezzi, soprattutto quelli dei generi alimentari. Se si aggiunge poi al tutto il taglio delle tasse alle medesime operato da Trump durante il suo mandato, le cose si sono deteriorate ancor più. 

Anche in politica internazionale, peraltro, “incertezza” è la parola chiave che definisce l’attuale strategia degli Stati Uniti. Le guerre a Gaza e in Ucraina non stanno andando nella direzione sperata a Washington: nel conflitto tra Israele e Hamas la strategia scelta dall’amministrazione è apparsa ondivaga, in alcuni casi disastrosa. Ora Biden si ritrova con un’opinione pubblica interna spaccata e delusa: per buona parte del mondo democratico e progressista, infatti, (soprattutto i più giovani e vasti settori di elettorato non bianco), il sostegno a Israele è stato eccessivo e alla fine irresponsabile, conducendo al massacro di migliaia di civili palestinesi. Ma Biden è anche criticato, a destra, per non aver saputo dare a Israele il sostegno dovuto nel momento più drammatico della vita dello Stato ebraico. Non va meglio, per il presidente USA, per quanto riguarda l’altra guerra, quella in Ucraina. La controffensiva di Kiev non è stata affatto un successo. Russia e Ucraina non sono al momento disponibili per un compromesso e il conflitto minaccia di protrarsi, a intensità variabile, ancora per molti mesi. Come se non bastasse, Biden è anche vittima del ricatto dei Repubblicani, che non approvano i finanziamenti all’Ucraina se non verrà potenziato il confine col Messico. Di più, il presidente deve affrontare la crescente insofferenza della sua opinione pubblica, e in generale delle opinioni pubbliche occidentali, nei confronti di nuovi trasferimenti di armi a Kiev. In ogni modo, il risultato di questo complesso di crisi, conflitti, errori di strategia, incognite, è comunque, in sintesi, che il ruolo dell’America “beacon of the world”, l’America faro di democrazia e guida del mondo, secondo la definizione di Biden, è un concetto sempre più vago e anacronistico per molti tra gli stessi americani.

Conclusioni

E allora, se Biden non è un collante sufficiente per tenere insieme tutti coloro che si riconoscono sotto la grande tenda del Partito Democratico, e se non lo è più nemmeno il timore di Trump, i Democrats rischiano grosso, anche perché ci sono pure Bob Kennedy Jr e gli altri candidati indipendenti che certamente provocheranno emorragie di voti progressisti. Quindi ora c’è chi ha un sogno: una convention democratica che nel prossimo agosto, a Chicago, incoronerà un candidato diverso da Biden perché lo stesso presidente, dopo aver avuto l’investitura nelle primarie, annuncerà (a quel punto da vincitore) il sacrificio del ritiro dalla corsa per il bene del partito. Magari giustificando la svolta così ritardata con la necessità di non apparire troppo a lungo un presidente dimezzato in un mondo scosso da due guerre. A quel punto sarebbero i capi del partito, in base al meccanismo della broken convention, a scegliere il candidato più adatto a sfidare Trump o un altro repubblicano: probabilmente il governatore della California Gavin Newsom o quella del Michigan, Gretchen Whitmer? Probabilmente solo un sogno.

 

 

 

 

Il presidente Biden

Il presidente Biden

Medie di sondaggi su Biden e i possibili sfidanti Repubblicani

Mantenere Biden o eleggere un candidato diverso secondo gli elettori alle primarie Democratiche

Sondaggio tra alcuni degli sfidanti alle primarie Repubblicane secondo i possibili votanti

Sondaggio sul testa a testa tra Trump e Biden o DeSantis vs. Biden

Intervista con Nicola Corradi, inviato Voce di New York

Intervista con Nicola Corradi, inviato Voce di New York

Intervista Democrats Abroad of Italy

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