Grenfell, luci e ombre di una rinascita

A quasi nove anni dall'incendio che scosse North Kensington, la giustizia per le 72 vittime resta lontana. Ma tra le ceneri della torre in demolizione, i sopravvissuti seminano un futuro degno del loro nome

Grenfell Tower e i grattacieli circostanti visti in una ripresa realizzata dal tramonto fino a sera nel 2013. Timelapse: Cortesia di BBC News Rushes/Getty Images

LONDRA, Regno Unito | Pubblicato il 30 MARZO 2026

C'è una parte di North Kensington, quartiere storico del nord-ovest di Londra, dove due realtà apparentemente inconciliabili coesistono sotto un cielo opalescente. Tra platani centenari, edifici in mattoni e grattacieli brutalisti che, come sentinelle silenziose, prendono vita al calare del sole, bambini di tutte le età ed etnie scorrazzano lungo il perimetro vetrato del Kensington Leisure Centre: lo stesso centro polivalente che, secondo quanto denunciato dagli attivisti del Grenfell Action Group, nel 2016, a un anno dalla ristrutturazione costata alla città 30 milioni di sterline, fu dichiarato inagibile per perdite d'acqua e scarsi livelli di sicurezza e manutenzione.

La gioventù che, ignara della negligenza che ancora detta le decisioni di chi dovrebbe prendersi cura della cittadinanza, fa di ogni aiuola e nascondiglio segreto, di ogni mattonella, ramo e altalena, motivo di sorpresa e di gioia in un distretto dove il divario tra ricchezza e povertà estrema è tra i più alti in Inghilterra, è il riscontro positivo di questa storia. L'esordio sciagurato del Kensington Leisure Centre, invece, sebbene la struttura sia aperta tuttora, gettò un'ombra sull'impresa di costruzioni Bouygues UK e l'amministrazione locale del Royal Borough of Kensington and Chelsea (RBKC). Poi, divenne monito e testimone di qualcosa di ancora più grave.

È in questo luogo d'incontro tanto dibattuto quanto necessario, situato ai piedi di quella che era la Grenfell Tower e del cantiere a cielo aperto che oggi circonda ciò che ne rimane, che la comunità coinvolta nell'incendio del palazzo, andato a fuoco il 14 giugno 2017, ha il suo cuore. È qui che, da quella notte, quando un frigorifero malfunzionante in un appartamento del 4° piano innescò il rogo che costò la vita a 72 persone, i sopravvissuti, i residenti del quartiere e le famiglie delle vittime continuano a tornare. Per lasciare un messaggio, rivivere un ricordo o porgere loro un fiore. Per coltivare la forza di continuare a lottare. Affinché, dalle ceneri della torre in piena demolizione, possa farsi strada un futuro migliore. Un futuro degno del loro nome.

A quasi nove anni dalla tragedia, la ferita di Grenfell non accenna a rimarginarsi, e chi detiene il potere persiste nell'infliggerle nuovi strappi. Proprio questo marzo, si è scoperto che le impronte delle mani e le iscrizioni lasciate nel carbone della tromba delle scale del palazzo — probabili ultimi messaggi di chi non ce l'ha fatta — sono state distrutte durante una perizia ingegneristica, nonostante il governo avesse promesso di preservarle. Giorni dopo, Simon Dudley, portavoce per l'edilizia di Reform UK, ha liquidato le 72 morti come inevitabili in un'intervista con la rivista Inside Housing. «Tutti muoiono alla fine, è solo una questione di come», ha detto, invocando la deregolamentazione del settore costruttivo nel nome dell'emergenza abitativa, e criticando le misure di sicurezza entrate in vigore dalla tragedia come eccessive.

Rimosso dall'incarico a seguito delle polemiche, Dudley ha lasciato dietro di sé l'ennesima conferma di ciò che le famiglie di Grenfell denunciano da sempre: che le loro perdite vengono trattate come un intralcio, piuttosto che come uno sprone a far emergere la verità sull'accaduto. Malgrado le insidie, la loro battaglia incalza.

Una porzione del Lancaster West Estate (sulla destra), il complesso residenziale popolare di cui Grenfell Tower faceva parte, in fase di riqualificazione dal 2018. I lavori avrebbero dovuto terminare nel 2020, ma ritardi continui e spese sempre maggiori costringono i residenti a conviverci per almeno altri quattro anni. Video: Gilda Bruno

Blessed

A Sheffield Terrace, una strada di mattoni color miele che scende tranquilla verso Holland Park, Antonio Roncolato (65) si gode il suo pre-pensionamento al piano terra di un edificio low-rise nel cuore di North Kensington. Lavora al ricevimento di un centro benessere, dove dopo una parentesi nel test and trace durante il Covid, ha trovato la sua dimensione ideale: «senza stress, tranquilla e sociale».

Ha alle spalle 33 anni nell'hotellerie, tra room service e colazioni, club lounge e ristoranti. Un viaggio che da Padova lo portò nella rigorosa Amburgo e, dopo, in Svizzera per poi approdare a Londra nel 1984. O come la chiama lui, sorridendo in tenuta da casa, «the top of the world»: il tetto del mondo. Tre chilometri lo separano dalla Grenfell Tower, il grattacielo da cui è dovuto scappare. Lo stesso che, da quando aveva appena due giorni, vide suo figlio Christopher crescere.

La mattina, quando il sole timido entra dalle finestre, si occupa delle piante. Le sposta, le annaffia, le sistema. D'estate, passa «giornate intere in veranda». Gesti lenti, di chi ha dovuto reimparare a prendersi cura di ciò che lo circonda, e del valore che anche quello che appare insignificante può avere. «La casa è un edificio — dice — ma quando ci vivi, diventa il tuo nido. Dove vivrai tu, that will be your home».

Seduto nel suo soggiorno una domenica uggiosa di fine febbraio, parla con la consapevolezza dolceamara di chi si rende conto di conoscere una cosa soltanto dopo averla persa. Ma dal rifugio sicuro che si è costruito con tanta dedizione e tenerezza, anche guardarsi indietro è una maniera di esercitare la speranza.

Prima di arrivare qui, Antonio trascorse otto mesi in albergo, poi in un appartamento temporaneo. Spazi già vissuti da altri, anonimi, dove restare è l'eccezione. Malgrado la promessa dell'allora premier britannica Theresa May di garantire a tutti una nuova sistemazione entro tre settimane, le trattative con il borough si trascinarono a lungo. Tra le proposte rifiutate, appartamenti a piani troppo alti rispetto a quello che Antonio aveva concordato e contesti abitativi che non restituivano nulla di ciò che, per lui, Grenfell era stata per 27 anni.

«Io non voglio una casa qualsiasi. Devo sentire qualcosa nell'entrarci», diceva a chi cercava di convincerlo a spostarsi a tutti i costi. Non si trattava di una questione di standard: Antonio voleva che gli riconoscessero quella che, dal 1990 al giugno del 2017, era stata la sua quotidianità, prima che gli venisse strappata.

“La casa è un edificio. Ma quando ci vivi, diventa il tuo nido. La decori come vuoi, rispecchia la tua personalità, il tuo modo di vivere. E la mia l'hanno distrutta”
— Antonio Roncolato, sopravvissuto

L'appartamento in cui vive oggi rispecchia la sua vivace, contagiosa ingegnosità. Pavimenti rifatti, pareti ridipinte, una luce aggiunta qui, la carta da parati e qualche mattonella colorata là: «me la sono rifatta, decorata e cambiata a mia immagine e somiglianza», scherza. Sono modifiche che ha dovuto richiedere all'amministrazione locale, e che ha difeso con la stessa calma ferma con cui, fin dalla notte dell'incendio, affronta tutto il resto. «Non è per mia scelta se sono qua — ammonisce Antonio — ma per la negligenza di chi avrebbe dovuto proteggermi».

La storia, dice, parte da qualche giorno prima.

«Mi chiamo Antonio perché mio papà è devoto a Sant'Antonio», racconta, mentre un velo di commozione spezza la sua voce. Il 13 giugno, a Padova le strade che cingono la basilica si stringono come vene attorno a un cuore. Il weekend prima del rogo, Antonio, che era in Italia per qualche giorno, era andato al Santo. Aveva ripercorso le vie della sua città natale come il resto della folla, a mani giunte, per poi fare rientro a Londra la sera del 13 giugno 2017.

Un boccone veloce, la buonanotte a Christopher e poi era andato dritto a dormire, senza neanche disfare le valigie. Fu il figlio a svegliarlo e metterlo in allarme. Antonio aprì la porta e la richiuse subito: fumo nero, caldissimo, asfissiante. Da lì in poi, il tempo si fece tecnico — asciugamani bagnati nelle fessure, finestre aperte, il fumo sventolato fuori dalla cucina. 30 anni di fire training negli alberghi gli diedero la prontezza di riflessi e le conoscenze necessarie per mantenere i nervi saldi. Doveva agire velocemente e con precisione, consapevole che «non c'era margine per nessun errore».

Provò a uscire una seconda volta: impossibile. Quando le fiamme cominciarono a entrare dalla stanza di Christopher, Antonio, che usava il telefono esclusivamente per tenere il figlio aggiornato, lo mandò a cercare un vigile del fuoco: «My name is Antonio. I am on the 10° floor. I am in danger», disse al capo squadra in una telefonata disperata.

Lo ripete tutto d'un fiato mentre camminiamo verso la base della torre quella stessa domenica di febbraio. Nel farlo, gli si inarcano le spalle. La voce si fa più profonda e robusta. Pochi minuti dopo quell'appello, Antonio fu evacuato dal palazzo: occhialini da nuoto per tenere il fumo lontano, un asciugamano sulla bocca e una mano aggrappata alla giacca del pompiere che, nel buio totale, gli apriva la strada giù per le scale.

Se oggi può raccontarlo, per quanto sia il primo a definirsi beato — «blessed» — è merito suo. È quindi comprensibile che Antonio abbia fatto dell'emergency mode che, secondo i paramedici che lo visitarono dopo aver lasciato la Grenfell Tower, gli permise di sopravvivere, il suo modus operandi principale. «C'è sempre tempo per essere emozionato dopo, ma in quel momento ero sicuro al cento per cento che ce l'avrei fatta», racconta.

“La giustizia passa anche tramite cambiamenti: bisogna far sì che questi inganni non succedano più”

Antonio Roncolato, sopravvissuto

Dimostra la stessa sicurezza e perseveranza nel fare chiarezza su quanto accaduto. Nello spendersi per assicurarsi che giustizia sia fatta. Da quasi dieci anni ormai, Antonio partecipa a riunioni, incontra ministri, scrive, insiste. È stato il primo dei sopravvissuti a rilasciare la sua deposizione. Ma non è tempo di rallentare: «dobbiamo stare con il fiato sul collo».

L'inchiesta, interamente consultabile online, si è conclusa dopo mesi e mesi di consultazioni, a settembre 2024. La polizia consegnerà gli atti dell'indagine penale al Crown Prosecution Service questo autunno. Le accuse sono attese entro la fine di quest'anno, mentre per quanto riguarda il processo vero e proprio, si guarda al 2027, il 10° anniversario dell'incendio — se non oltre. Nel registro degli indagati, autorità locali e di gestione, appaltatori e subappaltatori e aziende di materiali implementati nella ristrutturazione della torre.

«Spero di vivere abbastanza da riuscire a vedere qualcuno dietro le sbarre, qualcuno che paghi per quello che hanno causato», dice Antonio.

Sul futuro della Grenfell Tower, in demolizione dallo scorso settembre, rispetta tutte le posizioni. Sa che per molti era un mausoleo, un luogo sacro, l'unico posto fisico in cui i morti erano ancora presenti. Sa che per altri, quelli che ci vivono accanto, era diventata insostenibile. «Grenfell non guarisce», ammette il superstite.

Si augura che la demolizione e la costruzione del memoriale avvengano in sequenza, senza pause, senza vuoti: «Torre, ground zero, via tutto — e c'è già la compagnia che inizia a costruire», spiega Antonio. Spetta allo studio multidisciplinare londinese Freehaus l'onore e l'onere di sviluppare il progetto. Progetto a cui lui ha già contribuito direttamente grazie al suo coinvolgimento nella Grenfell Tower Memorial Commission.

Chiede fiori, verde, acqua e qualcosa che interrompa tutto questo. «Vorrei vedere un pezzo di una parete della torre così com'è, nera, bruciata, perché la gente possa farsi un'idea del livello di disinteresse, di cosa è andato sbagliato, degli imbrogli. E magari poter anche annusarla, la torre». Vuole un luogo che faccia quello che un quadro sa fare quando è fatto bene. «Un bel memoriale — aggiunge Antonio — di per sé non dice niente. Deve essere qualcosa che ti faccia pensare, che ti faccia vedere come era realmente, cosa era per noi, la Grenfell Tower».

L'attivismo implacabile di Antonio cela una presa di coscienza che neppure la peggiore delle condanne potrà mai rimediare. «Io penso alle vittime, penso a Giannino e a Daniela, che avevano un figlio. Io ho un figlio e loro non ce l'hanno più. Io ho dei nipotini e loro non ne hanno», sospira. «Come posso rimanere fermo? La giustizia passa anche tramite cambiamenti: bisogna far sì che questi inganni non succedano più».

Il verde della Grenfell Tower, ritratto in tutte le sue forme e sfaccettature. Fotografie: Gilda Bruno

Cosa dovrebbe sorgere dove c'era la torre? Sopravvissuti e familiari immaginano il memoriale di Grenfell

Altri piani

Tra chi quella notte non scese dalla Grenfell Tower c'erano anche Marco Gottardi (27) e Gloria Trevisan (26), due giovani architetti italiani specializzati — ironia della sorte — in conservazione e restauro. Avevano meno di trent'anni, grinta da vendere e la gioia travolgente di chi sa di avere trovato la propria metà; la propria meta. Erano arrivati a Londra per costruire qualcosa insieme. Per i genitori di Marco, Giannino Gottardi e Daniela Burigotto, oggi continuano a farlo da un luogo migliore.

Marco e Gloria si erano laureati entrambi allo Iuav di Venezia, in sessioni diverse, col massimo dei voti. Due anime e menti «complementari», come li descrive Giannino, si erano trasferiti nella capitale britannica il 4 marzo 2017. Nel giro di poche settimane, e al termine di un corso intensivo di inglese, lavoravano in due studi diversi. Marco in un ufficio di giovani architetti italiani, Ciao; Gloria da Peregrine Bryant, dove in sette giorni le avevano già affidato il progetto di recupero delle stalle di un vecchio ospedale a Chelsea.

Al 23° piano della Grenfell Tower avevano trovato un appartamento con due pareti di vetrate da cui «dominavano la skyline di Londra», ricordano i Gottardi, mentre un sorriso spezzato gli appare in volto. Una sistemazione provvisoria, capitata tra le mani di Marco e Gloria per puro caso tramite un passaparola tra amici, dove non pensavano di restare.

Non restarono.

Dopo la loro scomparsa, Daniela ci mise mesi prima di trovare le parole. Poi, una mattina, vide una favola che raccontava a Marco da piccolo, appoggiata sul tavolino del salotto. «Non so come sia arrivata lì — mi racconta, seduta accanto al marito in una chiamata su Zoom — ho detto: voglio lasciare un ricordo di lui di com'era questo figlio».

Presa, dopo mesi di sconforto, da una frenesia improvvisa, scrisse una storia che lo vedeva protagonista, ci aggiunse Gloria nei panni della sua compagna di vita e la fece illustrare da un'amica d'infanzia di Marco. Pensava di distribuirla nel loro paese, San Stino di Livenza. Invece, Il Cavaliere e la Principessa, quella piccola fiaba semplice e densa di amore, ha camminato per anni in scuole di tutta Italia. È arrivata in Basilicata, a Policoro, è stata rappresentata dai bambini e ha aiutato gli adulti ad attraversare i propri lutti.

«Ci ha regalato tantissimo», dice Daniela del racconto. Il libro reimmagina la Grenfell Tower da teatro della tragedia in un luogo incantato, sospeso a mezz'aria tra nuvole color panna e intoccato dal malfare umano. Lavorarci ha restituito a Daniela e Giannino l'amore di quei due ragazzi. Un amore che cresce, si espande in forme e direzioni diverse e continua a dare i suoi frutti ancora oggi.

“Stanno facendo gli architetti dal cielo. Il lavoro che avrebbero fatto qui non avrebbe raggiunto i risultati che stanno raggiungendo dall'altra parte”
— Daniela Burigotto, madre di Marco Gottardi, scomparso nell'incendio

Dalla favola è nato infatti Grenfellove, un Ets-Ente Filantropico che celebra la sinergia e l'intraprendenza di Marco e Gloria ben oltre i confini della torre. In quasi dieci anni dalla sua istituzione, la fondazione, nata come Onlus circa un anno dopo il rogo, ha assegnato quasi 40 borse di studio a giovani architetti italiani e internazionali iscritti allo Iuav, e supportato numerosi altri studenti degli istituti superiori dove Marco e Gloria si erano diplomati. Ha inaugurato aule per disabili, va nelle scuole a parlare di sicurezza e insegna ai ragazzi a non dare mai niente per scontato. «Perché in troppi non si rendono conto di quello che hanno, del futuro che hanno davanti».

«Quando andiamo nelle classi, in ognuno rimane un piccolo seme», dice Daniela. Un pensiero, uno spunto, una realizzazione che, se presi con cura, germoglieranno col tempo.

Come Antonio, anche Giannino ha una visione precisa per il futuro della Grenfell Tower: 72 alberi, uno per ogni vittima, 72 steli di marmo bianco di altezza proporzionale all'età di chi è morto, una fontana al centro — «perché l'acqua è l'elemento che sconfigge il fuoco» — e un auditorium dove tenere corsi di sicurezza per architetti e ingegneri. «Fare un corso sulla sicurezza nel luogo in cui 72 persone sono morte per mancanza di sicurezza — spiega Giannino — fa riflettere in modo diverso».

Nel frattempo, la vita scorre, e il processo si trascina. «Questi tempi mi deludono tantissimo — ammette Daniela — non vorrei andare dall'altra parte prima di aver capito chi sono i colpevoli». Non riesce a capacitarsi di come sia potuto accadere: «due promettenti restauratori portati via da una torre restaurata male». Giannino, più paziente, si affida alle parole di un avvocato che li segue da anni: meglio una giustizia lenta ma equa che una veloce ma incapace di andare a fondo.

In tutto questo, Daniela ha ricominciato a sentire Marco e Gloria vicini. «Lui mi sta trasmettendo cose», dice, senza imbarazzo, del figlio. «Ha trovato il modo di farmi capire che sta lavorando tantissimo. Lui e Gloria hanno progetti di cui non mi possono ancora parlare». Poi sorride. «Io mi sono fatta questa idea: loro stanno facendo gli architetti dal cielo. Il lavoro che avrebbero fatto qui non avrebbe raggiunto i risultati che stanno raggiungendo dall'altra parte». È una visione che, ascoltandola, non suona come mera consolazione, ma come architettura.

Gloria Trevisan da bambina, con i Gottardi (compreso Marco), e Marco da piccolo. Fotografie: Cortesia delle famiglie Gottardi e Trevisan

L'architettura del fallimento

Un estintore posizionato a ridosso del muro di messaggi, fotografie, dipinti e poesie che, ad oggi, circonda il cantiere della Grenfell Tower, dallo scorso autunno in fase di demolizione. Fotografia: Gilda Bruno

Quello del frigorifero di Behailu Kebede, l'uomo di origine etiope che da 25 anni viveva nell'abitazione dove l'incendio di Grenfell Tower ebbe origine alle 00:54 del 14 giugno 2017, fu un guasto inaspettato. Una calamità che, a differenza della sua evoluzione, nessuno avrebbe mai potuto predire.

Al contrario, la decisione di rivestire la torre, un edificio di quasi 70 metri, con pannelli Acm (Aluminum Composite Material) durante la sua ristrutturazione — completata solo 11 mesi prima di quella che fu la sua fine, e criticata dalla difesa delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti per averla trasformata in una «trappola mortale» — avrebbe dovuto far pensare.

Da casa in «trappola mortale»: il ruolo dell'Acm

Un dettaglio degli innumerevoli disegni che decorano il sito della palazzina, con un riferimento al testo dell'iconica canzone dei Beatles, Yesterday ("Ieri / Tutti i miei problemi sembravano così lontani"). Fotografia: Gilda Bruno

L'Acm, spiegano Diego Dalpra e Alessandro Penna, cofondatori dello studio architettonico anglo-italiano Ciao, è un pannello composto da due sottili lamine di alluminio con un’anima interna, spesso in materiale plastico. Leggero e facile da installare, relativamente economico, impermeabile ed esteticamente versatile, fino all'incendio della Grenfell Tower veniva ampiamente utilizzato come rivestimento per edifici residenziali e commerciali.

A differenza di altri modelli disponibili sul mercato, quelli protagonisti del rogo, si scoprì all'interno dell'inchiesta, erano tra i meno sicuri in circolazione: tra il 2001 e il 2004, due prove di laboratorio condotte dalla Building Research Establishment riscontrarono il grave pericolo di incendio associato alla loro conformazione. I risultati dei test, seppur condivisi con il governo britannico per esortare a un pronto intervento in materia, furono resi pubblici solo dopo la tragedia.

I rivestimenti incriminati, in strati

«La tipologia di pannelli adoperata nella Grenfell — raccontano Diego e Alessandro — aveva un core in polietilene, un materiale altamente infiammabile». Durante un focolaio, questo nucleo «può comportarsi quasi come un combustibile, favorendo la rapida propagazione delle fiamme lungo la facciata».

In quel frangente, secondo quanto stabilito dall'inchiesta della Grenfell Tower, Rydon Construction, la ditta incaricata della ristrutturazione, concordò con il sub-appaltatore Harley Facades, gli architetti di Studio E e la Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation (Kctmo) la scelta dei pannelli Acm, una decisione che — come emerge dai documenti della stessa — comportò una riduzione significativa dei costi di costruzione.

Rispetto all'alternativa in zinco precedentemente inclusa nel budget, i pannelli Acm dell'ultima Grenfell Tower — di qualità nettamente inferiore — garantirono un risparmio stimato di 293.000 sterline ai costruttori.

Visualizzazione della tipologia di pannelli Acm implementata nella ristrutturazione della Grenfell Tower. Grafica (sopra e a destra): Gilda Bruno

La presenza di materiali isolanti non adeguatamente resistenti al fuoco, tra cui il Celotex RS5000 e il Kingspan Kooltherm K15, applicati sulla parte esteriore del palazzo, e l'Aluglaze e l'Ethylene Propylene Diene Monomer (Epdm) che sigillavano le finestre, «amplificò drammaticamente la velocità e l'intensità dell'incendio», aggiungono i due.

Prima che potessero rendersene conto, quella che era la casa di circa 600 persone divenne di fatto un inceneritore.

Quando il prezzo dell'avarizia è il capitale umano

Una serie d'immagini tratte dall'album di famiglia di Giannino Gottardi e Daniela Burigotto, ritraenti momenti trascorsi assieme al figlio, Marco Gottardi. Fotografie: Cortesia della famiglia Gottardi

Fu una ferita che Diego e Alessandro sperimentarono sulla propria pelle. Solo pochi mesi prima, lo stesso Marco Gottardi era entrato a fare parte del team di Ciao, unendosi al loro ufficio non distante da St. Paul's Cathedral. «Sin dal primo colloquio — ricordano i soci — Marco ci aveva fatto un'ottima impressione: il suo portfolio e il suo modo di fare lo presentavano in maniera curata e professionale. Il suo lavoro non dimostrava solo una buona sensibilità progettuale, ma anche una solida base tecnica, segno di una formazione equilibrata».

Al tempo, lo studio «aveva da poco iniziato a lavorare al rifacimento di alcuni microflat in un edificio storico a Knightsbridge». Il progetto riguardava principalmente la loro riconfigurazione interna, con soluzioni smart e arredi su misura capaci di ottimizzare lo spazio a disposizione. Forte del suo background in conservazione, «Marco si stava occupando di alcuni di questi piccoli appartamenti, testando diverse soluzioni che si integrassero bene con il passato dell'edificio», spiegano Diego e Alessandro.

Sicuro ma umile, «qualità non necessariamente scontate in un giovane professionista», e disposto a mettersi in gioco, la sua voglia di imparare era palpabile: «anche quando non conosceva qualcosa, prima di chiedere cercava di risolvere i problemi in autonomia, mostrando spirito critico e intraprendenza», aggiungono i due.

I giardini comunitari parte del Lancaster West Estate, a pochi passi dalla torre, dove la promessa dell'amministrazione locale di realizzare "le case popolari del 21° secolo" resta incompiuta da quasi un decennio. Fotografia: Gilda Bruno

Con i cofondatori dello studio di architettura Ciao, Marco Gottardi e Gloria Trevisan, Andrea Brufatto, che aveva conosciuto la coppia all'università, diventandone amico, ha ben più di qualche cosa in comune. Anche lui architetto di formazione, anche lui veneziano, anche lui approdato a Londra inseguendo le stesse aspirazioni che avevano spinto i due fidanzati oltremanica — e che quasi lo avevano portato a condividerne la sorte.

«In teoria sarei dovuto vivere io in quell'appartamento — racconta Andrea quando ci incontriamo da Bonds, un bar del centro a Soho — un'amica all'università era stata a Grenfell per un tirocinio, e quando è partita me l'aveva proposto. Sono andato a vederlo, ma da solo il prezzo era troppo. Ho detto no, e lei lo ha proposto a Marco e Gloria che, essendo in due, dividevano l'affitto». Una coincidenza, o quello che con il senno del poi si fa fatica a chiamare fortuna.


La domenica precedente all'incendio, Andrea era a casa sua. Marco gli aveva proposto di uscire per mandare qualche curriculum, lui aveva declinato. «Fatalità», dice, con una semplicità che non attenua nulla.

No more “cutting corners”

Da architetto, il peso di quella notte non lo ha lasciato indenne. «Ora ho i brividi quando mi propongono di "tagliare i corner"», ammette Brufatto. Fa riferimento alla pratica inglese di giocare al ribasso coi costi di costruzione ("cutting corners"). Da allora, «ci stai attento due o tre volte prima di fare un commento su una porta antincendio, o su qualsiasi cosa riguardi la sicurezza». Soprattutto quando l'incidente era fresco, dice, con qualche progetto in cantiere «non ci dormivo più la notte, andavo, ricontrollavo, ritornavo».

La riflessione lo ha portato anche a ridimensionare la scala dei propri progetti. «Mi occupo di cose più piccole. Non sono più torri, ma realizzazioni di portata minore a cui mi dedico individualmente».

“Grenfell ha cambiato tutto”

Andrea Brufatto, architetto e amico di Marco Gottardi e Gloria Trevisan, scomparsi nell'incendio

Two buildings under construction with scaffolding and sun glare. Two buildings under construction with scaffolding and sun glare.

La solidarietà e resistenza della comunità di Grenfell non hanno confini, come racconta un altro dei murales che ravvivano il parcheggio della Wall of Truth, dedicato a Gaza. Fotografia: Gilda Bruno

È una traiettoria che risuona con quanto raccontano Alessandro e Diego di Ciao. La tragedia, spiegano i due soci, «ha già influenzato profondamente il mondo delle costruzioni nel Regno Unito», con l'introduzione del Building Safety Act e l'istituzione del Building Safety Regulator, che sottopone a revisione obbligatoria tutti gli edifici residenziali considerati Higher Risk Building — ovvero quelli che superano i sette piani o i 18 metri di altezza.

«Oggi c'è molta più attenzione da parte degli addetti ai lavori — aggiungono i soci — anche noi architetti dobbiamo rimanere costantemente aggiornati su normative e standard attraverso una formazione continua, ora più stringente e monitorata dagli ordini professionali».

Nel loro studio, precisano, «poniamo sempre grande attenzione nello specificare materiali ignifughi e soluzioni spaziali che minimizzino il rischio di propagazione degli incendi: un obbligo legislativo, ma soprattutto un dovere morale».

Andrea guarda nella stessa direzione, anche se con la prudenza di chi ha imparato a non fidarsi dei soli cambiamenti normativi. «Colpa di tutti — dice, ripercorrendo le conclusioni dell'inchiesta — di chi ha falsificato i test, di chi li ha portati a credere che fossero validi, del building control, del fire engineering, dell'architetto». Una responsabilità diffusa che, paradossalmente, rischia di non ricadere in modo pieno su nessuno.

Eppure, al netto delle attese sul processo, qualcosa si è già mosso: le bonifiche degli edifici rivestiti in Acm sono diventate obbligatorie, i costi ricadono sugli sviluppatori e, per gli immobili dei council, sul governo. Un'eredità ancora incompleta, ma che porta il nome di Grenfell. «Non è che si possa dare tutta la colpa a un solo incendio o a una persona sola — conclude Andrea — però da quel punto di vista, Grenfell ha cambiato tutto».

Abitare il post-Grenfell

L'effetto dell'incendio sulla realtà abitativa inglese si misura tra bonifiche ancora in corso, riforme e lezioni da applicare nel quotidiano

Margaret, Marcia e Angel, tre delle protagoniste dei giardini sociali di Hope Gardens, un'oasi di verde e colore in una delle zone maggiormente trafficate e grigie di Londra, nei pressi della stazione di Latimer Road. Fotografie: Gilda Bruno

Semi di speranza: sotto il ponte, qualcosa cresce

Sin dalle prime veglie in ricordo dei residenti venuti a mancare durante il rogo della Grenfell Tower, questo spiazzo nascosto da un ponteggio autostradale ha acquisito un ruolo speciale per chi si batte per un futuro migliore nel loro nome. Foto: Gilda Bruno

Sotto il cavalcavia della Westway, dove il cemento filtra la luce e il rumore del traffico scandisce le ore, c'è un giardino. Non era previsto da nessun piano urbanistico, non è stato finanziato da nessun programma governativo. È nato dalle mani di Marcia Robinson e di chi, dopo il 14 giugno 2017, ha deciso che in quel grigio serviva colore.

Hope Gardens nasce nell'immediato aftermath dell'incendio come risposta diretta al vuoto lasciato dalla tragedia. Un appezzamento di terra al Bay 13 di Maxilla Walk, sotto la A40, trasformato a poco a poco in un'oasi comunitaria: alberi da frutto — prugne, mele, pere — erbe aromatiche che i residenti vengono a raccogliere, fiori e opere d'arte per dar modo alla vita di tornare a vibrare.

La gestione è affidata a Trees 4 Grenfell CIC, la Community Interest Company fondata da Marcia Robinson, con il supporto di volontari come Carlson, artista e insegnante di mosaici, la cui figlia viveva nella torre fino a quattro anni prima dell'incendio, e le volontarie Margaret e Angel, tre dei frequentatori più fedeli del giardino.

Colori sgargianti e slogan inequivocabili: Grenfell vuole giustizia. Nello scatto: Marcia, fondatrice di Hope Gardens, e Angel, una delle volontarie. Fotografia: Gilda Bruno

Il sito è circondato a nord dalla A40, a est da Kingsdown Close, a ovest dal Latymer Christian Centre, e mantiene una linea di vista diretta verso la Grenfell Tower — una prossimità che non è mai stata casuale. Negli anni, questo piccolo polmone verde è diventato anche un passaggio nel senso più letterale: una scorciatoia pedonale tra Bramley Road e Kingsdown Close e, a tutti gli effetti, un crocevia di storie.

«Ho conosciuto persone che non avrei mai visto altrimenti», racconta Margaret. Sulla parete esterna, Carlson ha costruito la Wall of Truth — una superficie di specchi e tessere colorate che racconta la storia dell'incendio. «Di notte, quando le macchine passano e i fari la illuminano, brilla. Attira la gente».

Quello che Marcia, Carlson e gli altri vogliono ora è un passo strutturale: trasformare Hope Gardens in un Ecology Centre. Il progetto, affidato allo studio CMTB Works dell'architetto Christopher Bradley su commissione di Trees 4 Grenfell CIC e Just Solutions 123, prevede la costruzione di un edificio contemporaneo su due piani al Bay 13 di Maxilla Walk, per una superficie totale di 222 metri quadrati.

“A volte mi stupisco di come Hope Gardens vada avanti. È uno spazio guidato da qualcosa di più grande
— Marcia Robinson, fondatrice e consigliere delegato di Hope Gardens

La struttura — pensata come «un albero adagiato su un fianco, con tutte le attività che si diramano da un cuore civico», spiega la fondatrice — includerebbe al piano terra un foyer, un juice bar, una fioreria, spazio per il giardino comunitario, una palestra all'aperto e una sala riunioni; al primo piano, workstation, un media centre e una terrazza-memoriale con vista sulla Grenfell Tower.

I materiali previsti sono moduli di legno lamellare incrociato prefabbricati e assemblati in loco. Esternamente, una «green curtain» di piante rampicanti avvolgerebbe progressivamente l'edificio, contribuendo al corridoio nazionale delle farfalle e creando un habitat per insetti e uccelli.

Nel marzo 2022 il Royal Borough of Kensington and Chelsea ha rilasciato un parere pre-applicativo di Livello 3, firmato dal planning officer Moses Ekole, dichiarando il progetto «accettabile in linea di principio» nella sua collocazione.

Il prospetto principale dell'Ecology Centre su Maxilla Walk: un edificio su due livelli in legno lamellare e acciaio, aperto sulla strada con ampie vetrate. Vegetazione rampicante e murales comunitari si intrecciano con la struttura, trasformando la "pancia" del Westway in uno spazio vivo e permeabile. Rendering: © cm+b works / Trees 4 Grenfell CIC

Il parere ha accolto favorevolmente sia l'edificio che il piano di landscaping, riscontrando compatibilità con la Policy CK1 del Local Plan 2019 e con il Westway Planning Brief del 2012, che indica esplicitamente Maxilla Walk come «luogo dove la comunità si riunisce».

Tra i requisiti tecnici da soddisfare in fase di domanda formale: una Flood Risk Assessment, una valutazione della qualità dell'aria e un'indagine preliminare sulla contaminazione del suolo, data la storia industriale del sito.

Vista storica dalla cima di Whitstable House verso nord-ovest, foto delle basi delle colonne in fase di installazione. Fotografia: Cortesia di RBKC Library

Trees4Grenfell contribuisce all'ecosistema naturale e sociale compromesso dell'area circostante la torre con workshop di giardinaggio che permettono alla zona possa tornare a fiorire. Fotografia: Gilda Bruno

Vista storica di Kingsdown Close (precedentemente Walmer Road), immortalata verso nord in direzione del sito, con Westway soprastante. Fotografia: Cortesia di RBKC Library

Hope Gardens in fiore, fotografata nel febbraio 2026. Fotografia: Gilda Bruno

Il Maxilla Children’s Centre, posizionato sotto le campate 15-16, attorno al 1978. Immagine: Cortesia di Maxilla Archive

Uno dei tanti mazzi di fiori che adornano il sito della Grenfell Tower, un memoriale in perenne evoluzione, tra messaggi di speranza e di denuncia, foto, disegni e ricordi. Fotografia: Gilda Bruno

Guarda la torre, e lascia che fiorisca un’azione capace di cambiare il mondo
— Ben Okri, poeta

La proposta è sul tavolo da oltre quattro anni. Il preventivo originario era di un milione di sterline. Per effetto dell'inflazione, è oggi salito a due. «Due milioni su 340», dice Marcia — riferendosi al budget governativo stanziato per il recovery della comunità di Grenfell. «È meno degli interessi».

Il fondo governativo da 340 milioni di sterline era stato preceduto da un investimento di 28 milioni annunciato nel bilancio del novembre 2017 per le famiglie di Grenfell, i sopravvissuti e la comunità locale, e successivamente integrato da un impegno di 50 milioni di sterline da parte del consiglio RBKC nell'ambito di una Grenfell Recovery Strategy quinquennale (2019/20–2023/24). Ulteriori 7,1 milioni di sterline sono stati raccolti dalla Grenfell Tower Fund della Kensington + Chelsea Foundation — istituita la mattina dell'incendio nel giugno 2017 — a sostegno dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime e delle organizzazioni comunitarie — eppure non c'è ancora alcun edificio a testimoniarlo.

Quando al governo è stato chiesto un rendiconto dettagliato, racconta Marcia, la risposta ministeriale è stata che non vi era alcun obbligo di fornirlo. Nel frattempo, le persone di Grenfell non dispongono di uno spazio dedicato: per organizzare riunioni devono affittare sale, con costi fino a 1.500 sterline ogni volta, spiega.

Il Grenfell Tower Memorial (Expenditure) Bill — descritto dai documenti della House of Lords pubblicati questo mese come «un disegno di legge governativo che consentirebbe di utilizzare fondi pubblici per costruire un memoriale e finanziare lavori correlati» — è ora nelle sue fasi finali in Parlamento.

Voglio vedere una stanza piena di bambini che fanno mosaici. Sarebbe la realizzazione di tutto. Avremmo l'Ecology Centre, e una classe. Questo varrebbe tutto quello che stiamo facendo
— Carlson, volontario di Hope Gardens

«Voglio vedere una stanza piena di bambini che fanno mosaici — dice Carlson —sarebbe la realizzazione di tutto. Avremmo l'Ecology Centre, e una classe. Questo varrebbe tutto quello che stiamo facendo».

Nel 2021, oltre mille moduli di feedback raccolti tra giugno e agosto sul sito di Hope Gardens restituirono un quadro coerente: la comunità chiedeva spazi di aggregazione, connettività internet, luoghi di terapia e apprendimento, un punto di ritrovo per il Silent Walk.

Eppure il giardino resiste, anche senza tutto questo. «A volte mi stupisco io stessa di come vada avanti», ammette Marcia. «È uno spazio guidato da qualcosa di più grande». I ragazzi che avevano 13 anni nel 2017 ne hanno ora 22. Alcuni si sono allontanati. Altri sono tornati. «Nessuno lascerà questa lotta».

Sotto il cavalcavia della Westway, tra una prugna e un mosaico, Hope Gardens aspetta ancora. Non di essere salvata, ma di essere riconosciuta.

Grenfell Tower, June, 2017: a poem by Ben Okri

It was like a burnt matchbox in the sky.
It was black and long and burnt in the sky.
You saw it through the flowering stump of trees.
You saw it beyond the ochre spire of the church.
You saw it in the tears of those who survived.
You saw it through the rage of those who survived.
You saw it past the posters of those who had burnt to ashes.
You saw it past the posters of those who jumped to their deaths.
You saw it through the TV images of flames through windows
Running up the aluminium cladding
You saw it in print images of flames bursting out from the roof.
You heard it in the voices loud in the streets.
You heard it in the cries in the air howling for justice.
You heard it in the pubs the streets the basements the digs.
You heard it in the wailing of women and the silent scream
Of orphans wandering the streets
You saw it in your baby who couldn’t sleep at night
Spooked by the ghosts that wander the area still trying
To escape the fires that came at them black and choking.
You saw it in your dreams of the dead asking if living
Had no meaning being poor in a land
Where the poor die in flames without warning.
But when you saw it with your eyes it seemed what the eyes
Saw did not make sense cannot make sense will not make sense.
You saw it there in the sky, tall and black and burnt.
You counted the windows and counted the floors
And saw the sickly yellow of the half burnt cladding
And what you saw could only be seen in nightmare.
Like a war-zone come to the depths of a fashionable borough.
Like a war-zone planted here in the city.
To see with the eyes that which one only sees
In nightmares turns the day to night, turns the world upside down.

Those who were living now are dead
Those who were breathing are from the living earth fled.
If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower.
See the tower, and let a world-changing dream flower.

Residents of the area call it the crematorium.
It has revealed the undercurrents of our age.
The poor who thought voting for the rich would save them.
The poor who believed all that the papers said.
The poor who listened with their fears.
The poor who live in their rooms and dream for their kids.
The poor are you and I, you in your garden of flowers,
In your house of books, who gaze from afar
At a destiny that draws near with another name.
Sometimes it takes an image to wake up a nation
From its secret shame. And here it is every name
Of someone burnt to death, on the stairs or in their room,
Who had no idea what they died for, or how they were betrayed.
They did not die when they died; their deaths happened long
Before. It happened in the minds of people who never saw
Them. It happened in the profit margins. It happened
In the laws. They died because money could be saved and made.

Those who are living now are dead
Those who were breathing are from the living earth fled.
If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower
See the tower, and let a world-changing dream flower.

They called the tower ugly; they named it an eyesore.
All around the beautiful people in their beautiful houses
Didn’t want the ugly tower to ruin their house prices.
Ten million was spent to encase the tower in cladding.
Had it ever been tested before except on this eyesore,
Had it ever been tested for fire, been tried in a blaze?
But it made the tower look pretty, yes it made the tower look pretty.
But in twenty four storeys, not a single sprinkler.
In twenty four storeys not a single alarm that worked.
In twenty four storeys not a single fire escape,
Only a single stairwell designed in hell, waiting
For an inferno. That’s the story of our times.
Make it pretty on the outside, but a death trap
On the inside. Make the hollow sound nice, make
The empty look nice. That’s all they will see,
How it looks, how it sounds, not how it really is, unseen.
But if you really look you can see it, if you really listen
You can hear it. You’ve got to look beneath the cladding.
There’s cladding everywhere. Political cladding,
Economic cladding, intellectual cladding — things that look good
But have no centre, have no heart, only moral padding.
They say the words but the words are hollow.
They make the gestures and the gestures are shallow.
Their bodies come to the burnt tower but their souls don’t follow.

Those who were living are now dead
Those who were breathing are from the living earth fled.
If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower
See the tower, and let a world-changing deed flower.

The voices here must speak for the dead.
Speak for the dead. Speak for the dead.
See their pictures line the walls. Poverty is its own
Colour, its own race. They were Muslim and Christian,
Black and white and colours in between. They were young
And old and beautiful and middle aged. There were girls
In their best dresses with hearts open to the future.
There was an old man with his grandchildren;
There was Amaya Tuccu, three years old,
Burnt to ashes before she could see the lies of the world.
There are names who were living beings who dreamt
Of fame or contentment or education or love
Who are now ashes in a burnt out shell of cynicism.
There were two Italians, lovely and young,
Who in the inferno were on their mobile phone to friends
While the smoke of profits suffocated their voices.
There was the baby thrown from many storeys high
By a mother who knew otherwise he would die.
There were those who jumped from their windows
And those who died because they were told to stay
In their burning rooms. There was the little girl on fire
Seen diving out from the twentieth floor. Need I say more.

Those who are living are now dead
Those who were breathing are from the living earth fled.
If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower.
See the tower, and let a world-changing deed flower.

Always there’s that discrepancy
Between what happens and what we are told.
The official figures were stuck at thirty.
Truth in the world is rarer than gold.
Bodies brought out in the dark
Bodies still in the dark.
Dark the smoke and dark the head.
Those who were living are now dead.

And while the tower flamed they were tripping
Over bodies at the stairs
Because it was pitch black.
And those that survived
Sleep like refugees on the floor
Of a sports centre.
And like creatures scared of the dark,
A figure from on high flits by,
Speaking to the police and brave firefighters,
But avoiding the victims,
Whose hearts must be brimming with dread.
Those who were breathing are from the living earth fled.

But if you go to Grenfell Tower, if you can pull
Yourselves from your tennis games and your perfect dinners
If you go there while the black skeleton of that living tower
Still stands unreal in the air, a warning for similar towers to fear,
You will breathe the air thick with grief
With women spontaneously weeping
And children wandering around stunned
And men secretly wiping a tear from the eye
And people unbelieving staring at this sinister form in the sky
You will see the trees with their leaves green and clean
And will inhale the incense meant
To cleanse the air of unhappiness
You will see banks of flowers
And white paper walls sobbing with words
And candles burning for the blessing of the dead
You will see the true meaning of community
Food shared and stories told and volunteers everywhere
You will breathe the air of incinerators
Mixed with the essence of flower.
If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower.

Make sense of these figures if you will
For the spirit lives where truth cannot kill.
Ten million spent on the falsely clad
In a fire where hundreds lost all they had.
Five million offered in relief
Ought to make a nation alter its belief.
An image gives life and an image kills.
The heart reveals itself beyond political skills.
In this age of austerity
The poor die for others’ prosperity.
Nurseries and libraries fade from the land.
A strange time is shaping on the strand.
A sword of fate hangs over the deafness of power.
See the tower, and let a new world-changing thought flower.

Grenfell Tower, June, 2017: una poesia di Ben Okri

Era come una scatola di fiammiferi bruciata nel cielo.
Era nera, lunga, bruciata nel cielo.
La vedevi attraverso i tronchi fioriti degli alberi.
La vedevi oltre la guglia ocra della chiesa.
La vedevi nelle lacrime di chi è sopravvissuto.
La vedevi nella rabbia di chi è sopravvissuto.
La vedevi oltre i poster di chi era ridotto in cenere.
La vedevi oltre i poster di chi si era gettato nel vuoto.
La vedevi nelle immagini in TV delle fiamme alle finestre
che salivano lungo il rivestimento in alluminio.
La vedevi nelle foto delle fiamme che esplodevano dal tetto.
La sentivi nelle voci alte per strada.
La sentivi nei gridi nell’aria che invocavano giustizia.
La sentivi nei pub, nelle strade, nei seminterrati, negli alloggi.
La sentivi nel lamento delle donne e nell’urlo silenzioso
degli orfani che vagavano per le strade.
La vedevi nel tuo bambino che non riusciva a dormire,
spaventato dai fantasmi che ancora vagano nella zona,
cercando di sfuggire ai fuochi che li hanno travolti, neri e soffocanti.
La vedevi nei tuoi sogni, nei morti che chiedono se vivere
non abbia alcun senso, essendo poveri in una terra
dove i poveri muoiono tra le fiamme senza preavviso.

Ma quando la vedevi con i tuoi occhi, sembrava che ciò che vedevi
non avesse senso, non potesse avere senso, non avrà mai senso.
La vedevi lì nel cielo, alta, nera e bruciata.
Contavi le finestre e contavi i piani
e vedevi il giallo malato del rivestimento mezzo bruciato,
e ciò che vedevi poteva esistere solo in un incubo.
Come una zona di guerra arrivata nel cuore di un quartiere elegante.
Come una zona di guerra piantata qui nella città.
Vedere con gli occhi ciò che si vede solo negli incubi
trasforma il giorno in notte, capovolge il mondo.

Quelli che vivevano ora sono morti.
Quelli che respiravano sono fuggiti dalla terra dei vivi.
Se vuoi vedere come muoiono i poveri, vieni a vedere la Torre di Grenfell.
Guarda la torre, e lascia che fiorisca un sogno capace di cambiare il mondo.

Gli abitanti della zona la chiamano il crematorio.
Ha rivelato le correnti profonde del nostro tempo.
I poveri che credevano che votare per i ricchi li avrebbe salvati.
I poveri che credevano a tutto ciò che dicevano i giornali.
I poveri che ascoltavano le loro paure.
I poveri che vivono nelle loro stanze e sognano per i loro figli.
I poveri siamo noi, tu e io, tu nel tuo giardino di fiori,
nella tua casa piena di libri, che guardi da lontano
un destino che si avvicina con un altro nome.
A volte serve un’immagine per svegliare una nazione
dalla sua vergogna nascosta. E qui c’è ogni nome
di qualcuno bruciato a morte, sulle scale o nella sua stanza,
che non sapeva per cosa stava morendo, né come era stato tradito.
Non sono morti quando sono morti; la loro morte è avvenuta molto prima.
È avvenuta nelle menti di chi non li ha mai visti.
È avvenuta nei margini di profitto. È avvenuta nelle leggi.
Sono morti perché si potevano risparmiare e guadagnare soldi.

Quelli che vivono ora sono morti.
Quelli che respiravano sono fuggiti dalla terra dei vivi.
Se vuoi vedere come muoiono i poveri, vieni a vedere la Torre di Grenfell.
Guarda la torre, e lascia che fiorisca un sogno capace di cambiare il mondo.

La chiamavano brutta; la consideravano un pugno nell’occhio.
Tutto intorno, le persone belle nelle loro belle case
non volevano che quella torre rovinasse il valore delle loro proprietà.
Dieci milioni sono stati spesi per rivestire la torre.
Era mai stata testata davvero, se non su questo “mostro”?
Era mai stata testata per il fuoco?
Ma la torre sembrava più bella, sì, sembrava più bella.
Ma in ventiquattro piani, neanche uno sprinkler.
In ventiquattro piani, neanche un allarme funzionante.
In ventiquattro piani, neanche una via di fuga,
solo una scala, progettata all’inferno, in attesa
di un incendio. Questa è la storia del nostro tempo.
Rendere bello fuori ciò che è una trappola mortale dentro.
Far sembrare bello il vuoto, far sembrare bello il nulla.
Questo è tutto ciò che vedono: l’apparenza, il suono,
non ciò che è davvero, invisibile.
Ma se guardi davvero, puoi vederlo. Se ascolti davvero, puoi sentirlo.
Devi guardare sotto il rivestimento.
C’è rivestimento ovunque: politico, economico, intellettuale —
cose che sembrano belle ma non hanno centro, né cuore, solo imbottitura morale.
Dicono parole, ma le parole sono vuote.
Fanno gesti, ma i gesti sono superficiali.
I loro corpi arrivano davanti alla torre bruciata, ma le loro anime no.

Quelli che vivevano ora sono morti.
Quelli che respiravano sono fuggiti dalla terra dei vivi.
Se vuoi vedere come muoiono i poveri, vieni a vedere la Torre di Grenfell.
Guarda la torre, e lascia che fiorisca un’azione capace di cambiare il mondo.

Le voci qui devono parlare per i morti.
Parlare per i morti. Parlare per i morti.
Guarda le loro foto lungo i muri. La povertà è un colore,
una razza a sé. Erano musulmani e cristiani,
neri e bianchi e tutte le sfumature nel mezzo.
Erano giovani e anziani, bellissimi e di mezza età.
C’erano ragazze nei loro vestiti più belli, con il cuore aperto al futuro.
C’era un anziano con i suoi nipoti.
C’era Amaya Tuccu, tre anni,
ridotta in cenere prima di vedere le menzogne del mondo.
C’erano due italiani, giovani e belli,
che nell’inferno parlavano al telefono con gli amici
mentre il fumo del profitto soffocava le loro voci.
C’era un bambino lanciato da molti piani
da una madre che sapeva che altrimenti sarebbe morto.
C’erano quelli che si sono gettati dalle finestre
e quelli che sono morti perché gli era stato detto di restare.
C’era la bambina in fiamme
vista cadere dal ventesimo piano. Devo aggiungere altro?

Quelli che vivono ora sono morti.
Quelli che respiravano sono fuggiti dalla terra dei vivi.
Se vuoi vedere come muoiono i poveri, vieni a vedere la Torre di Grenfell.

C’è sempre uno scarto
tra ciò che accade e ciò che ci viene raccontato.
Le cifre ufficiali si fermavano a trenta.
La verità nel mondo è più rara dell’oro.
Corpi portati via nel buio,
corpi ancora nel buio.
Scuro il fumo e scura la mente.
Quelli che vivevano ora sono morti.

E mentre la torre bruciava, inciampavano sui corpi nelle scale
perché era buio totale.
E quelli che sono sopravvissuti
dormono come rifugiati sul pavimento
di un centro sportivo.
E come creature spaventate dal buio,
una figura dall’alto si aggira,
parlando con la polizia e i coraggiosi vigili del fuoco,
ma evitando le vittime,
i cui cuori devono essere pieni di terrore.
Quelli che respiravano sono fuggiti dalla terra dei vivi.

Ma se vai alla Torre di Grenfell,
se riesci a staccarti dalle tue partite a tennis e dalle tue cene perfette,
se ci vai mentre lo scheletro nero di quella torre ancora sta in piedi, irreale nell’aria,
un avvertimento per tutte le torri simili,
respirerai un’aria densa di dolore:
donne che scoppiano a piangere all’improvviso,
bambini che vagano storditi,
uomini che si asciugano di nascosto una lacrima,
persone incredule che fissano quella forma sinistra nel cielo.
Vedrai alberi con foglie verdi e pulite,
e respirerai l’incenso
destinato a purificare l’aria dall’infelicità.
Vedrai distese di fiori
e muri di carta bianca che singhiozzano parole,
e candele accese per benedire i morti.
Vedrai il vero significato di comunità:
cibo condiviso, storie raccontate, volontari ovunque.
Respirerai l’aria degli inceneritori
mescolata all’essenza dei fiori.
Se vuoi vedere come muoiono i poveri, vieni a vedere la Torre di Grenfell.

Dai un senso a questi numeri, se puoi:
lo spirito vive dove la verità non può essere uccisa.
Dieci milioni spesi per un rivestimento ingannevole,
in un incendio dove centinaia hanno perso tutto.
Cinque milioni offerti come sollievo
dovrebbero cambiare la coscienza di una nazione.
Un’immagine dà vita e un’immagine uccide.
Il cuore si rivela oltre le abilità della politica.
In quest’epoca di austerità
i poveri muoiono per la prosperità degli altri.
Asili e biblioteche scompaiono dalla terra.
Un tempo strano sta prendendo forma sulla riva.
Una spada del destino incombe sulla sordità del potere.
Guarda la torre, e lascia che fiorisca un nuovo pensiero capace di cambiare il mondo.

At The Bottom of the Tower. A Poem By Omar El Baghdady in Memory of Hesham Rahman, His Uncle

At the bottom of Grenfell Tower is where I learned to ride my bike, near the green grass area opposite in which the sun would always strike
At the bottom of Grenfell Tower is where I love to play, sometimes with a ball on the swings or on the slide all day
Never could I ever imagine the darkness that would one day loom upon my family, friends, community that night on the 14th of June
I spoke to you just days before, I hugged you one last time, I wish I stayed with you longer oh dear uncle of mine
I searched and searched and had so much hope.
There was all battered and crushed
The moment you were identified that night you turned to dust
At the bottom of Grenfell Tower is where debris started to fall from the fire
Spreading everywhere, the screams the voices that called help, please help, we can’t get out, echoed in the air
And you were on the top floor, so helpless it just wasn’t fair
They promised hope, they promised on the phone
I’m so sorry no-one came
Oh how I wish I could have saved you and helped you down the stairs
At the bottom of Grenfell Tower is now where I go and pray for you and all your neighbours’ souls and lay flowers when I come to stay
Please know I love you and miss you oh dear uncle of mine
I promise justice will be served it’s only a matter of time
At the bottom of Grenfell Tower is where I used to play
At the bottom of Grenfell Tower is where I go to pray

Ai Piedi della Grenfell Tower, Una Poesia di Omar El Baghdady in Memoria di Hesham Rahman, Suo Zio

Ai piedi della Grenfell Tower
ho imparato ad andare in bicicletta,
vicino al prato verde di fronte,
dove il sole arrivava sempre
Ai piedi della Grenfell Tower
mi piaceva giocare:
a volte con una palla,
a volte sulle altalene o sullo scivolo, per tutto il giorno
Non avrei mai potuto immaginare
l’oscurità che un giorno
avrebbe avvolto la mia famiglia,
i miei amici, la mia comunità,
quella notte del 14 giugno
Avevo parlato con te solo pochi giorni prima
Ti avevo abbracciato un’ultima volta
Avrei voluto restare con te più a lungo,
mio caro zio
Ti ho cercato e cercato,
pieno di speranza.
Ma tutto era devastato,
schiacciato
Nel momento in cui ti hanno identificato quella notte
sei diventato polvere
Ai piedi della Grenfell Tower
i detriti hanno cominciato a cadere dal fuoco,
spargendosi ovunque
Le urla, le voci che chiedevano aiuto —
«aiuto, per favore… aiuto… non riusciamo a uscire» —
risuonavano nell’aria
E tu eri all’ultimo piano,
così indifeso
Non era giusto
Promettevano speranza
Lo promettevano al telefono
Mi dispiace tanto
Nessuno è arrivato
Oh, quanto vorrei aver potuto salvarti,
aiutarti a scendere per le scale.
Ai piedi della Grenfell Tower
ora vado a pregare per te
e per le anime di tutti i tuoi vicini.
Quando passo di lì,
porto dei fiori
Sappi che ti voglio bene
e che mi manchi,
mio caro zio
Prometto che giustizia sarà fatta
È solo questione di tempo
Ai piedi della Grenfell Tower
è dove giocavo una volta
Ai piedi della Grenfell Tower
è dove vado a pregare

Nelle immagini: I. la "Wall of Truth", o muro della verità, simbolo e sito di resistenza per eccellenza della comunità coinvolta nell'incendio, nel parcheggio adiacente a Hope Gardens; II. un dettaglio della zona circostante; III. rosario posizionato sulla corona di fiori a forma di cuore che prende vita sotto Grenfell Tower ogni notte; IV. dipinto con cui la poesia "At the Bottom of Grenfell Tower" tinge i muri del cantiere di colore. Fotografie: Gilda Bruno

La piattaforma della metropolitana della stazione di Latimer Road, a pochi passi dalla Grenfell Tower. Video: Gilda Bruno

Spartiacque: ciò che rimane, ciò che attende

Ancora oggi, nel 2026, Hope Gardens resta un'opera incompiuta. I fondi stanziati non hanno tradotto la visione collettiva in realtà. L'Ecology Centre, con le sue promesse di rinascita verde, continua a scontrarsi con ritardi amministrativi, responsabilità frammentate e risorse insufficienti. Alle dichiarazioni pubbliche non hanno fatto seguito decisioni all'altezza, mentre la comunità continua ad attendere risposte che tardano ad arrivare.

Ma è proprio in questo scarto tra promesse e realtà che si chiarisce una verità più scomoda: ciò che è accaduto a Grenfell non è stato solo il risultato di un semplice errore umano, ma di scelte precise, di controlli mancati, di responsabilità che ancora oggi cercano una piena assunzione. E mentre istituzioni, aziende e decisori pubblici continuano a confrontarsi su colpe e conseguenze, è nella comunità che la memoria trova continuità. Nelle voci di chi, come Daniela, persiste nel raccontare i propri figli. Nei muri dipinti da chi, come Carlson, rifiuta il silenzio. Nelle veglie che si ripetono, nei nomi pronunciati ad alta voce quando, altrove, si preferirebbe archiviarli.

Sebbene il futuro della torre sia un interrogativo, una certezza resta: il memoriale più potente non è solo quello che si costruisce, ma quello che si pratica ogni giorno. La storia di Grenfell echeggia nei mosaici e nei graffiti che si moltiplicano sotto le fronde di Hope Gardens, nella determinazione di chi fa di tutto per ricordare e in una sete di giustizia che neppure il prolungarsi delle indagini riesce a saziare. Nelle parole tracciate sui muri di North Kensington da un poeta locale, la promessa rimane: «dalle ceneri, piantiamo». In attesa di un verdetto, qualcosa ha già messo radici.

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