Pensavo fosse amore, invece era una truffa

Dalla manipolazione emotiva sui social alle Scam City del Sud-est asiatico: la macchina internazionale delle truffe affettive

La promessa di una vita migliore e l’illusione di un amore travolgente si sono rivelate un raggiro spregevole. Tutto inizia con una banale richiesta su Instagram, seguita da un timido «ciao». È il 17 gennaio 2020, data che, nel vissuto di Rossana Tescaroli, fa da spartiacque tra un periodo di estrema vulnerabilità e la dolorosa scoperta di essere caduta vittima di truffa affettiva. 

Rossana, 52 anni, ha un lavoro modesto, un marito e una figlia adolescente. Tutti elementi che si discostano dallo stereotipo socialmente riconosciuto di «preda perfetta» per questo genere di crimini online.

Rossana non è sola, eppure la solitudine è il sentimento che ha sperimentato maggiormente in quel periodo.

Da controllore a vittima

Il primo stringente lockdown è alle porte e l’unica finestra sul mondo sono i social media. 

Rossana sapeva utilizzare con una certa dimestichezza queste piattaforme, non era affatto una sprovveduta. Aveva creato il suo profilo un anno prima, nel 2019, con l’unico intento di monitorare sua figlia. Gli effetti causati dall’isolamento forzato e dalla vita in stand-by hanno esacerbato le tensioni quotidiane, determinando, talvolta, la fine di rapporti già incrinati, come in questo caso.

Prima di viverla sulla sua pelle, Rossana ignorava l'esistenza delle truffe affettive. Per questa ragione, intraprende la corrispondenza via social senza troppe precauzioni. È accaduto tutto gradualmente, finché lo scambio quotidiano e costante tra i due non si è fatto più confidenziale. Lei si sfogava, inconsapevole del fatto che mostrando le sue fragilità stesse fornendo al truffatore la pista da seguire per poterla manipolare. 

Sei mesi più tardi Rossana scoprirà che i sogni che le venivano propinati e le speranze che giorno dopo giorno crescevano nel suo cuore erano soltanto fumo negli occhi. Niente di così reale era mai stato così finto. La via d’uscita per sedare il dolore sembra essere soltanto una: il suicidio.

Connessi velocemente

Negli ultimi anni la tendenza a fare conoscenza online, non solo attraverso app e siti dedicati, ma anche tramite i canonici social network, è sempre più diffusa. Utilizzando queste nuove modalità, il rischio di imbattersi in una truffa affettiva è elevato.

Le ragioni che risiedono dietro a questo cambiamento del comportamento sociale sono diverse e trovano spiegazione nella psicologia. Secondo Virginia Mancori, psicologa clinica e forense, il primo aspetto da considerare è la facilità dell’interazione digitale rispetto a quella vis à vis: «Online vengono meno tutte le barriere sociali e tutti quei feedback corporei o vocali che in qualche maniera ostacolano la comunicazione interpersonale». In questo senso, i social fungono da catalizzatore di emozioni. La percezione di sentirsi emotivamente connessi con l’altro è amplificata e ci si sente più liberi di condividere con una persona in modo più rapido e trasparente.

Del resto, trattandosi di comunicazione mediata, è possibile selezionare aspetti di noi che vogliamo far emergere e nasconderne altri. Questo meccanismo contribuisce ad accrescere l’autostima, mettendoci nella posizione di sentirci più sicuri rispetto a quella che è la nostra immagine: «Questa facilitazione - approfondisce la psicologa Mancori - accelera l’intimità e quindi si possono configurare dei rapporti per i quali ci si sente connessi velocemente, all’interno dei quali accade che la persona proietti quelli che sono i propri desideri o bisogni sull'altro e, di conseguenza, venendo meno la conoscenza approfondita dell’altro è molto più facile credere che quelle proiezioni siano reali».  

Insinuandosi tra i vuoti del cuore, i truffatori sono capaci di creare un legame di un’intensità talmente dirompente da offuscare il giudizio e la ragione: «Le truffe affettive si configurano come un sistema che va ad attecchire laddove una persona ha una vulnerabilità, momentanea o prolungata nel tempo».

Sono queste le basi da cui bisogna partire per cercare di spiegare il fenomeno delle truffe affettive.

La vittimizzazione secondaria

Il problema, quando una persona realizza di essere stata truffata, è il forte senso di vergogna e d’impotenza, unito al senso di colpa nei confronti della famiglia e degli affetti.

I giudizi provenienti dall’esterno giocano un ruolo cruciale in questa fase: senza le dovute cautele si rischia di aggravare la situazione in cui la vittima si trova.

La difficoltà nel denunciare e la resistenza a confidarsi con gli affetti deriva proprio dalla paura di essere giudicati. Spesso accade che chi decida di rompere il silenzio si ritrovi nella condizione di essere re-vittimizzato. È per questa ragione che nelle vittime prevale il senso di vergogna.

«Per vittimizzazione secondaria - spiega la dottoressa Mancori - si fa riferimento ad una situazione molto diffusa per cui autorità, istituzioni e amici, svalutano e minimizzano ciò che la vittima ha subito, arrivando ad addossare una parte di responsabilità alla vittima stessa. Questo produce un ulteriore danno, poiché amplifica il trauma». Amici e familiari dovrebbero evitare tutti quei discorsi che spostano il focus sulla vittima, ricordando che la truffa affettiva è una manipolazione a tutti gli effetti, un raggiro sofisticato che compromette la fiducia e l’autostima di chi la subisce. Uno dei rischi fortemente connessi, oltre allo sviluppo diversi disturbi psicologici (ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico), è l’insorgenza di pensieri suicidari con il rischio della messa in atto.

In questo senso «il danno che la vittima subisce va ben oltre quello economico, poiché si riversa a cascata, impattando su tutti gli aspetti della quotidianità della vittima». 

I numeri

A livello generale, rafforzare stereotipi che etichettano le vittime come stupide, disperate o psicologicamente fragili è profondamente controproducente nel far emergere il fenomeno nella sua interezza. Nonostante molti scelgano di non denunciare, questo crimine è in costante crescita, al punto da delinearsi come una vera emergenza. I numeri parlano chiaro: nei soli primi sei mesi del 2024, la percentuale delle vittime è quasi raddoppiata rispetto all'anno precedente.

«Tutti siamo potenzialmente vittime, inevitabilmente la rete ti espone a determinati fenomeni» spiega Roberto Giuli, Commissario della Polizia Postale di Roma. Quello delle truffe affettive è un fenomeno trasversale, colpisce sia uomini che donne. I dati raccolti dalla Polizia Postale mostrano una maggiore presenza femminile tra le vittime di truffa affettiva, allo stesso tempo, gli uomini sono più soggetti a cadere vittima di sextorsion (estorsione sessuale) che è considerata un cybercrime a parte, pur trattandosi di un raggiro : «Una volta che la vittima è stata ingannata- aggiunge il Commissario - i criminali minacciano di diffondere immagini o video compromettenti se non ricevono denaro o altre forme di riscatto».

Piuttosto che di responsabilità il discorso va incentrato sulla consapevolezza degli utenti, dice Giuli: «Responsabilità la associo alla parola complicità, in quanto esseri umani non governiamo tutto e capita di vivere dei momenti di fragilità». L’unico antidoto, per chi vive immerso nella tecnologia, è la prevenzione praticata attraverso l’informazione: «Bisogna attrezzarsi, la consapevolezza è più della conoscenza, si tratta di interiorizzare quest’ultima e farla propria». 

Le truffe affettive sono caratterizzate da elevata complessità sia per quanto riguarda la loro organizzazione, sia per quanto riguarda il processo investigativo. Dietro a questo cybercrimine non si nasconde mai un singolo soggetto, ma gruppi di criminalità organizzata dove ognuno ha mansioni ben precise: la creazione del profilo falso, il gruppo che si occupa di scandagliare la rete attraverso tecniche di social engineering per individuare le vittime, chi si occupa di gestire le conversazioni, intercettando le esigenze delle vittime. Nulla è lasciato al caso, continua Giuli: «La truffa è organizzata così bene che chi c’è dentro non riesce a coglierne i segnali». 

Individuare gli autori e perseguirli penalmente è complicato, perché «una delle caratteristiche principali dei reati che vengono commessi attraverso l’utilizzo dei social o più in generale attraverso i dispositivi elettronici è legato all’internazionalità: fisicamente può avvenire in Italia, ma i dati che il truffatore lascia sono depositati su server che si trovano all’estero, motivo per cui soggiaciono alle norme proprie di quel Paese in cui certi reati non vengono riconosciuti come tali». 

«Tutti siamo potenzialmente vittime. Inevitabilmente la rete ti espone a determinati fenomeni»

- Roberto Giuli -

Le «città della truffa»

Ma da dove hanno origine le truffe affettive?

Esistono luoghi nel mondo in cui network di criminali hanno eretto delle vere e proprie città, la cui esistenza ruota attorno alle frodi informatiche.

Si chiamano scam cities, «città della truffa» e sono localizzate nel Sud-est asiatico. Precisamente sulla linea di confine tra il Myanmar e la Thailandia.

La porta d’ingresso si trova a Mae Sot, a pochi chilometri dalla capitale Bangkok. All’interno del compound più famoso, KK Park, ci vivono circa 50.000 persone. Il personale viene reclutato attraverso falsi annunci di lavoro e una volta passato il colloquio e organizzato il trasferimento, diventa impossibile uscirne. Si parla di una nuova forma di schiavitù che è stata definita «criminalità forzata».

Questi «centralini criminali» sono creati e gestiti da organizzazioni mafiose o milizie locali che le utilizzano come principale fonte di profitto. Secondo l’Onu, che ha stilato un rapporto a riguardo nel 2023, le scam city sarebbero capaci di produrre denaro a ritmo continuo, generando, per chi le controlla, guadagni miliardari.

Il ruolo della consulenza legale

A causa del modus operandi delle organizzazioni criminali ottenere un risarcimento danni risulta molto complicato: «Nella maggioranza dei casi questo tipo di cybercrime viene perpetrato da strutture criminose, generalmente in Africa o in Asia, organizzate come veri e propri call center». A parlare è l’avvocato penalista Luca Panico, il quale ha da poco concluso un processo per romance scam.

Seguire il flusso del denaro risulta un compito altrettanto arduo, poiché al reato di truffa si accompagna molto spesso quello di riciclaggio: «il denaro viene smistato tra soggetti sedenti in Paesi extra-Ue, cosicché lo svolgimento delle indagini diviene particolarmente complesso ed economicamente dispendioso». Nonostante ciò, «avvalersi di un legale in questi casi può fornire una serie di vantaggi alla vittima» spiega Panico. 

«La truffa affettiva rientra pienamente nel delitto di truffa (disciplinata dall’art. 640 c.p.) generalmente aggravato  dall’ingente danno patrimoniale e dalla minorata difesa, in quanto la truffa viene commessa utilizzando il mezzo della rete internet che, per sua natura, offre al truffatore una posizione di vantaggio per celare la sua identità e porre la vittima in una situazione di soggezione».

«Presentando la querela tramite il proprio legale - suggerisce infine Panico - è possibile fornire maggiori dettagli in sede di querela che possono fornire spunti investigativi per l’autorità inquirente. La persona offesa può costituirsi parte civile in sede di giudizio». In questo modo, la vittima può partecipare attivamente al processo per ottenere la condanna al risarcimento dei danni, «abbreviando così i tempi rispetto al giudizio civile che per sua natura ha delle tempistiche molto più elevate».

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