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Napoli ha sempre rappresentato un importante elemento catalizzatore di flussi migratori. I mutamenti culturali che sta determinando evidenziano un legame sempre più complesso tra immigrazione, sviluppo del territorio e reciproca ridefinizione delle rispettive identità di appartenenza.
La trasformazione delle reciproche identità passa per una contrattazione condivisa, una negoziazione proficua che non fa sentire il soggetto immigrato assimilato o acculturato, ma piuttosto riconosciuto fino a riflettersi nell’alterità, così come il soggetto che accoglie non si sente invaso, minacciato dallo straniero, ma piuttosto sollecitato a raccogliere e interiorizzare ciò che è diverso da sé.
Ridefinire i confini
Napoli rappresenta la città del mezzogiorno con la maggiore presenza islamica, secondo i dati Istat.
Il giornalista Ammar Luigi De Martino è stato uno dei primi napoletani, se non italiani, ad essersi convertito all’Islam. Venuto a mancare nel 2019, la sua storia di conversione ci è stata raccontata dal figlio Amir, oggi docente all’Islamic College di Londra:
«Mio padre veniva da un retroscena religioso un po' variegato. Nato in una famiglia cattolica napoletana si convertì da ventenne al protestantesimo evangelico, una conseguenza della presenza di missionari evangelici in Italia nel dopo guerra. Inizia a far parte di quei giovani missionari che andavano di porta in porta dopo aver avuto un po' di tirocinio per quanto riguarda lo studio della bibbia e le questioni della teologia protestante. Da quarantenne però, si era già allontanato dall’attività di missionario evangelico e poi definitivamente dalla chiesa. Questo fu dovuto da una contraddizione che emerse all’interno del suo mondo che vedeva materialismo e capitalismo come logoranti delle virtù umane. La spinta di una ricerca spirituale anche attraverso le letture di Guénon, Burckhardt, Evola lo porterà a considerare l’Islam come un alternativa o rimedio alla decadenza spirituale che si registrava in quegli anni. Questa visione lo spinse ad avvicinarsi ad una destra anti conformista, fu molto interessato alla causa palestinese e dei Mujahidin in Afghanistan.
A Napoli lo scenario religioso era limitato ma era riuscito a prendere contatto con studenti iraniani, iracheni e libanesi. Lì inizio il suo percorso di musulmano non solo singolo ma facente parte di una comunità, grazie all’aiuto di questi studenti.
La conversione all’Islam non ha portato grandi cambiamenti culturali per quanto riguarda il modo di essere italiano ma soprattutto napoletano. Aveva un apertura mentale alle altre culture e a voler aiutare gli altri. Sono queste le caratteristiche che lo spingono a far sì che la sua casa diventi un centro di assistenza sociale, prima nell’ambito della comunità di sunniti poi nel contesto sciita. Inizio le pratiche tipiche dello sciismo, venendosi a creare una comunità di sciiti attorno alla presenza di papà».
L’operato di De Martino da segnato lo sviluppo della comunità sciita a Napoli.
Tra le sue attività a livelli internazionale c’era il raduno annuale a Rimini dove i convertiti insieme ai simpatizzanti si radunano per stringere legami. Dopodiché Ammar diventa parte dell’organizzazione nazionale non governativa fondata dal caposupremo attuale dell’Iran che è Ayatollah Khamenei nel 1990. Ammar diventa portavoce di questa organizzazione a Napoli.
Un islam campano, c’è un sincretismo, la possibilità di respirare il territorio e coniugarla con quelli che sono i valori e i desideri che l’Islam porta con se. Così come ci conferma anche la professoressa Annalisa Di Nuzzo, dell’università Suor Orsola Benincasa:
«Napoli è una città fortemente ambivalente, e anche nelle strade della conversione esiste questo apparente paradosso, emergono alcuni fattori comuni alle diverse tipologie di convertiti, legate a diverse classi sociali: quelle umili, ma anche una borghesia di grande preparazione culturale che ha scelto la strada della conversione all’Islam, emerge un bisogno che è trasversale, una necessità di ritorno al sacro, condivisioni simboliche che il sacro restituisce ai singoli».
Abdallah Massimo Cozzolino gestisce la moschea di piazza Mercato a Napoli a cui si legano molte storie di convertiti, la cui presenza ha sicuramente contribuito a suscitare interesse per la religione islamica e per le comunità musulmane.
« I luoghi di culto islamici si trovano nelle zone adiacenti alla Stazione centrale di piazza Garibaldi, spazi di arrivi, di porta d’ingresso della città, di quartieri multietnici e quindi ideali per realizzare una multiculturalità che non chiude le porte a nessuno – prosegue Di Nuzzo. Il centro è situato in uno dei vicoletti del vecchio mercato napoletano, sull’ingresso c’è un’insegna verde con una scritta per metà in italiano e per metà in arabo».
Nel 2010 Ernesto Pagano e Lorenzo Cioffi hanno girato un reportage dal titolo “cercavo Maradona ho trovato Allah” il titolo – evocativo – si spiega da solo attraverso le parole del protagonista:
«[…] Stavo cercando l’almanacco di calcio e un libro di Maradona. Per puro caso, non so com’è capitato, mi sono dimenticato di quel libro, non lo stavo più cercando. Come se qualcuno mi avesse chiamato, andai all’ultimo scaffale, sull’ultima mensola, presi un libro di colore nero e lessi ‘Il Corano’ in quell’istante mi bloccai…nella mia mente dissi accatt’ stu libr’».
Le parole di Ciro Capone, registrate nel reportage raccontano il momento preciso, intimo, nel quale il giovane si imbatte per caso nel Corano. Vite complesse, stratificazioni ed esperienze molteplici che confermano come la città da sempre nella sua lunga storia rimette in gioco collaudati meccanismi, coniugando ciò che è impossibile altrove, ricontestualizzando vecchio e nuovo, tra tensioni metropolitane ed antichi vissuti della tradizione popolare. «Per Napoli la tolleranza non è solo un modo per sopravvivere, ma costituisce una pratica originale di multiculturalismo» ci sottolinea Di Nuzzo.
Napoli canovaccio di culture?
Stranieri residenti in Italia
Il numero di musulmani in Italia è destinato ad aumentare. Ad indicarlo è uno studio di Pew Research. La ricerca sostiene che, nei prossimi 20 anni, in Italia ci sarà una crescita del +102,1% di fedeli musulmani, che arriveranno a circa 3,2 milioni nel 2030.
I flussi migratori
In Italia, come nella maggior parte dei paesi europei, non esistono statistiche ufficiali sulla confessione religiosa delle persone; per quanto riguarda gli stranieri, si usa in genere attribuire loro la stessa religione del paese di origine. Questo metodo non presenta rilevanti problemi per i paesi dove la religione islamica è la religione esclusiva, o quasi esclusiva.
La presenza di musulmani a Napoli e in Campania è strettamente legata ai flussi migratori che da varie parti del mondo, a partire dall’Africa e dal Medio Oriente, hanno interessato l’Italia e l’Europa nel corso dell’ultimo trentennio.
Si tratta di immigrati che in gran parte fuggono la miseria dei loro paesi. Prima dell’appartenenza religiosa, ciò che accomuna migranti di diverse nazionalità è dunque il desiderio di perseguire opportunità di lavoro e benessere assenti nei loro paesi di origine.
Non essendoci statistiche ufficiali e poco codificate ci sono le fonti che assumono un forte valore di etnografia riflessiva. Uno dei primi lavori è "Cercavo Maradona, ho trovato Allah" di Emanuele Pinto, fino all’ultimo cortometraggio del documentarista Ernesto Pagano ‘Napolislam’.
È molto importante utilizzare queste fonti, oltre ai dati statistici, per ricostruire le modalità di queste conversioni attraverso i vissuti, le singole storie di vita e soprattutto le trasformazioni che hanno vissuto i luoghi di culto guidati da Imam napoletani, dando prova di proficui esempi di transculturalismo. A Napoli tutto diventa una dinamica endogena, nulla è straniero.