Cucire il futuro

Storie di sartorie artigianali e di alternative al fast fashion

Marco il camiciaio. Un artigiano moderno

Pensando a un sarto probabilmente ci si immagina un anziano signore in giacca e cravatta chino sul tavolo da lavoro a creare cartamodelli. Non è il caso di Marco Giannetti. Accolti nella sua bottega ci ha raccontato cosa significhi per lui essere un artigiano e cosa l’abbia spinto a creare camicie su misura.

La camicia è come la tela per un artista. Permette di esprimere la propria creatività e passione.

Nella sua piccola bottega, situata in zona Colli Portuensi a Roma, ogni giorno Marco ha la possibilità di lasciare qualcosa di sé a ogni persona che entra. Clienti affezionati, spesso di lunga data, che lo salutano per nome e che per niente al mondo cambierebbero le sue creazioni per un'anonima camicia sintetica.

Alla fine i capi sartoriali sono una parte della vita del creatore che viene data all’acquirente, si caricano di una vera e propria anima che un capo industriale non potrà mai avere.

Lucha y siesta: ago e filo contro la violenza sulle donne

La sartoria artigianale non è solo un mestiere. Può essere molto altro: persino uno strumento contro la violenza di genere. Un esempio è dato dalla sartoria sociale, il cui scopo è quello di integrare, aiutare e spesso salvare le persone in difficoltà che vi cercano aiuto e supporto.

È il caso della Casa delle Donne Lucha y Siesta, situata a pochi passi dalla stazione della metro A Lucio Sestio, in zona Tuscolano a Roma.

L’8 marzo 2008 un gruppo di donne occupa un edificio dell’Atac, un’ex stazione del tram in disuso. Sarà in questo stabile che verrà istituita una casa, un rifugio per dare alle donne uno spazio per liberarsi dalle violenze di cui sono vittime.

Barbara Tarantino, referente del progetto sartoria di Lucha y Siesta, ci ha raccontato questo ambizioso progetto: insegnare un mestiere come il taglio e cucito alle donne vittime di violenza, in primis per poterle permettere di trovarsi un impiego e potersi auto mantenere, liberandosi dal giogo della violenza economica. L’Eige – European Institute for Gender Equality – definisce questo tipo di violenza come ogni atto “di controllo e monitoraggio del comportamento di un soggetto in termini di utilizzo e distribuzione di denaro, nonché la minaccia costante di negare le risorse economiche”.

In questo laboratorio, che non serve solo a creare oggetti, ma aiutare queste donne a ri-crearsi un futuro e una vita, «lavorare con le mani dà modo di non pensare ad altro, di creare quella socialità che ti aiuta ad affrontare le difficoltà».

Il verbo luchar, in spagnolo combattere, è stato scelto perché la luchadora, ossia la lottatrice di wrestling messicano, è colei «che cerca di sovvertire quelle che sono le regole che la società ci impone e che non sono adattabili a tutte».

È proprio questa lotta che spiega il senso più profondo della sartoria per questa casa: la moda odierna sta perdendo quella che è la differenziazione dei fisici. Siamo sempre più circondati da fisici ideali e spesso il senso della moda contemporanea è quella di far adattare il cliente all’abito, più che l’abito al cliente.

«La moda che ci viene proposta in questo momento” continua la referente «non è accessibile a tutti sia dal punto di vista economico che dal punto di vista fisico».

Ecco che torna il tema dell’artigianalità, perché i clienti che arrivano e che hanno una richiesta hanno la possibilità di interagire con queste sarte e «creare un progetto assieme, scegliendo il tipo di tessuto, la decorazione e il modello».

La sartoria sociale punta ad essere anche un modello di lavoro «sia dal punto di vista di una paga giusta, sia dal punto di vista di sostenibilità alla vita, per far conciliare il lavoro con la famiglia, gli affetti e non essere schiavizzati».

In un mondo che corre alla velocità della luce e dove sembra non esserci tempo al di fuori del lavoro, è stato dimostrato che un’alternativa esiste e che può, e forse deve, essere praticata. Insomma la sartoria artigianale può essere la risposta alla domanda “è possibile lavorare per vivere e non vivere per lavorare”?

Vintage: la storia di Chiara

Quei capi creati dalle mani di artigiani con tessuti duraturi spessissimo sopravvivono ai clienti originari. Tempo fa c’era l’abitudine di conservarli e di riutilizzarli, data l’ottima fattura, per le future generazioni, costituendo una micro-circolarità familiare dei capi.

Poteva capitare, tuttavia, che tali capi venissero dati via, ed è proprio grazie ad essi che si è venuto a creare un nuovo mercato: il Vintage.

Per Roma è possibile trovare molti negozi di abbigliamento vintage. Siamo andati a scoprirne uno: il Mademoiselle Vintage.

Ci ha accolto Chiara Petruccioli, la proprietaria di questa attività, situata a pochi minuti a piedi dalla fermata Pigneto della metro C.

Da sempre appassionata al vintage, alle sue storie e alla moda, ci ha raccontato della sua passione per questo settore e delle caratteristiche positive, in tema di sostenibilità ambientale e circolarità ecologica che il vestire vintage comporta.

Quello che affascina maggiormente del vintage è la storia, o meglio, le storie. Ogni capo racconta un pezzettino di un vissuto di una persona: un abito confezionato per una cerimonia, un maglioncino fatto a maglia da una nonna per la nipote, oppure un giacchetto di pelle per far colpo sulla persona amata.

Ingresso del negozio di Chiara con manichini

Ingresso del negozio di Chiara con manichini

Parte della collezione vintage del negozio

Parte della collezione vintage del negozio

Chiara ci ha raccontato della sua forte passione per gli abiti d’epoca. Tessuti, colori, modelli e stampe che hanno caratterizzato un epoca possono tornare ad essere attuali, magari con qualche adeguamento o modifica. Il senso più profondo del vintage è proprio questo: dare una seconda vita a quegli abiti. Una seconda possibilità di far esprimere all’acquirente il proprio gusto e la propria personalità.

È questa la differenza sostanziale tra il capo artigianale e quello industriale: l’anima.

Marco ci ha raccontato la passione che mette in ogni singola camicia, che «prende l’emozione che in quel momento l’artigiano prova», mentre Barbara ci ha parlato della lotta che quelle donne vittime di violenza combattono ogni giorno e di come i capi che producono riflettano quella voglia di contare e di rialzarsi dall’abisso in cui purtroppo sono cadute.

Per quanto il fast fashion continui a imperversare, non possiamo sacrificare il lavoro di questi artigiani sull’altare del risparmio. Risparmio solo apparente, dal momento che comprare una maglietta al mese è, alla lunga, molto più costoso che acquistare un capo ben fatto e duraturo.

Forse quegli abiti “vecchi” di un altro secolo e un altro tempo hanno ancora qualcosa da dimostrare: che un cambiamento è possibile e che un ritorno al passato può significare un futuro più sicuro e alla portata di tutti.

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