Cent'anni

di Mezzafemne

È una fredda serata dei primi anni del 900. In quegli anni a Locorotondo le temperature sono basse in inverno. Su Via Nardelli - u Lungomàrǝ come lo chiamano i Curdunnìsǝ che abitano il borgo - si vede la luce fioca delle lampade ad olio che illuminano i jùsǝ, piccoli locali in pietra collocati uno affianco all’altro che affacciano direttamente sulla strada. Nascono come stanzini per deposito, ma i proprietari spesso li riutilizzano per ricavarci un piccolo locale da adibire per la loro attività.

È quasi ora di cena ma Filippo Guarnieri è ancora nel suo laboratorio. A Locorotondo tutti lo chiamano Mezzafèmnǝ perché di mestiere fa il sarto. È un uomo dai modi affabili, è socievole e allegro ed è bravo nel suo lavoro. Tutti lo apprezzano e il suo nome è arrivato anche in America.

Mentre è in procinto di finire l'ultimo lavoro della giornata, si riesce bene a sentire il ticchettio regolare dell'ago che entra ed esce dalla stoffa che scorre sulla macchina a pǝdèlǝ (a pedali), mentre u rocchettǝ du filǝ, la rotella su cui è avvolto il filo, continua a roteare. A riscaldare l’ambiente un camino in pietra e, sopra la fiamma, qualche rǝmasuggjǝ dei carboni, gli ultimi rimasti che basteranno a stirare il pezzo di stoffa che ha tra le mani.

Quest'uomo, che nella sua comunità è conosciuto come Mezzafèmnǝ - il soprannome che ha ereditato tutta la famiglia - è nato nel 1868. Non è soltanto un artigiano, uno dei primi di sesso maschile, ma anche un custode di storia e di un mestiere tramandato di generazione in generazione.

Filippo ha sette figli e tre di loro, Ninèttǝ, Fǝdièlǝ e il piccolo della famiglia Mimìnǝ, stanno imparando il mestiere. Una volta a settimana si dedicano all'acquisto della stoffa. Da Locorotondo raggiungono Bari, la grande città, prendendo a lǝttorìnǝ che in due ore farà raggiungere il capoluogo pugliese. Il compito è quello di acquistare una bàllǝ dǝ lèna grèzzǝ , la lana grezza che successivamente, insieme al padre, trasformeranno in matàssǝ tramite il fuso. Fǝdièlǝ, Fedele, è la più bella delle figlie ed è anche la sua musa. Su di lei prova le sue creazioni che si ispirano al suo carisma.

Con le sue mani esperte, Filippo siede curvo sul banco di lavoro. Sul tavolo tutto il necessario per produrre il vestito a pois che la figlia indosserà. Mette gli occhialetti sulla punta del naso. Poi, prende u cuttònǝ da gnǝmè, l'unico adatto per inserire sulla stoffa u ndǝrlàntǝ, ovvero il punto lento che gli farà da riferimento. Ha già segnato con la matita, a làpǝsǝ, dove inserire quel punto dopo aver preso le misure necessarie. Infine, recupera a cusceddǝ, sfila l’ago per la lana, ci infila dentro il cotone dopo averne leggermente inumidito la punta, indossa u discǝtèlǝ sul dito medio della mano destra e inizia a cucire.

La lingua: un ponte invisibile tra i secoli

A raccontare la sua storia è Marilena Cupertino nata nel 1968, cento anni dopo il nonno. Cresciuta a Locorotondo, ha 56 anni, è nipote di Filippo e figlia di Fedele. Appena adolescente, lavora da una sarta. Marilena non ha mai conosciuto suo nonno, ma ne conosce gesti ed espressioni. Nel tempo ha accumulato i racconti su di lui come si raccoglie una preziosa eredità per ricostruire la storia di un mestiere che, a partire dal nome, le appartiene.

«Noi siamo i Mezzafèmnǝ - afferma Marilena - quando cuciamo lo facciamo in suo nome». Nei suoi ricordi nonno Filippo rivive non solo come artigiano, ma anche come simbolo della cultura di un paese che viveva attraverso i gesti e le parole. Come scrisse Pier Paolo Pasolini nel 1951:

"Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”

La lingua è il codice sociale unico per appartenere al mondo che si vive. Così, la memoria di Mezzafèmnǝ, dolce e rassicurante, automaticamente viene rievocata nel silenzio della stanza in cui anche Marilena adesso cuce. I movimenti, e le parole che usa per descriverli, trasportano nel piccolo locale, freddo e buio, in cui cuciva il nonno cento anni prima di lei.

Nonno e nipote parlano la stessa lingua: il dialetto, la lingua del paese, quella che hanno imparato da bambini e che hanno trasmesso ai figli. Il dialetto diventa un filo invisibile che lega entrambi - di due secoli diversi - alla loro stessa terra, ai loro stessi avi, e alla comunità che condivide quelle stesse parole e suoni. Ogni espressione dialettale rivendica vere e proprie identità, un bagaglio sentimentale che non potrebbe essere tradotto con le stesse sfumature in un'altra lingua. Diventa, così, memoria storica di una realtà.

Il peso della storia nelle varietà dialettali

Il dialetto è custode della memoria collettiva, racconta la saggezza popolare e il vissuto quotidiano di generazioni passate. Attraverso questa lingua, un tempo quella madre, si tramanda lo sguardo con cui le persone vivevano il loro tempo e diventa la lente attraverso cui comprendere la società dell'epoca.

Ogni termine ha un suo peso storico e culturale. Ogni espressione, in ogni zona della penisola, ha un significato sociale e geografico che va oltre il mero linguaggio. «[…] non esiste altro ramo della civiltà nel quale, come nella lingua, si possono individuare con altrettanta esattezza le condizioni dell’evoluzione» diceva il linguista Herman Paul. Ne sono d'esempio i proverbi, spesso ricchi di metafore legate alla natura e alla vita rurale, ricchi di praticità e anche di poesia. O anche i geosinonimi, quelle parole che hanno lo stesso significato ma che sono diverse in varie zone dell'Italia. L'intraducibilità di alcuni termini spiega l'irrinunciabilità di questa lingua e il potere evocativo racchiuso nel lessico.

Mario Gianfrate è uno scrittore, storico e docente, nato e cresciuto a Locorotondo. Appassionato del passato, con lui ho avuto l'onore e il piacere di dialogare sul valore storico delle varietà dialettali. Nell'ottica di docente ha riflettuto su idee che potrebbero essere attuate all'interno delle scuole per far conoscere e stimolare la curiosità delle nuove generazioni verso una lingua unica al mondo.

Il dialetto per i Curdunnìsə

I locorotondesi preservano e rivendicano la loro lingua con premura. Locorotondo è un piccolo paese pugliese della provincia di Bari. Sorge su una collina, a 453 m s.l.m., e si affaccia sulla sinuosa Valle d'Itria. «Il dialetto è un ponte tra passato e presente - afferma Marilena - Non si tratta solo di parole, ma di un'intera visione del nostro paese che rischia di scomparire».

Il locorotondese è un microcosmo che racconta la storia di una comunità di 14mila abitanti. Il paese, oggi, è ancora ricco di attività commerciali che scelgono un nome dialettale per identificarsi.

Camminando per le vie imbiancate del borgo, ci si lascia avvolgere dall'odore di sugo impastato con quello della candeggina che le anziane donne, che popolano il centro storico, usano per far risplendere i chianchǝ, la pietra tipica della zona che riveste i vicoletti. Inebriato da questi odori, il dialetto non solo lo senti nel chiacchiericcio continuo delle vicine di casa, ma puoi anche vederlo su insegne e pareti.

Il dialetto in numeri

A distanza di oltre un secolo dal periodo vissuto da Filippo, il dialetto rischia di essere relegato ai margini. La lingua, che evolve con la società, ha subìto il grosso peso dell'italiano a partire dal processo di alfabetizzazione messo in atto dopo l'Unità d'Italia. Ma, quindi, qual è stato l'iter linguistico che ha portato i parlanti a essere madre lingua italiani e non più dialetto.

Il confronto a distanza di un secolo

La globalizzazione e l'urbanizzazione hanno spinto la maggior parte dei parlanti a preferire l'italiano standard, considerato più utile per la carriera e l'integrazione sociale. Seppur in alcuni contesti il dialetto sopravvive ed è ancora vitale, tuttavia, anche la trasmissione intergenerazionale è a rischio.

Le nuove generazioni comprendono le varietà dialettali parlate dai nonni e dai genitori, ma non possono definirsi parlanti. «Il dialetto - spiega Marilena - non è più la lingua della quotidianità, ma sta diventando la lingua dei ricordi». Ed è un processo irreversibile.

In un’Italia che guarda sempre più al futuro, i dialetti resistono come un'eco lontana. Secondo le ultime indagini Istat, risalenti al 2015, il 32% degli italiani parla ancora il dialetto mescolandolo all’italiano. Per il 14%, invece, è ancora la lingua principale, quella dei sentimenti più profondi, del racconto nostalgico del passato e delle cose semplici.

In Puglia, tuttavia, il dialetto conserva ancora una presenza significativa, con circa il 40% della popolazione che lo utilizza regolarmente, soprattutto nelle aree rurali e tra le generazioni più anziane. Il dialetto pugliese si declina in diverse varietà locali, come il barese, il leccese e il foggiano, ciascuno con le sue peculiarità lessicali e fonetiche che riflettono le diverse influenze culturali della regione.

Manuale di sopravvivenza: dialetto e racconti

Filippo a distanza di un secolo e mezzo, rivive nei gesti di Marilena e nelle parole che usa per descrivere lei e lui. I termini dialettali che Filippo utilizzava per interfacciarsi e interagire con il mondo intorno a lui, sono gli stessi che usa Marilena oggi per ricordarlo. Cambiano i secoli, la società, ma restano immutabili le radici.

Salvare il dialetto significa salvare le storie di chi, come Filippo, ha cucito non solo abiti, ma anche identità e sentimenti collettivi. Come un filo unisce lembi di stoffa, il dialetto cuce insieme passato e presente, garantendo che il futuro non perda la trama della nostra umanità.

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