Anche se ho avuto paura

Due storie di migrazione e integrazione

rippling water

Barbarasco, novembre 2023

Tra tutti i posti del mondo in cui Mary e Siaka si sarebbero potuti incontrare, la loro vita si è incrociata in un paese poco conosciuto in Italia centro-settentrionale, importante quasi solo per chi ci vive. Barbarasco è il mio paese, è in provincia di Massa Carrara, in Lunigiana. Prosegue, quasi immutato, la sua esistenza placida. Poche cose sconquassano la sua quiete, giusto gli eventi atmosferici più violenti, qualche perdita tra i membri della comunità, le elezioni del sindaco.

A Barbarasco c’è un appartamento scelto all’interno di un progetto d'accoglienza, adatto per ospitare persone che sono riuscite ad entrarvi. Una base che ha visto molte vite andare e venire anch’esse quiete e silenziose, desiderose e impaurite, di giovani migrati per un futuro diverso, per diversi motivi, da luoghi anche lontanissimi tra loro.

Mary e Siaka sono passati di lì. Scherziamo quando li conosco, perché Barbarasco è per noi la cosa in comune, quel gancio circostanziale che ci permette di condividere almeno qualcosa, fino a quelle ore. «Barbarasco è il mio posto preferito» mi dice Mary, e ride, capendo che da sempre mi sta stretto. Io gli rispondo che sono d’accordo perché, alla fine, per me è la verità.

Mary e Siaka sono arrivati senza niente, a vari anni di distanza. Oggi sono giovani uomini con una vita in mano, speranze concrete, un bagaglio di cose viste e lasciate, di dolore e paura, che si percepisce quando parliamo, anche senza darvi un nome.

Mary

Bamako, capitale del Mali

Bamako, capitale del Mali

Mary è un ragazzo originario del Mali, ha 25 anni, e si presenta eccezionalmente forte e robusto. Ama guidare, fare gite fuori porta nelle città e, più di tutto, ama giocare a calcio. È forte, lo sa, ma dice di sé di non esserlo sempre stato. A 12 anni ha smesso di andare alla scuola coranica scappando in città, la capitale del Mali, Bamako. Allora era ancora piccolo e non poteva lavorare come gli adulti, un grande ostacolo per lui che non voleva l’aiuto di nessuno. Ha perciò fatto il ciabattino per quasi due anni ed è cresciuto.

Ormai più forte decide di partire, è il 2013 e pensa di mettersi in cammino come tanti ragazzi del suo paese, in preda ai disordini politici, povero, seppur molto amato. Lo sanno solo i genitori, non lo dice ad altri perché non vuole essere fermato.

A guardarlo si pensa quanto sia stato fortunato a poter contare sul suo corpo solido, quante ne ha potute superare. Ad esempio, dice che è stato «furbo» in Libia, perché è riuscito a logorare la porta della prigione dove era detenuto come uno schiavo, e poi a scappare. La parola che utilizza – “furbo” – colpisce, perché tendenzialmente viene impiegata in modo bonario, ad indicare la scaltrezza, quell’astuzia che permette di superare le sfide più piccole. Mary la usa per raccontare la fuga da quei posti senza nome e senza legge, dove l’unica logica è la violenza, la tortura e il ricatto. «Sono stato furbo» dice, «e fortunato» perché è riuscito a farla franca, mentre altri no.

"In Libia sono stato furbo, perché una notte ho rotto la porta della prigione e sono scappato.

Alcuni sono stati presi, ma io ce l'ho fatta, sono stato fortunato"

"Non l'ho detto a nessuno che partivo. Sono andato, così, e basta"

Breve excursus sul Mali

Il Mali è uno dei paesi, tra quelli dell’Africa occidentale, a risentire di più dei cambiamenti climatici. La zona centro-settentrionale fa parte di quel territorio chiamato Sahel. Il Sahel è una striscia geografica orizzontatale, che taglia il continente in due parti e i cui confini, a nord, sono delimitati dal Sahara. È un’area soggetta a desertificazione, con conseguente spopolamento a causa di continue carestie e problemi legati all’approvvigionamento idrico. Non stupisce perciò che, per quanto il Mali sia un paese molto esteso, il ventiquattresimo al mondo, sia relativamente poco abitato, e nemmeno che la maggioranza della popolazione si condensi lungo il corso dei fiume Niger e dei suoi affluenti. Nel 2012, la democrazia multipartitica instaurata nel 1992 viene minacciata da un colpo di stato ai danni del presidente Amadou Toumani Touré e, contemporaneamente, da uno scontro scoppiato nelle zone settentrionali tra i militari maliani e i Tuareg ribelli del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad che volevano il riconoscimento appunto della zona dell’Azawad come territorio separato. I Tuareg furono però cacciati da gruppi jihadisti che minarono definitivamente la stabilità del paese imponendo, nelle zone conquistate, la legge della Sharia. Nel 2013 il presidente in carica richiede l’aiuto della Francia, ex paese colonizzatore del Mali, che interviene tramite mandato Onu con l’Operation Serval. Lo stesso anno viene firmato un accordo di pace ma la situazione resta instabile. Dopo elezioni con esito poco chiaro, nel 2020 e successivamente nel 2021 si sono susseguiti due colpi di stato che vedono salire al potere Assim Goïta che ha avvicinato il paese all’area filorussa. 

 

In cammino

Prima di arrivare in Libia la migrazione di Mary inizia dentro all’Africa, per un po’ continua a lavorare a Bamako poi si sposta in Costa D’Avorio e rimane lì fino al 2015, svolgendo tutti i lavori possibili per guadagnare abbastanza in vista del passaggio più difficile attraverso il deserto.

Decide poi di salire a nord. Attraversa con gli autobus il Burkina Faso e così raggiunge il Niger. Trascorre due settimane lì, aspettando il suo turno: pagando delle organizzazioni illegali si può essere trasportati attraverso il Sahara. Mary parte dalla città di Arlit, destinazione Algeria, Tamanrasset.

Sahara

Passa un giorno intero in quella landa spaesante e caldissima, seduto sul cassone di un pick-up, esposto al sole e al vento. Ne esce illeso, seppur stanco, non ci sono bande armate o polizia che interrompano il viaggio, né vite che si perdono per strada, arrivano tutti.

Da quando mette piede in Algeria la vita si fa complicata, ma ormai è lì e deve andare avanti. Lavora, e in qualche modo, tra autostop e mezzi, arriva in Libia.

Libia

Una volta in Libia la vita è la stessa, lavora svolgendo tutte le mansioni richieste, si trova nella parte occidentale. Dopo due mesi si sposta verso il centro, ma al check point viene fermato da dei trafficanti armati e portato in prigione. «Lì vogliono che chiami a casa e ti fai mandare i soldi, poi forse ti liberano». Resta dentro 4-5 mesi, «io non ho chiamato nessuno» dice, poi riesce a scappare. Racconta che di prigioni ne ha cambiate due, la prima – che si chiamava Grabol – è stata bombardata in uno scontro tra milizie. Allora lo spostano in un’altra. Le prigioni sono tendenzialmente palazzine posticce controllate da uomini armati che rubano, praticano torture, uccidono, stuprano.

Ad un certo punto gli ho chiesto ingenuamente se in prigione gli avessero fatto del male. Tra tutte le risposte più o meno possibili la più secca e rassegnata: «per forza». Aggiunge che «lì sei una merchandise», una merce, in francese, «una cosa» aggiungo io. In quella prigione le persone braccate per strada, fermate ai check point, sono oggetti di scambio, servono a guadagnare tramite il riscatto, a rubare loro quello che hanno, quel poco che hanno. In quel posto i carcerieri non hanno da perdere niente, possono praticare le peggiori azioni di mestiere, illesi; i carcerati hanno da perdere tutto anche se non hanno più niente, possiedono solo se stessi e la decisione che hanno preso: andare in Europa.

" In prigione in Libia sei una merchandise, una merce"

Una volta scappato si allontana il più possibile dagli aguzzini. Lavora un po' per riuscire a pagare un taxi. Ha dovuto deviare il check point e tornare indietro verso la frontiera. Dopo alcune notti fuori ha trovato un uomo del Mali, Moulay, che lo ha accolto come un fratello, gli ha dato tanto coraggio. Lui stava male, era triste e pensava di voler tornare a casa; per cinque mesi lavorano insieme e lo mette in contatto con persone che lo avrebbero accompagnato fino al punto adatto a viaggiare per mare.

«Quel che è passato è passato» gli ripete sempre Moulay. Allora prende coraggio, si sposta a nord, raggiunge di nuovo Tripoli, è il 2017. Cerca un mezzo su cui partire, lo trova, paga. Gli tocca un gommone.

 

In mare

In mare aperto il carburante finisce, su quel mezzo ci sono 120 persone e 10 bambini, senza coperture. Le onde li trasportano per ore e loro aspettano, pensandosi già morti. Poi arriva «una barca grande», è la Guardia Costiera italiana. Vede la Sicilia, è arrivato.

Siaka

Siaka è un ragazzo molto saggio. Quando parla di sé e del suo viaggio fa sempre riferimenti storici, conosce perfettamente la situazione politica del suo paese di provenienza, la Costa D’Avorio, ma anche dei paesi vicini. Il suo racconto è diverso da quello di Mary, è intriso di cose accadute alle quali ha dato un significato oggettivo. Ad esempio, parla della guerra come frutto della miseria:

«C’è sempre la guerra da noi perché chi ha potere si approfitta sempre dei poveri, allora quelli prendono le armi, ma poi si ricomincia da capo»

È scappato da adolescente durante la crisi in Costa D’Avorio, era il 2011.

Breve excursus sulla storia recente della Costa D'Avorio, fatto da Siaka

Mi spiega che nel 2002 i militari ribelli del generale R. Guëi, che aveva destituito il presidente in carica nel 1999, ma perso le elezioni, attaccano il paese e ne conquistano una considerevole parte a nord. Lo stato, ormai diviso in due, è rimasto tale per molti anni, nonostante i tentativi di mediazione e pacificazione compiuti dalla Francia nel 2003 e poi del Burkina Faso nel 2007. Il presidente in carica era Laurent Gbagbo, l’avversario di Guëi. Nel 2010 le elezioni presidenziali hanno determinato la vittoria di Alassane Ouattara. Ma Gbagbo, contestando il risultato, non voleva lasciare il potere. Nel 2011 inizia così la guerra civile. Moriranno più di 3000 persone. In aprile Gbagbo viene arrestato e Ouattara, eletto nuovo Presidente, governa ancora oggi, è alla terza elezione. «Non è una democrazia, il presidente è adorato come un dio, se fai dissidenza puoi essere arrestato in mezzo alla strada. Aveva detto che voleva fare solo 5 anni ma alla fine è ancora al potere da 15 anni, è come un re».

[Proteste per rielezione di Ouattara, 2020, photo credits: voanews.com]

Via dal pericolo collaterale

Siaka scappa perché «la guerra non è solo tra i due che prendono le armi, è stata una guerra urbana. Poteva morire chiunque; sono le morti collaterali, lanciano una bomba in una casa comune e muori».

Arriva in un campo profughi in Burkina Faso, al confine con la Costa d'Avorio. Lì c’era la Croce Rossa ad accogliere chi scappava, ma la situazione era brutta, arrivavano persone continuamente e il cibo scarseggiava. Decide di lavorare da solo e non stare nel campo, ormai era uscito dal suo paese, tanto valeva non fermarsi.

Dopo qualche tempo, decide di andare in Libia assieme ad un ragazzo, anche lui ivoriano, che consce in Burkina Faso. Vanno in Niger, ad Agadez, aspettano due settimane prima di attraversare il deserto. Passando per quella via la tratta è molto lunga, ci vogliono giorni, 5 per Siaka. Nel pick-up che prende viaggia nella cabina, dove si può stare più protetti. Durante la traversata soffre la sete, «l’acqua è calda, non ti disseta mai». Nessuno li ferma, il viaggio va bene. Arriva in Libia.

Approfondimento sul viaggio nel deserto e sul Niger

Ph. Credits: Getty images

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"Nel deserto l'acqua non disseta mai"

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In Libia, cioè la giungla

In Libia si era appena conclusa la guerra che aveva posto fine al regime di Quaddafi, il quale era stato ucciso. Perciò, quando Siaka arriva, trova il paese in fase di ricostruzione, anche se ancora dilaniato dai combattimenti. C’era bisogno di manodopera, si lavorava per scaricare i materiali, come muratori, facendo le pulizie. Il clima generale era insicuro, lo ripete spesso, la guerra poteva essere finita ma la guerriglia no, c'erano violenza e rapine continuamente. Libici con libici, libici contro persone dell’Africa sub Sahariana. Aggiunge che «il razzismo è ovunque, gli africani del nord con quelli del sud, ma anche tra etnie».

In Libia non è andato in carcere, riferendosi al fatto che Mary mi aveva appena raccontato la sua esperienza, «è solo fortuna». «A Tripoli ho trovato delle famiglie originarie della Costa D’Avorio»; in particolare, conosce un ragazzo che viveva lì da tanti anni, lo contattava se aveva bisogno di lavoro, di informazioni o di un posto sicuro.

Parla della Libia come di una foresta, o meglio, una giungla. Dovunque potevi essere derubato poiché l’autorità non aveva, di fatto, il comando. Le armi le possedevano tutti, il potere era di chi ti puntava un fucile contro. Potevi morire ogni minuto, in mezzo alla strada, anche per mano dei ragazzini libici.

Passano quasi due anni, cambia ogni tipo di lavoro, e quando è lì sente le persone che parlano di andare in Italia. Ormai ha fatto tanta strada e decide di intraprendere il passo finale.

Paga qualcuno che gli permetta di avere un posto su una barca, è autunno e le condizioni per la traversata stanno peggiorando.

 

Sotto al motore

Sulla barca che gli viene assegnata salgono tantissime persone, solo una volta in Italia scoprirà che tra uomini, donne e bambini, erano in 400. Il mezzo è un barcone malmesso di legno, con una stiva e una cabina per il capitano. Iniziano la traversata, Siaka sta sotto, con gli uomini.

In pieno mare il motore della barca si rompe, restano in balia delle onde dalle 4 di mattina alle 5 di sera, «aspettavamo la morte, rimanendo calmi come ci hanno detto i soccorsi». La Guardia Costiera, infatti, dice loro di stare il più fermi possibile, se la barca si fosse rovesciata sarebbe stata una tragedia. Siaka è proprio sotto al motore da cui cadono gocce di carburante. Quel materiale assieme alla salsedine gli brucia la faccia, lo zigomo e la guancia.

Dopo più di 10 ore sentono un elicottero, sono stati avvistati, sono salvi. Siracusa, Italia.

 

Per poter restare

Mary dalla Sicilia viene presto spostato a Massa, in Toscana, in un centro di accoglienza straordinaria, dove resta per 6 mesi, richiede l’asilo, e aspetta. Nel frattempo, inizia a studiare l’Italiano.

Per due anni vivrà poi a Fosdinovo, un altro comune della provincia e, con impegno, raggiungerà il livello A1 e poi A2 di lingua italiana. Nel 2019 accede ad un progetto Sprar, mentre ancora è in corso l’iter per il rilascio del suo permesso di soggiorno. Per un po’ vivrà proprio a Barbarasco, poi ad Aulla.  In quel periodo studia ancora, ottiene il B1 di Italiano e supera l’esame di terza media. Sente il bisogno di lavorare al più presto. In verità mi dice che per un po’ ha provato a frequentare le scuole superiori, ma il percorso era troppo lungo, tre anni erano tanti per la sua situazione. Dice «il mondo è diverso per voi», lui sentiva l’urgenza di diventare autonomo il prima possibile, sacrificando l’educazione, almeno per quel momento.

Per diversi mesi ha frequentato un corso a Modena, per diventare saldatore, viaggiando tutti i giorni in treno. La città non gli piace, preferisce la Lunigiana, che è campagna ed è tranquilla, e poi ha imparato a conoscerla.

Nel 2022 è riuscito ad ottenere un permesso di soggiorno di 5 anni, 5 anni dopo essere arrivato.

Per Mary è una buona notizia, la migliore. L’iter è però stato molto lungo: infatti, una volta che i migranti esprimono la volontà di ottenere un permesso di soggiorno vengono messi in attesa di un’audizione da parte di una commissione preposta ad ascoltare il loro caso particolare e valutare se, nelle motivazioni della partenza – e perciò della volontà di restare –, ci siano ragioni sufficienti per emettere tale permesso.

La prima volta la richiesta di Mary non è stata accolta, 4 mesi dopo l’audizione il giudice ha emesso esito negativo. Ha fatto ricorso e, questa seconda volta, è riuscito a ottenere un permesso per poter restare.

«Nessuno va più via», mi dice con un sorriso.

 

Siaka mi racconta che, dopo lo sbarco, è rimasto una settimana in Sicilia, poi è stato spostato anche lui a Massa, era già novembre. A dicembre passa qualche tempo ad Aulla, in una struttura grande. Poi entra nel progetto Sprar e vive a Barbarasco, in un appartamento nel centro abitato. Lì ha studiato, ottenuto l’A1 e A2 di italiano, portato a termine due corsi di formazione. È strano che in tutto quel tempo non abbia mai visto Siaka, ma nemmeno Siaka ha mai visto me. 600 anime, ma non ci siamo mai incrociati.

Ha studiato per diventare cuoco, e fatto un tirocinio da pizzaiolo; infatti, la cucina è oggi una sua grande passione. Poi ha frequentato un corso da montatore di ponteggi. Nel frattempo, anche per lui, si è svolto l’iter per il permesso di soggiorno.

Quando Siaka ha lasciato la Costa D’Avorio era il 2011, e c’era la guerra. È arrivato in Italia nel 2014, riesce a sedersi e raccontare la sua storia alla commissione nel 2015, la guerra è finita nel frattempo. Siaka sa che tornare a casa in quel momento sarebbe stato per lui uno svantaggio, per questo si è molto scoraggiato dopo la prima bocciatura da parte della commissione. Più avanti, un altro giudice gli ha accordato un permesso di soggiorno, per due anni.

La storia di Siaka è la medesima per moltissimi migranti: da quando scappano da certe situazioni, a quando vengono auditi dalla commissione, passano anni e spesso l’instabilità politica e le condizioni pericolose nei paesi di partenza si risolvono e si stabilizzano, così le motivazioni per restare diventano deboli.

Siaka riflette su questa cosa e mi dice «per questo molti scappano e vanno nella strada diventando delinquenti. Devi aspettare, e aspettare, e hai visto delle cose brutte prima di arrivare. Poi ci sono persone brave e cattive, come da tutte le parti, non è che sono tutti bravi, ma a volte è dura non perdere la speranza. Io penso che sono stato 4 anni senza lavorare, facendo volontariato sì, ma avrei desiderato essere autonomo, potevo andare via, ma sono stato paziente, dopo tanta strada».

 

 

 

Quando si intraprende un viaggio della pericolosità di quello compiuto da Mary e Siaka lo si fa perché si vuole un futuro diverso. Le ragioni e le condizioni di partenza possono essere qualsiasi. Spesso se ne dà un giudizio in base alla necessità che si crede possa esistere tra queste e l’effettiva scelta di andare. A mio avviso non è l’atteggiamento giusto, seppure ricalchi l’idea che sta alla base delle nuove normative italiane in materia di immigrazione. Non c’è deserto che tenga, mare impervio, barca posticcia; dallo studio della storia si sa bene che l’umanità non si è mai fermata di fronte a niente.

Fortunatamente Mary e Siaka mi hanno detto di essere felici, «sono autonomo» mi dice Siaka. Oggi entrambi hanno una casa, un lavoro, degli affetti, una macchina; sono tranquilli, mi ripetono. Sempre è stato chiaro che sono stati amati nei luoghi da dove vengono, Siaka è riuscito anche a tornare in Costa D’Avorio e visitare la sua famiglia, Mary la sente sempre.

Oggi Mary lavora come saldatore in un'impresa della Lunigiana. Vive con un amico e sta anche studiando per prendere la patente C1: vuole aggiungere un tassello alle cose che sa fare, manca solo l’esame di teoria e si sta impegnando molto. Ha molti amici, viaggia spesso, ama gli occhiali da sole, appena può gioca a calcio.

Siaka è fieramente il caposquadra in una ditta di ponteggi della zona; è stato assunto dopo il tirocinio per concludere il suo corso di formazione. Essendo un dipendente ha potuto convertire il suo permesso in permesso di lavoro. I datori di lavoro, dopo di lui, hanno assunto altri 7 ragazzi africani immigrati.

Il suo sogno oggi è riuscire a mettere da parte abbastanza per visitare il Sud America, in particolare la Colombia, perché ha scoperto che ci sono molte affinità culturali col suo paese.

Quando Siaka è tornato in Costa d'Avorio si è sentito cambiato:

«Ho avuto tante esperienze, dal mio punto di vista non pensavo, poi invece torni al tuo paese e hai un’altra idea del mondo. Anche qui in Italia, chi se ne va prende un’altra mentalità. Da me si dice “se non esci non vedi tante cose”, quando sono tornato l’anno scorso non parlavo e le persone mi dicevano “cosa pensi?”. Era strano per me. Era un strano vedere e capire come pensavo una volta tornato rispetto a quando sono partito, non riconoscevo più nemmeno dove era prima la mia casa, non me lo ricordavo, mi sembrava tutto nuovo».

Gli chiedo se oggi aspira a qualcosa in più:

«Noi che siamo nati così, andiamo dove la natura ti porta», risponde. Come a dire che anche laddove c'è un sogno, per i ragazzi come loro la realtà è l'unica guida.

L'umanità non si è mai fermata di fronte a niente

Raccontare l’immigrazione attraverso le storie di Mary e Siaka ha il preciso scopo di umanizzare un fenomeno spesso vissuto in modo distante, molto più spesso solo come un problema.

Davanti al dolore, alla violenza, alle privazioni, è più facile che si mostri quel legame così atavico ed elementare, e così complesso e non scontato, che è la fratellanza. Nel dolore sei mio fratello, perché il mio corpo, nel momento in cui leggo di te torturato, la mia anima, mentre ti leggo disperato, sanno intercettare quel sentire, sono con te.

Il rischio di raccontare l’immigrazione solo attraverso le storie di dolore, o di coraggio, comunque drammatiche nel loro sviluppo, è quello di alimentare l’idea che sia solo la negatività del percorso a poter/dover giustificare lo stesso. Qualcuno la chiama estetica del dolore.

Raccontare le storie di Mary e Siaka non vuole essere questo, nella tragicità del viaggio c’è un dato che non deve sfuggire, l’arrivo, e la vita, dopo.

L’autonomia di questi ragazzi è dipesa da un sistema di accoglienza che nel loro caso ha funzionato, e ha permesso, in generale, negli anni, di raggiungere buoni risultati in fatto di integrazione. L’immigrazione è soprattutto questo, una risposta alle storie come quelle di Mary e Siaka.

Tuttavia, possiamo dire oggi, come paese, come Unione Europea, di essere sulla buona strada?

Per comprendere meglio come è nato, come si è strutturato e come funziona il Sistema di accoglienza in Italia:

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