"Rape culture" e stupro normalizzato
In quasi mezzo secolo sono cambiate le norme contro lo stupro, sono aumentate tutele e sanzioni, dallo stalking al femminicidio, ma il diritto resta scollato dalla realtà: ancora oggi, la società continua a incoraggiare - o minimizzare - forme di abuso, di prevaricazione e di sessismo, spesso colpevolizzando le vittime
Trentasei ore di sevizie, di violenze e di agonia e una pagina di storia che non verrà mai cancellata. Il massacro del Circeo, uno dei più atroci femminicidi della storia, ha turbato le coscienze dell'Italia intera, sconvolto l’immaginario collettivo, incidendo emotivamente sui contesti sociali e anche sul diritto. Un evento che ha portato alla modifica delle leggi in materia di stupro e violenza sessuale, ma che resta ancora terribilmente attuale, perpetuandosi nella cronaca quotidiana di altre storie di donne abusate. E anche uccise.
Il massacro del Circeo
Il ritrovamento di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti
Il ritrovamento di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti
Roma, settembre 1975. Rosaria Lopez (19 anni) e Donatella Colasanti (17 anni) conoscono Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira, tre giovani della borghesia capitolina, di buona famiglia. Almeno apparentemente. Dopo qualche giorno, esattamente il 29 settembre, Izzo e Guido invitano le due ragazze a una festa a San Felice Circeo. Donatella e Rosaria accettano. Ma non era una festa. Arrivate nella grande villa di Ghira, figlio di un noto imprenditore romano, inizia il calvario. Le due amiche vengono sequestrate, massacrate di botte e stuprate.
Gli aguzzini fanno branco. Guido e Izzo si accaniscono prima su Rosaria: la stordiscono e immergono ripetutamente la sua testa nella vasca da bagno. Rosaria annaspa, soffoca. Muore. Vogliono uccidere anche Donatella, che è stremata dalle torture, ma ha ancora un barlume di coscienza. Capisce che ha una sola possibilità per salvarsi la pelle: fingersi morta. Dopo l’ennesima violenza, chiude gli occhi e trattiene il respiro. Gli stupratori la credono ormai senza vita. Rinchiudono i due corpi martoriati dentro il bagagliaio della Fiat 127 di Guido e partono per Roma.
La testimonianza di Donatella Colasanti
In città, i tre fanno come se nulla fosse: vanno a cena in un ristorante in viale Pola, al quartiete Trieste . Ma Donatella, chiusa nel bagagliaio con Rosaria, è ancora viva. Raccoglie le ultime forze che le sono rimaste e inizia a gridare e a sferrare colpi contro il cofano della vettura. Un metronotte sente i rumori, si avvicina e allerta una volante dei carabinieri. È così che Gianni Guido e Angelo Izzo finiscono in manette, nel carcere di Latina, mentre Andrea Ghira è latitante. Con la sentenza di primo grado, i tre sono condannati all'ergastolo.
Ghira riesce a fuggire in Spagna e adotta il falso nome di Massimo Testa de Andres. Nel 1994 muore di overdose a Melilla, dove si era stabilito, e la sua identità viene scoperta solo nel 2005, quando il cadavere è riesumato e identificato attraverso esame del Dna.
Nel 1980, dopo una dichiarazione di pentimento e l’accettazione da parte della famiglia di Rosaria Lopez di un risarcimento, la sentenza di Guido viene modificata in appello e ridotta a trent’anni. Dopo poco, l’assassino riesce a evadere dal carcere di San Gimignano e si rifugia a Buenos Aires, dove viene riconosciuto e arrestato circa due anni dopo. In attesa dell'estradizione, il 17 aprile 1985 fugge nuovamente e raggiunge il Libano. Nel 1994, però, viene catturato a Panama ed estradato in Italia.
Nel 1993, approfittando di un permesso premio, Izzo si allontana dal carcere di Alessandria ed espatria in Francia. Viene poi catturato a Parigi ed estradato in Italia.
Il processo
Il processo contro Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira inizia a Latina nel giugno del 1976. Diverse associazioni femministe, provenienti da tutta Italia, si costituiscono parte civile. È una rivoluzione. Gli imputati vengono condannati all’ergastolo per omicidio premeditato. Ma per le femministe non è sufficiente. Non vogliono semplicemente una punizione. Chiedono di cambiare la legge e le coscienze. Ed è proprio quello che da lì a poco sarebbe accaduto. A difendere Donatella c'è l'avvocata delle donne Tina Lagostena Bassi.
Quando lo stupro era reato contro la morale
La battaglia delle donne
Il massacro del Circeo ha rappresentato uno spartiacque, un prima e un dopo per i diritti delle donne. Basti pensare che, a quei tempi, alla fine degli anni ’70, lo stupro non era ancora considerato un crimine contro la persona, ma un delitto contro la morale ed il buon costume.
Le donne iniziano una dura battaglia per il riconoscimento dello stupro come reato contro la persona. Per il femminismo è un periodo carico di rivendicazioni, alle quali si aggiungono importanti conquiste giuridiche: nel 1970 si approva la legge sul divorzio, nel 1971 la legge sulla parità di genere nel mondo del lavoro, nel 1978 la legge sull’aborto. Nel 1981, poi, si abroga il matrimonio riparatore e nel 1996 – finalmente - il reato di violenza sessuale viene riconosciuto come delitto contro la persona, disciplinato dagli art. 609 bis e ss. del Codice penale
Gianni Guido durante il processo (Foto Archivio Luce)
Le immagini di un incubo
Ma i tribunali proteggono le vittime?tbunali proteggono le vittime?
In uno Stato di diritto, le leggi, la morale ed i tribunali dovrebbero camminare di pari passo, seguendo uno stesso filo conduttore. In Italia, però, spesso questo non avviene: nel 1999, la Corte di Cassazione ha stabilito che è «impossibile» commettere violenza carnale su una ragazza che indossa i jeans. Per tale motivo, ha assolto un istruttore di scuola guida. Nel 2006, sempre la Cassazione ha stabilito che una quattordicenne non può aver subito violenza dal patrigno: «Avendo già avuto delle esperienze – si legge nelle motivazioni della sentenza - sarebbe dovuta essere in grado di dominare un rapporto di questo genere». Nei giorni scorsi, il un bidello che aveva palpato una studentessa minorenne, infilando le mani nei suoi pantaloni e sotto gli slip, è stato assolto dal tribunale di Roma. Motivazione? La palpata è durata “solo” dieci secondi, un tempo troppo breve per considerarla come violenza. E altri casi di cronaca (quello di Ciro Grillo, figlio di Beppe, fondatore e garante dei Cinquestelle, o di Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, ancora da accertare) confermano la tendenza a colpevolizzare le donne.
«Se l'è cercata»: così il massacro del Circeo è tutti i giorni
Il processo del Circeo fu contrassegnato da una profonda misoginia. Stando alle fonti dell’epoca, Donatella e Rosaria, in fondo, «se l’erano un po’ cercata». In particolare, Angelo Palmieri, avvocato di Guido, durante la sua arringa dichiarò: «Se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla». Dichiarazioni che fanno rabbrividire, specie se si pensa che sono state rese all’interno di un tribunale, luogo per elezione simbolo di dignità e giustizia.
Anche i giornali sposarono la retorica del «se l’è cercata». In alcuni quotidiani dell’epoca si scrisse che le ragazze «avevano imboccato la strada sbagliata» per uscire dalla periferia. Frasi che giustificarono – o provarono a giustificare – il male loro inflitto e che ricordano titoli più recenti: «Ubriache fradice al party, violentate».
In effetti, quando si tratta di processi per violenza sessuale, l’opinione pubblica viene spesso condizionata da un pregiudizio sociale, per cui, inspiegabilmente, alla donna vengono attribuite delle responsabilità. O perché ha bevuto o per come era vestita oppure perché indossava un perizoma: ogni circostanza si tramuta in una colpa. Del resto, se nel 2023 alle donne viene ancora chiesto cosa indossassero al momento dello stupro, è facile intuire che il massacro del Circeo non si sia consumato solo la notte tra il 29 e 30 settembre del 1975. Il massacro è proseguito anche dopo, fra le tante aule dei tribunali, in cui si continua ancora a bisbigliare: «In fondo, se l’è cercata». Una formula che è espressione di una diffusa “rape culture”, la cultura dello stupro, quel sistema che normalizza, depenalizza e sminuisce la violenza di genere, screditando l’esperienza traumatica subita dalle donne.
Le femministe di Latina
Il 4 febbraio del 1986 sedici donne danno vita all’associazione “Centro Donna Lilith”. L’associazione diviene centro antiviolenza nel 1991, uno fra i primi in Italia, nato proprio dal movimento femminista creatosi a Latina, negli anni del processo, contribuendo a un cambio della mentalità e della giurisprudenza, anche se gli effetti non sono stati immediati.
È stata la forza e la determinazione di quel gruppo di donne, e di altre femministe accorse a Latina da tutta Italia, a porre le basi per il cambiamento del Codice penale. Inizialmente “Lilith” istituisce una linea telefonica di ascolto (1991), ma fu un'esperienza brevissima (15 giorni), perché, come sostiene una delle socie storiche Daniela Truffo, «le donne si presentavano direttamente al Centro, avevano bisogno di uno spazio fisico, un luogo dove essere ascoltate, credute e non giudicate».
Le fondatrici del Centro Donna Lilith
Centri antiviolenza e case rifugio
I primi centri antiviolenza nascono negli anni ’90 a Roma, Bologna e Milano. Si trattava di gruppi di autocoscienza femminista, caratterizzati da un’intensa partecipazione politica: “partire da sé” era lo slogano politico, per interrompere il ciclo della violenza diffusa. Le donne, madri, mogli, figlie, iniziano a denunciare la violenza subita da parte dei mariti e dei padri. Prendono coraggio con il supporto di altre donne, decidendo così di allontanarsi dalla famiglia. È un vero e proprio attacco alla struttura patriarcale su cui fondava la società di allora. La prima casa rifugio viene fondata nel 1989, ed in soli dieci anni i centri antiviolenza in Italia diventano settanta. Nel 1998 si riuniscono per la prima volta in un convegno nazionale a Ravenna. È qui che emerge la necessità di condividere alcune pratiche politiche comuni. Oggi sono impegnate in attività di “advocacy” per spingere i governi ad attuare politiche per contrare il fenomeno dalla violenza verso le donne.
Prima di allora le donne vittime di maltrattamenti non avevano nessuno a cui rivolgersi. Il divorzio era un fatto eccezionale, e le donne spesso erano schiave di relazioni violente senza alcuna via di scampo. Oggi invece, le tante strutture di supporto offrono assistenza e servizi, garantendo sempre l’anonimato delle vittime: colloquio di accoglienza, consulenza psicologica, consulenza legale, orientamento ad altri servizi offerti dal territorio. I centri che aderiscono all’intesa Stato-Regioni accompagnano le donne anche in percorsi di autonomia economica e abitativa. La reperibilità dei centri è solitamente garantita 24 ore su 24 con un numero di emergenza sempre a disposizione.
Denunce ricevute dalle forze dell'ordine per violenze sessuali dal 2014 al 2021
Denunce ricevute dalle forze dell'ordine per violenze sessuali dal 2014 al 2021
Panoramica degli omicidi volontari consumati e nello specifico di quelli con vittime donne, nel triennio 2020 - 2022
Panoramica degli omicidi volontari consumati e nello specifico di quelli con vittime donne, nel triennio 2020 - 2022
Dalla Convenzione di Istanbul al Codice Rosso
In tema di reato di violenza sessuale, il cambiamento più importante è stato determinato dalla ratifica della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2013. Tale normativa disciplina la violenza di genere in due direzioni: quello della violazione dei diritti umani e quella della discriminazione.
L'Italia ha ratificato la Convenzione di Istambul nel 2013
In Italia, la più importante innovazione legislativa in merito alle violenze di genere è stata la legge 19 luglio 2019 n.69 (c.d. “Codice Rosso”), che ha previsto l’accelerazione delle procedure per alcuni reati, tra cui maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale. Con un nuovo disegno di legge, approvato il 7 giugno scorso, il governo ha poi programmato nuove misure verso chi esercita violenza contro le donne, tra cui l’applicazione automatica del braccialetto elettronico ed il distanziamento minimo di 500 metri dalle vittime. Prima di perfezionare le leggi e siglare accordi, però, sarebbe necessario costituire nuovi orizzonti culturali.
Cultura e linguaggio patriarcali
«A fondamento della violenza maschilista contro le donne si ritrova sempre una medesima aspirazione: sopprimere la loro libertà». Così Massimo Recalcati, psicoanalista italiano, in merito al fenomeno della violenza di genere. «Nella storia dell’Occidente, la superiorità del maschio è stata veicolata da diversi dispositivi sessuofobici. In particolare, attraverso la via della maternità». Recalcati spiega inoltre che «l’Occidente patriarcale ha imposto alla donna il destino ineludibile della maternità. In molti uomini trasformare la donna nella madre dei propri figli è un modo per esercitare un dominio sulla sua libertà. La violenza, sino all’estremo atroce del femminicidio, è un modo per provare a farsi nuovamente padrone della sua libertà».
E il patriarcato fonda le sue radici anche in altri aspetti culturali, come nel linguaggio. Che, del resto, non è solo un mezzo di comunicazione, ma anche un vettore di identità e di valori . Su di esso si fondano generazioni e coscienze collettive, si perpetuano poteri.
La lingua italiana è oggettivamente sessista: la sua grammatica esprime una gerarchia di genere, e questo perché il maschile è considerato come universale e neutro. Per cui è “maschio” la gran parte delle cose che diciamo, facciamo, pensiamo. E su questo, c’è ancora molto, troppo, da lavorare.
Educare le nuove generazioni
Contrariamente a quel che spesso si legge, per azzerare i fenomeni di violenza non bisogna insegnare alle donne a proteggersi. Per contrastare gli stupri, le molestie e le violenze, è necessario in primis educare gli uomini. E, possibilmente, non quando sono già adulti, ma da bambini.
L'avvocata Annelise Filz
L'avvocata Annelise Filz
Sul punto, Annelise Filz, avvocata civilista da sempre in prima linea in favore delle donne, ha dichiarato: «Dobbiamo iniziare a parlarne già a cominciare dalla scuola materna. Io vedo tante ragazze che accettano situazioni di violenza, magari molto più blande, ma le accettano. Bisogna lavorare molto sulle donne, fin dall'asilo. Bisogna che le bambine vengano fortificate nella loro autostima, che capiscono che non va accettata alcuna forma di sopraffazione. E al contempo bisogna insegnare ai maschi il fatto che l'amore non è possesso».
In questo i genitori giocano un ruolo fondamentale. I tre aguzzini Izzo, Guido e Ghira, in fondo, provenivano da “buone famiglie” di Roma: ma non così “buone”, evidentemente. Anche per questo il massacro del Circeo ha segnato un prima ed un dopo nella storia dei diritti e nelle coscienze: ha dimostrato che la violenza riguarda tutti, anche i figli di una borghesia, fintamente perfetta. E che lo stupro, quel morboso, malvagio desiderio di potere degli uomini nei confronti delle donne, è soprattutto una questione di mentalità, un retaggio del patriarcato. E il ceto sociale non fa la differenza.
«Se i bambini crescessero in ambienti accoglienti, dove la forza personale non si esprime nel dominio sull’altro, dove è abitudine ascoltare gli altri e poter condividere le proprie emozioni, dove le differenze vengono valorizzate e considerate come risorse, con maggiore probabilità si riuscirebbe a mettere in discussione gli stereotipi di genere e a prevenire la violenza sulle donne nelle generazioni future», spiega la psicologa Domenica Pannace, che spesso si è occupata di donne vittime di violenza. Perché se in Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna, e l’assassino è quasi sempre il suo compagno, il problema riguarda tutti noi. Tutti e tutte noi.
Per avere aiuto chiama il numero antiviolenza e stalking 1522
Qui i referenti regionali
Questo storytelling è un'esercitazione in aula del master in Giornalismo multimediale Politico Economico della 24OreBusiness School. Le immagini e i video di repertorio sono stati recuperati dal web (Istituto Luce, Corriere della Sera, Le foto che hanno segnato un'epoca, Archivio storico del Centro Donna Lilith di Latina)
