IL FARO DI ANDREA
Storia di un ragazzo autistico
Come può uno scoglio arginare il mare? Lucio Battisti non sbagliava quando nel 1972 inneggiava alla libertà e alla forza d'animo paragonandosi al mare.
Saranno le onde o il sale, ma l'acqua per Andrea che oggi ha 22 anni è sempre stata fondamentale. Una cura, la sua, in grado di calmare il corpo e tenere a bada il flusso di pensieri che sempre agita la sua mente.
L'iperattività è ormai sotto controllo: Andrea adesso lo sa che per seguire il corso di formazione che lo condurrà nel mondo del lavoro non può alzarsi e sedersi ininterrottamente. Conosce le regole e il tragitto per tornare a casa, così come ha memorizzato i tanti modelli delle auto che attraversano le strade della sua città in Puglia. Una passione, quella delle macchine, che ha sin da quando era bambino e ricordava i numeri di targa degli amici di papà Paolo.
Il mare, però, è ciò di cui proprio non può fare a meno questo ragazzo alto 1 metro e 90 che ha gli occhi buoni e il sorriso gentile. Il contatto con l'acqua è in grado di mettere in pausa i suoi tormenti legati ai disturbi dello spettro autistico. Come se per un po' potesse scrollarsi di dosso la consapevolezza che qualcosa in sé è diverso da sua sorella Flavia, di tre anni più piccola, e da suo cugino Giovanni.
E se il mare è per Andrea la cura, mamma Daniela è per lui il faro.
Le parole
A otto mesi Andrea diceva "mamma" e pronunciava anche la parola "papà". E come tutti i bimbi piangeva se non otteneva qualcosa, mangiava ciò che gli piaceva e cercava il contatto fisico dei genitori. Il solo che puoi volere in tenera età. Ma gli anni passavano e a tre anni Andrea non riusciva a esprimersi come voleva e non era in grado di costruire frasi compiute, ricorda Daniela. Il suo sguardo era vago e sfuggente anche quando gli parlava papà Paolo, di cui era diventato l'ombra e il primo amore.
La prima educazione di Andrea è affidata alle suore. Ma più Andrea cresce e diventa alto, più aumenta la sua voglia di fare, di correre e di trovare stimoli ai suoi impulsi.
"Era una piccola peste - dice Daniela, forse abbozzando a un sorriso - non stava mai fermo e non giocava mai per cinque minuti con lo stesso giocattolo. Si divertiva mentre facevo dondolare i quadri salendo sul divano. All’età di due anni iniziò ad andare in piscina… il contatto con l’acqua lo rilassava".
Nessuna delle suore presenti in quell’asilo privato riusciva a capire il comportamento di Andrea che diventava sempre più alto degli altri bambini. Dopo diversi rimproveri, chiamate seccanti e una recita di fine anno, Daniela decise di affidare suo figlio ad un’altra scuola e ad una diversa educazione, quella pubblica. Su consiglio di un’amica e dottoressa, Andrea iniziò a seguire sedute di neuropsicomotricità e a vedere una logopedista che poi avrebbe suggerito “di dedicarsi più alle prime sedute perché controllando l’iperattività e restando calmo, attento, avrebbe sicuramente iniziato a parlare come i bimbi della sua età”. E così fu.
Una fortuna aver incontrato quella logopedista - confessa Daniela - che per onestà e professionalità l’ha spinta a chiedere più incontri di neuropsicomotricità, poi rivelatesi prima forma di terapia per il piccolo Andrea.
È da qui che mamma e figlio cresceranno insieme, conoscendo una piccola parte di sé un po’ per volta. Accettando sfide, accogliendo il dolore ed elaborandolo in una forma di accettazione e consapevolezza che salverà entrambi.
“Ogni genitore si aspetta un futuro lineare per i propri figli” – confessa Daniela, a cuore aperto e ormai più leggero. Mentre racconta gli ultimi 20 anni della sua vita non è possibile pensare ad Andrea, al suo percorso, ai momenti bui condivisi e a quelli un po’ più felici.
La consapevolezza
Una laurea in giurisprudenza, il matrimonio e poi il primo figlio. “Io ho sempre combattuto, sono stata male solo un pomeriggio” - quello in cui ha ricevuto la diagnosi dal policlinico Gemelli di Roma. “Poi mi sono rialzata. Mai adagiata”. Le parole di Daniela sono quelle di una madre che ancora oggi lotta contro gli stigmi di una società poco inclusiva, che si arrabbia quando gli infermieri chiamano suo figlio “diversamente abile” cancellando ogni distinzione tra le diverse forme di autismo e accorpandole, tutte, in “un calderone” – come lo chiama lei.
Andrea aveva 5 anni quando Daniela ha saputo che quello sguardo sfuggente e quella vivacità che rendevano suo figlio unico era il linguaggio di una forma di espressione diversa da quella dei normotipi: l’autismo ad alto funzionamento. Ma sarà solo verso la fine del liceo che Andrea prenderà coscienza di sé. Non prima di perdersi in quelli che sono gli schemi ripetitivi dello spettro autistico.
Con la pandemia da Covid-19 ogni italiano è stato costretto a modificare le proprie abitudini e a limitare il più possibile le uscite. Poi i tamponi, il coprifuoco, la didattica a distanza e le dirette di Conte in prima serata.
Non era la porta chiusa a chiave alle 21 a destare ansie e timori in Andrea. In lui una sola preoccupazione: “Mamma, quando torno a scuola?”. Un susseguirsi di episodi sfortunati costringeva la sua classe a seguire le lezioni da remoto e a rimandare il ritorno in aula. È stato allora che Andrea ha toccato con mano la parte più intima e profonda del suo io dopo una domanda: “Mamma, ma io sono autistico?”.
L’autismo
Gli attacchi di panico, gli stati d’ansia, l’isolamento. Andrea non usciva dalla sua camera e non parlava con nessuno. Aveva tracciato un confine, uno invisibile, che era difficile da oltrepassare.
“Era diventato aggressivo e non provava emozioni. Demoliva i tasselli costruiti di anno in anno, di giorno in giorno. Tutto ciò che era autismo era fuoriuscito: le ripetitività verbali, la rigidità mentale… Andrea era diventato tutto quello che non era. Erano venuti a galla tutti gli stereotipi dell’autismo. Passava ore a farsi la doccia, voleva solo stare sotto l’acqua”.
Il figlio dolce e sensibile che Daniela e Paolo avevano cresciuto sembrava non esistere più. La tenerezza e gli abbracci avevano fatto spazio alla rabbia e all’intolleranza. I “no” non erano consentiti e i rimproveri creavano reazioni indesiderate.
“Io sono nato sfortunato” diceva Andrea a sua madre in quello che Daniela ricorda come il periodo più buio della loro vita. Il malessere che Andrea provava creava paure irrazionali che lo costringevano ad isolarsi e a odiare l’esterno, i passanti con la mascherina e le vecchie auto che continuavano a circolare nella città della disfida in cui viveva. “Io non gli avevo detto nulla sull’autismo perché avevo paura” – dice Daniela. Il suo è un “mea culpa” che solo i genitori possono provare. Nessuno sforzo è mai abbastanza, nessun libro letto sulla psicologia infantile sembra mai alleviare ogni dubbio. Tutto sembra così poco per Andrea, ma è l’amore di Daniela che è troppo grande per entrambi.
L'accettazione
Le sedute con la psichiatra faranno stare Andrea sempre meglio, rendendolo sereno, più indipendente e reattivo. Le difficoltà con i medici, con gli insegnanti e i costi per ogni visita o trasferta non hanno mai spento quel faro che Daniela incarna per Andrea. Le canzoni cantate insieme davanti allo specchio, i quadri spostati e i bagni in piscina sono ciò che madre e figlio hanno fatto insieme per creare quella che Daniela chiama la “strategia” di Andrea. “Lui ha sempre potuto fare tutto come gli altri. Aveva solo bisogno di un suo metodo”.
Il corso di formazione la mattina, le lezioni di pianoforte il pomeriggio e la pizza con gli amici di sera costituiscono quello che è oggi un normale mercoledì per Andrea. L’acqua rimane il suo elemento e l’estate la sua stagione preferita. Le sue giornate sono impegnate e strutturate: Andrea guarda al futuro e pensa a quando avrà un lavoro o se potrà mai guidare la macchina.
Il rapporto tra madre e figlio è come quello tra un pescatore e la sua barca: necessario e mosso dal mare.
La condivisione
L’accettazione di Andrea parte da quella di Daniela. Il lavoro fatto su se stessa come genitore e madre di un figlio autistico l’hanno portata a vivere con devozione e più consapevolezza. Grazie alle associazioni con le quali è entrata in contatto ha potuto conoscere le storie degli altri, confrontarsi, capire e parlarne. Scoprire che le opportunità per Andrea non si sono esaurite a quella diagnosi di 17 anni fa.
“Mi sono sempre messa al secondo posto. Vivevo ogni giorno mio figlio e conoscevo le sue potenzialità. Andrea è senza filtri e dice quello che pensa, ma adesso ha imparato a capire cosa si può dire in pubblico e cosa no”.
“Da madre – conclude - devi crederci e avere la mente molto aperta. Bisogna lottare per loro. Io lo faccio ogni giorno per Andrea e lui mi ringrazia dicendomi: mamma, come farei senza di te?”.
LINK INTERVISTA VALERI: https://drive.google.com/file/d/1o8saXqqhoXcSoUYD2wBvQ-62_2K-_0iq/view?usp=drive_link
LINK INTERVISTA MODELLI SI NASCE: https://drive.google.com/file/d/1YJ8olmsRs1bIqMCxDQMc4Zvq4oftljX7/view?usp=drive_link
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Dati nazionali sull'autismo, fonte: Osservatorio Nazionale Autismo dell'Istituto Superiore di Sanità
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Sean Penn in "Mi chiamo Sam" (2001), regia di Jessie Nelson
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