Voci dalla scuola: storie di convivenza e identità in Alto Adige
Storie tra i banchi di scuola in una regione di frontiera. Le scuole (separate, bilingue, trilingue) in Alto Adige come luogo di creazione d'identità e specchio della convivenza
Bolzano, una città bilingue
Se vi dicessi che in Italia esiste una città dove, entrando in un bar o in un ristorante, vi chiedono cosa desiderate mangiare non in italiano, ma in tedesco, cosa pensereste?
Probabilmente credereste che stia scherzando, che mi sono confusa, cose del genere accadono solo in Austria o in Germania, ma di certo non nel nostro Paese, giusto? Sbagliato. Questa città esiste e si chiama Bolzano, il capoluogo dell'Alto Adige.
Se questa curiosità vi ha stuzzicato e decideste di visitare Bolzano di persona, vi trovereste di fronte a una realtà tanto affascinante quanto insolita, che potrebbe lasciarvi, a prima vista, disorientati.
Passeggiando per le strade, infatti, notereste uno strano intreccio di stili: da un lato edifici dalle linee tipicamente austriache, dall’altro costruzioni che richiamano inequivocabilmente il periodo del Ventennio fascista. Negli ultimi decenni, ovviamente, sono sorti edifici moderni che seguono nuove tendenze architettoniche e che arricchiscono ulteriormente il panorama urbano, tuttavia questa commistione di elementi spicca ancora in modo estremamente evidente, come se fosse la città stessa a voler raccontare la propria storia.
Sebbene dal punto di vista anagrafico la comunità italiana sia in maggioranza a Bolzano rispetto a quella germanofona, è impossibile non sentire entrambe le lingue quotidianamente. (A questo punto devo però fare una precisazione: la lingua parlata in Alto Adige non è esattamente tedesco, ma un suo dialetto -il quale varia a seconda della città, valle a paese in cui si trova-).
Come anticipavo prima, al bar le cameriere o i camerieri salutano sempre in entrambe le lingue, per poi procedere la conversazione nella lingua in cui voi avete risposto. Tutta la segnaletica è bilingue, così come le iscrizioni sugli edifici, i menù dei ristoranti e l'autoparlante nell'autobus di linea.
A raccontarla così, quella altoatesina sembra una convivenza perfetta e totalmente armoniosa (e così viene spesso descritta). Tuttavia, per quanto siano stati fatti grandi passi avanti rispetto a un secolo fa, quando le comunità italiane e germanofone evitavano accuratamente ogni contatto, perfetta non è la parola giusta per definire questa situazione. Come accade in quasi tutte le dinamiche sociali, specialmente quelle modellate da secoli di storia, la realtà è molto più complessa e sfaccettata. Più che una fotografia statica, il fenomeno sociale e linguistico dell'Alto Adige assomiglia a un mosaico eterogeneo, fatto di storie, tentativi riusciti e falliti, pregiudizi che si sono dissolti e altri che ancora resistono.
Ho scelto di partire dalle "storie" perché, per comprendere la complessità di questa convivenza, è indispensabile guardare alle esperienze dirette di chi vive quotidianamente l’intreccio di lingue e culture. Un luogo che meglio di altri riflette questa realtà è la scuola, che non si limita a insegnare materie, ma trasmette valori, identità e senso di appartenenza. È proprio tra i banchi di scuola che le generazioni si sono confrontate, più che altrove, con la realtà della convivenza, affrontando le sue sfide e vivendo le contraddizioni di un territorio così singolare. Le storie di chi ha percorso (o sta ancora percorrendo) questo cammino sono una testimonianza viva delle difficoltà, delle speranze e delle trasformazioni che segnano la storia dell'Alto Adige. Ed è proprio da queste storie che voglio partire, per raccontarvi la scuola e le persone che la animano, come specchio della convivenza in questa terra.
Piazza Walther, piazza principale di Bolzano. La statua rappresenta Walther Von der Vogelweide, poeta medievale tedesco
Piazza Walther, piazza principale di Bolzano. La statua rappresenta Walther Von der Vogelweide, poeta medievale tedesco
La Casa del Torchio, centro storico di Bolzano
La Casa del Torchio, centro storico di Bolzano
La Casa del Torchio, centro storico di Bolzano
La Casa del Torchio, centro storico di Bolzano
Piazza delle Erbe, Bolzano
Piazza delle Erbe, Bolzano
Scuola elementare di Ortisei, Alto Adige
Scuola elementare di Ortisei, Alto Adige
Michele ha sette anni e ogni mattina varca le soglie della scuola elementare di Bronzolo, un edificio
azzurro che, già nella sua architettura, mostra una storia di divisioni. Due ingressi distinti – uno
destinato agli alunni di madrelingua tedesca, l’altro a quelli di madrelingua italiana – rappresentano una
dicotomia che si riflette nelle dinamiche interne dell’istituzione scolastica e, più in generale, nella
società altoatesina. Michele, pur appartenendo a una famiglia mista, accede puntualmente all’ingresso
riservato ai tedeschi alle otto del mattino. Gli alunni delle sezioni italiane, invece, iniziano la giornata
scolastica con un ritardo di quindici minuti. Persino la pausa ricreativa è organizzata in modo da evitare
interazioni tra i due gruppi linguistici, con orari rigorosamente sfalsati.
Questa segregazione quotidiana, apparentemente amministrativa, plasma la percezione del mondo di
Michele. Per lui, la separazione non è un’anomalia, bensì una norma tacitamente accettata. A rafforzare
tale percezione contribuiscono insegnanti e compagni, che frequentemente identificano gli italiani
come “gli altri”, un gruppo distinto, spesso caricato di connotazioni negative. La distinzione tra il “noi”
germanofono e il “loro” italofono si radica nella mente dei bambini, solidificandosi come un paradigma
identitario che nessuno mette in discussione. Persino i giochi ricreativi si trasformano, talvolta, in rappresentazioni simboliche di questa divisione.
Durante le nevicate, il cortile scolastico diviene teatro di battaglie a palle di neve che, lungi dall’essere
semplici passatempi infantili, si configurano come veri e propri “scontri” tra schieramenti contrapposti.
In questo scenario emergono termini come “Walschen” e “crucchi”, parole che trascinano con sé il
peso di una memoria storica lunga quasi un secolo. “Walschen”, in particolare, deriva dal germanico
“Walhaz”, termine con cui le tribù germaniche designavano i popoli romanizzati al confine dei loro
territori. Questo vocabolo, che originariamente significava “straniero” o “estraneo”, si riveste ora di
sfumature peggiorative, trasformandosi in un simbolo verbale della distanza culturale.
Crescendo, Michele si rende conto delle implicazioni di questa dualità. Sebbene il suo tedesco sia
perfetto, il suo cognome italiano lo rende oggetto di esclusione. Durante la scuola media, i suoi
compagni iniziano a chiamarlo “Walsche”, etichettandolo come un elemento estraneo al gruppo.
Questo marchio di diversità si intensifica alle scuole superiori, quando un professore decide di
calcolare pubblicamente l’“esatta percentuale di tedeschità” di Michele, trasformando un’identità già
ambigua in una vera e propria umiliazione.
D’altro canto, la storia di Giorgia rappresenta un esempio di come l’integrazione linguistica possa
plasmare una prospettiva radicalmente diversa. Giorgia, ventunenne studentessa di medicina a
Monaco di Baviera, ha frequentato scuole bilingue a Bolzano, dove le lezioni si alternavano in italiano e
tedesco: matematica, geografia e scienze insegnate in tedesco; storia, arte e tecnica in italiano. Questo
approccio didattico, che le ha richiesto di pensare e ragionare in entrambe le lingue, ha fatto sì che in
lei si sviluppasse una flessibilità cognitiva rivelatosi cruciale nell’apprendimento successivo di altre
lingue, come l’inglese e il francese.
Per Giorgia, il tedesco non è mai stato una lingua “straniera”, bensì una dimensione complementare
della sua identità linguistica e culturale. La possibilità di accedere a un doppio repertorio lessicale le ha
offerto strumenti espressivi più ricchi e articolati. Oggi, grazie alla solida formazione bilingue ricevuta
durante l’infanzia, Giorgia è in grado di sostenere esami, scrivere articoli scientifici e partecipare a
dibattiti accademici in tedesco. Sebbene Monaco sia ormai la sua nuova casa, Bolzano rimane un
punto di riferimento affettivo e culturale.
Un’altra storia è quella di Natalie, una bambina di sei anni che frequenta una scuola trilingue a Ortisei.
Educata fin dalla tenera età in italiano, tedesco e ladino, Marie padroneggia già cinque lingue,
includendo l’inglese, parlato in famiglia, e il norvegese, appreso durante un breve soggiorno in
Norvegia. La madre, norvegese, racconta che la piccola, dopo appena un mese trascorso nel paese
scandinavo, era in grado di comprendere e parlare fluentemente la lingua, avendo notato similitudini
strutturali con il tedesco e l’inglese. Questo episodio testimonia l’eccezionale elasticità mentale di un
bambino abituato fin dall’infanzia a navigare tra diversi codici linguistici.
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Michele, 24 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Giorgia, 23 anni
Natalie, 6 anni
Natalie, 6 anni
Le tappe della convivenza e del sistema scolastico
L'annessione all'Italia
Il territorio dell’Alto Adige, situato nel cuore delle Alpi e abitato da una popolazione storicamente
germanofona e ladina, fu annesso all’Italia al termine della Prima Guerra Mondiale, con il Trattato di
Saint-Germain del 1919. La nuova configurazione geopolitica, imposta senza consultazione delle
comunità locali, rappresentò l’inizio di un processo di italianizzazione forzata che avrebbe lasciato
tracce profonde nel tessuto sociale e culturale della regione.
Il Periodo fascista
Durante il regime fascista l’italiano venne imposto come unica lingua ufficiale, relegando il tedesco alla semi clandestinità. Le scuole germanofone furono chiuse, e il personale docente di lingua tedesca fu licenziato o trasferito. L’istruzione divenne uno strumento politico per affermare il dominio culturale italiano. In risposta, la comunità tedesca organizzò le cosiddette “Katakombenschulen” (scuole
delle catacombe), istituzioni clandestine dove i bambini potevano apprendere in tedesco, sfidando le autorità fasciste.
Lo Statuto d'autonomia
Il primo Statuto di Autonomia, approvato nel 1948, rappresentò un primo tentativo di predisporre una convivenza basata sul rispetto delle diverse lingue e culture presenti sul territorio.
Fu solo però con il Secondo Statuto di Autonomia del 1972 che vennero introdotte misure significative per
garantire l’autodeterminazione culturale dei gruppi linguistici. Tra queste, vi fu l’istituzione del sistema
scolastico separato, che prevedeva scuole distinte per le comunità italiana, tedesca e ladina.
Nel cuore di Bolzano, il Monumento alla Vittoria rappresenta un’impronta indelebile della politica di italianizzazione forzata durante il regime fascista. L’iscrizione a caratteri cubitali recita: "Qui sono fissati i confini della patria, da qui educammo gli altri con la lingua, le leggi e le arti"
Un bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo domina Piazza Tribunale a Bolzano. Dal 2017, una scritta trilingue "Nessuno ha il diritto di obbedire" è stata sovraesposta, in contrasto con il motto fascista "Credere, Obbedire, Combattere".
Un cartello stradale trilingue in italiano, tedesco e ladino riflette l’impegno sancito dallo Statuto di Autonomia per garantire il riconoscimento e la coesistenza delle tre lingue ufficiali della regione.
Per comprendere appieno le dinamiche linguistiche e sociali dell'Alto Adige, che si sono consolidate dopo un secolo di storia, è utile osservare il territorio stesso.
La mappa mostra la distribuzione delle comunità linguistiche nella regione dell'Alto Adige, evidenziando le aree in cui sono più concentrate. Le zone predominanti della comunità tedesca sono indicate in verde, quelle della comunità italiana in rosso e quelle della comunità ladina in blu.
Il diagramma a torta che segue illustra la composizione linguistica delle persone che abitano la regione, offrendo una panoramica quantitativa su come le diverse lingue siano distribuite tra gli abitanti.
Un passo importante verso l'integrazione: le scuole bilingui e trilingui
Nonostante il sistema scolastico separato, a partire dagli anni Novanta alcune figure pionieristiche hanno cercato di superare le barriere linguistiche e culturali attraverso progetti innovativi. Tra queste, Mirca Passarella si distingue come una delle principali promotrici dell’educazione bilingue in Alto Adige. Grazie alla sua visione, sono state avviate le prime sezioni scolastiche bilingue, in cui l’insegnamento alternava italiano e tedesco, rappresentando una rottura simbolica con la tradizionale separazione. Questi esperimenti iniziali hanno prodotto risultati incoraggianti, con studenti che dimostravano un miglioramento significativo nelle competenze linguistiche e un’apertura verso l’interazione interculturale.
In questa intervista, Mirca Passerella racconta il suo innovativo modello di scuola bilingue -che lei definisce la "terza via"- che sfida le convenzioni educative e promuove l'inclusività.
Negli anni Duemila, l’attenzione verso l’educazione bilingue si è ulteriormente estesa, includendo anche il ladino, dando vita ai primi istituti trilingui in Val Gardena, in particolare nei comuni di Ortisei e La Villa.
Alexandra è una maestra appassionata che lavora presso la scuola dell'infanzia trilingue di Ortisei, un'istituzione unica nel suo genere nel cuore della Val Gardena. In questa intervista Alexandra offre uno sguardo privilegiato sul funzionamento della scuola trilingue, di cui condivide con entusiasmo i valori dell'approccio plurilingue.
Sebbene ancora limitati, questi esperimenti hanno messo in luce il potenziale di un’educazione plurilingue come strumento per promuovere integrazione e coesione sociale. In queste scuole, le materie vengono insegnate in italiano, tedesco e ladino, offrendo agli studenti la possibilità di vivere la pluralità culturale come una risorsa, anziché un ostacolo.
Mirca Passarella durante un evento scolastico della scuola bilingue Manzoni di cui era preside.
Mirca Passarella durante un evento scolastico della scuola bilingue Manzoni di cui era preside.
Scuola dell'infanzia trilingue di Ortisei, Val Gardena
Scuola dell'infanzia trilingue di Ortisei, Val Gardena
