La Sangro Chimica
Le prime battaglie ambientaliste in Abruzzo
Costantino Felice, noto docente di Storia economica e sociale del Mezzogiorno, analizzando lo sviluppo industriale ed economico dell’Abruzzo scrive: «All’inizio degli anni Settanta l’idea della grande industria di base quale volano per l’agognato decollo regionale sembra finalmente potersi tradurre in realtà. L’area prescelta è la valle del Sangro, l’unica tra quelle dei grandi fiumi abruzzesi nel cui tratto terminale ancora non si vedeva alcun avvio d’industrializzazione, e per questo considerata, insieme più in generale al circondario lancianese, particolarmente depressa – era ricorrente l’impropria locuzione “valle della morte”». (C. Felice, Il Mezzogiorno operoso)
Così, in un contesto altamente febbrile e attraversato da diverse contestazioni sociali e politiche, nel marzo del 1971 viene costituita una società che si sarebbe occupata della raffinazione del petrolio, la Sangro Chimica. L’impianto, fortemente voluto da un gruppo di democristiani e dal petroliere americano Paul Getty, avrebbe occupato un’area di circa 1000 ettari, dislocati in 3 delle zone più fertili della Val di Sangro: Casoli, Atessa e Fossacesia. Lo stabilimento sarebbe sorto su una larga superficie irrigata, nei pressi del fiume Sangro, e avrebbe raggiunto una capacità di raffinazione per 7 milioni di tonnellate di greggio all’anno (F. Costantino, Il mezzogiorno operoso).
La Democrazia Cristiana annuncia il nuovo insediamento industriale con entusiasmo, convinta che lo stesso entusiasmo sarebbe stato condiviso anche dalla cittadinanza che però, in realtà, da subito inizia a dimostrare non poche perplessità e rimostranze, per una serie di ragioni.
Come fa notare Antonio Ciancio nel suo Lotte politiche e sociali in provincia di Chieti negli anni ’60 e ’70, la zona del Sangro si poggia su pochi ma fondamentali pilastri: la piccola e media industria, il turismo e soprattutto l’agricoltura. Gli agricoltori sono i primi ad allarmarsi per la Sangro Chimica, iniziando le prime rimostranze preoccupati per la gravità dei danni che un’industria del genere avrebbe potuto arrecare ai loro campi; queste proteste portano le amministrazioni comunali – quasi tutte guidate dalla Democrazia Cristiana – a prendere una posizione netta contro il progetto della raffineria. Tuttavia, la DC prosegue le trattative ignorando le proteste. Quest’azione porterà ad un vero e proprio scontro (che durerà circa 5 anni), contro una serie di movimenti (politici, sociali, cittadini, ambientalisti) e coinvolgendo attivamente soprattutto la cittadinanza dei piccoli centri abitativi della Val di Sangro, molti intellettuali, sindacati, organizzazioni di massa legate ai contadini e all’ambientalismo, oltre che il PCI.
L’opposizione, dura e forte, poggiava su pochi elementi ma chiari e inattaccabili:
oltre alle incerte problematiche che un impianto del genere avrebbe potuto avere per la salute pubblica, dati alla mano i posti di lavoro promessi erano davvero “limitati” per la vastità della zona; i già citati problemi all’agricoltura che – in questa zona – è particolarmente specializzata e sviluppata, anche a livello tecnologico; danni per il turismo costiero e, soprattutto, incompatibilità della Sangro Chimica con l’insediamento di altre nuove industrie.
Inizia così una “guerra” tra le forze politiche della DC (e alcuni esponenti del PSI) e i difensori della Val di Sangro, con in testa Enrico Graziani sindaco di Paglieta. Eletto nel 1970 tra le fila del PCI, Graziani diventa il cuore pulsante del movimento anti - Sangro Chimica e delle proteste, organizzando incontri e dando indicazioni in accordo con altre sezioni locali del PCI. Tanto che, nel 1974, lui e la sua amministrazione comunale vengono citati in giudizio (insieme al ministro degli interni Rumor) dalla Sangro Chimica per “sentire dichiarare illegittimi gli atti amministrativi che hanno negato il nulla osta al passaggio dell’oleodotto e sentir condannare, Ente locale e ministero, a pagare in solido la somma di 500 milioni a titolo di risarcimento danni”
Il Partito Comunista, in questa delicata fase, si rivela essere di straordinario supporto: nella costituzione e organizzazione del movimento di lotta, nella definizione dei suoi contenuti, nella individuazione delle forme di lotta più efficaci. Numerose le manifestazioni in diverse città, tra cui Pescara, e davanti la sede del Consiglio regionale, fino alle manifestazioni in strada con i trattori.
"sentire dichiarare illegittimi gli atti amministrativi che hanno negato il nulla osta al passaggio dell’oleodotto e sentir condannare, Ente locale e ministero, a pagare in solido la somma di 500 milioni a titolo di risarcimento danni"
Ma l’evento che più di tutti balza fino alle cronache nazionali accade il 10 settembre del 1974: migliaia di agricoltori con le loro famiglie, cittadini e manifestanti vari decidono prima di occupare le terre dove sarebbe dovuto sorgere l’impianto, accendendo diversi falò; poi, nei giorni successivi, sfilano con i loro trattori lungo la statale 16, che porta all’Abbazia di San Giovanni in Venere: dalla collina, che affaccia sul mare, i manifestanti trovano solidarietà perfino dai pescherecci in mare, i quali accendono le sirene spiegate.
Nessuno, certamente, si aspettava questa lunga e tenace opposizione e mobilitazione popolare che, però, porta i suoi frutti: nel 1976, infatti, i dirigenti della Sangro Chimica rinunciano definitivamente all’apertura dello stabilimento.
L'Unità, 13/07/1977
L'Unità, 13/07/1977