Ventimiglia,
purgatorio senza fine

Storie di una città di confine e della sua emergenza quotidiana: un’immigrazione di transito che non si arresta

Ventimiglia è un film claustrofobico, che mescola commedia e dramma in un'unica soluzione che a poco a poco diventa soffocante. Tenetevi in mente questa immagine di continua ricerca di una soluzione, di una via, di un’occasione di uscire, e proviamo a partire da qui.

Un cancello sempre aperto

Ventimiglia è una piccola città al confine con la Francia: anzi per l’esattezza è proprio l’ultima città italiana prima di arrivare a Mentone e passare il confine. Una differenza abissale con l’immagine a cui siamo abituati. Non ci sono barconi, salvagenti, flotte di navi, Ong, istituzioni: qui l’emergenza è silenziosa. Migranti e rifugiati, sono diventati un tutt’uno con la città, accampati nel sottoponte autostradale, nei parchi, creando comunità che collaborano, o piccole cellule divise per nazionalità che tentano di sopravvivere. Non è sempre stato così o meglio, a Ventimiglia i migranti sono sempre arrivati, ma se ne sono sempre andati abbastanza in fretta, per raggiungere la Francia e il resto d’Europa. Per uomini e donne, bengalesi, siriani, libici, etiopi, nigeriani, Ventimiglia è sempre stata un vicolo di accesso alla Francia. A differenza dell’Italia, lì parlano la lingua, o hanno amici o parenti: diventa ovvio a chiunque la loro scelta di procedere verso nord. Se dunque la Sicilia è un porto di arrivo, un primo passo dove gettare l’ancora, Ventimiglia in passato era vissuta dai migranti letteralmente come un casello autostradale, una porta verso un futuro più o meno incerto. I migranti qui non sono mai giunti in massa filmati e raccontati più e più volte, ma arrivavano via treno, in autostop, a piedi, sui camion, con l’intento di passare la frontiera nel minor tempo possibile.

Il cancello che si chiude

Nel 2015 tutto cambia quando la Francia per motivi cautelari e in maniera eccezionale decide di sospendere Schengen; tale misura è stata poi estesa per quasi 10 anni. La polizia francese ha iniziato a predisporre check-point sul confine per impedire ai migranti l’accesso al paese. Ma non solo. Se prendete (tutt’ora) il treno dal comune ligure in direzione Nizza, il treno si fermerà a Mentone. Lì potreste assistere a una scena un po’ inusuale: un gruppo di poliziotti sale a bordo per controllare che nessun migrante sia sul treno. In quel caso inizieranno le perquisizioni (anche uomini su donne) e l’accompagnamento prima nella centrale operativa e poi eventualmente in Italia.  Questo succede se è mattina o primo pomeriggio. Ai malcapitati che vengono fermati verso sera, succede di peggio: vengono portati in container, delle mini-prigioni per la notte.
Molte associazioni hanno denunciato condizioni disumane sopportate dai migranti e inflitte dalla polizia francese a Mentone.

La questione Schengen

Questa misura emergenziale si è rivelata negli anni una scelta avventata che ha avuto un profondo impatto non solo sui migranti ma anche sui cittadini e sulla città di Ventimiglia. Il cambio normativo ha creato un vero e proprio muro invisibile sul quale i migranti si schiantano continuamente cercando il modo di evadere, da questa prigione senza sbarre.
Diventa inoltre molto difficile recuperare i dati effettivi dei migranti in transito sul suolo ventimigliese. Questo è dovuto in parte al transito non formale e dall'altro dalla facilità con cui i migranti cambiano luogo. Senza i numeri reali perciò è complesso spiegare il fenomeno.

La Caritas Intemelia di Ventimiglia insieme a WeWorld e Diaconia Valdese monitorano gli arrivi tramite gli accessi ai vari servizi da loro offerti (cibo, assistenza legale) dando un quadro il più corretto possibile della situazione.

Alcuni attivisti sono riusciti a filmare l'interno dei container

Un altro modo per analizzare il fenomeno è guardare al numero di migranti respinti alla frontiera. WeWorld nel 2022 ha recuperato i dati incrociando diversi indicatori per fornire un quadro il più possibile vicino alla realtà.

Recentemente in Italia si è tornati a parlare di paesi sicuri. Jacopo Colomba di WeWorld spiega cosa sono

La sofferenza di una città

Dati i numerosi respingimenti sul confine francese dei richiedenti asilo il numero di migranti costretti a rimanere in Italia, senza ovviamente avere un posto dove stare, è aumentato a dismisura. L’ambiguità del futuro non crea disagi solo fisici, ma anche e soprattutto psicologici e psichiatrici lasciando uomini, donne e bambini incastrati in un puzzle senza soluzione né via di uscita. Vengono respinti sì ma non hanno intenzione di rimanere qua.
Inizia per il migrante un loop infinito, un’attesa che può durare settimane, mesi, anni. Finché insomma , in qualche modo non riesce a passare il confine oppure decide di rimanere in Italia, provando a richiedere lo status di rifugiato e iniziare un altro percorso burocratico lungo e complesso.
Il costo umano e sociale è altissimo. Dal 2016 sono morte cinquanta persone nel tentativo di superare il confine. L’aumento dei controlli ha spinto i migranti a cercare modi “creativi”  e pericolosi per arrivare in Francia che spesso li hanno condotti alla morte. Chi ha provato a rimanere aggrappato al treno di notte finendo carbonizzato, chi attraversando un pericoloso percorso di montagna (chiamato passo della morte) è caduto finendo senza vita, chi si è fidato dei passeur  (i trafficanti che abitano queste zone)  pagandone il prezzo più alto.

Il cancello chiuso che impedisce ai migranti di accedere al sottoponte dove spesso soggiornano informalmente. Ventimiglia, ITA

Il cancello chiuso che impedisce ai migranti di accedere al sottoponte dove spesso soggiornano informalmente. Ventimiglia, ITA

Una grata aperta dai migranti che cercano riparo. Ventimiglia, ITA

Una grata aperta dai migranti che cercano riparo. Ventimiglia, ITA

Qualche tenda nel sottoponte segno di una comunità che prova a resistere. Ventimiglia, ITA

Qualche tenda nel sottoponte segno di una comunità che prova a resistere. Ventimiglia, ITA

Quello che rimane del centro di accoglienza Campo Roja attivo fino al 2020. Ventimglia, ITA

Quello che rimane del centro di accoglienza Campo Roja attivo fino al 2020. Ventimglia, ITA

La città è stanca i cittadini non ne possono più
Operatrice Diaconia Valdese

Il purgatorio

Purtroppo, i migranti non sono gli unici a soffrirne. "La città è stanca, stremata, i cittadini ne possono più", dice un'operatrice sociale di Diaconia Valdese, un'organizzazione che lavora sul territorio. I ventimigliesi sono stufi di un’emergenza troppo lunga e da amministrazioni comunali, regionali ma anche di politiche statali che non hanno mai capito veramente come risolvere un dramma che si consuma ormai da quasi 10 anni. I cittadini, alcuni comprensivi coi migranti altri un po’ meno, dopo tutto questo tempo vorrebbero tornare un po’ alla normalità.

Il presente e il futuro

L’unico centro che ha provato in questi anni a fare fronte alla situazione è gestito da Caritas che negli anni ha stretto una forte collaborazione con WeWorld, Diaconia Valdese e Save The Children. In via San Francesco vicino alla stazione, le organizzazioni sociali provano a dare soluzioni concrete ai migranti ma anche ai cittadini. Forniscono pasti, un posto per le famiglie, vestiario e consulenza legale. Cercano insomma di gestire un’emergenza che ormai come dichiarano “è la quotidianità”.
Ironicamente entrambe le parti, cittadini e migranti, vogliono la stessa cosa ovvero superare il confine: i migranti perché vogliono andare via dall’Italia e i cittadini liguri perché non vogliono i rifugiati per strada. 

Il racconto della città in tre parti

Dei migranti si riposano a riva, Ventimiglia, ITA

Dei migranti si riposano a riva, Ventimiglia, ITA

Ventimiglia rende migranti e cittadini protagonisti interdipendenti l'unico modo per andare avanti
è insieme.

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