Di disobbedienza civile non si muore, ma si vive finché si vuole

Le storie di chi si è battuto per rivendicare un diritto negato, tra il silenzio delle istituzioni e il coraggio dei disobbedienti

Dal soccorso prestato ai malati terminali inascoltati, alla disobbedienza civile attraverso l’autodenuncia. Un iter giuridico intrapreso grazie alle azioni di liberi cittadini per giungere alla definizione di un percorso di fine-vita dignitoso per chi ne faccia richiesta. La collaborazione dello Stato, tenuto a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» secondo l'articolo 3 della Costituzione, risulta ancora imprescindibile.

Grazie all'iter giuridico intrapreso da alcuni componenti dell'Associazione Luca Coscioni, conclusosi con la sentenza n. 242 del 2019, il proposito di alcuni malati terminali richiedenti ha potuto vedere il proprio realizzarsi, seppur con il presentarsi di intollerabili complicazioni.

Federico Carboni, marchigiano, dal 2010 tetraplegico a causa di un grave incidente stradale, nel settembre 2020 si mette in contatto con l’Azienda sanitaria locale per ottenere quanto stabilito dalla Corte costituzionale, ovvero l’accesso al suicidio assistito nel proprio Paese. L’Asl risponde con un diniego senza nemmeno attivare le procedure. Viene avviato un procedimento giudiziario contro l’Asl per inadempienza rispetto a quanto previsto dalla sentenza. Solo attraverso ulteriori procedimenti giudiziari, il 1° settembre 2021 Mario è stato contattato dall'ASUR Marche per la calendarizzazione delle procedure di verifica richieste, ma riceve con estremo ritardo una risposta solo parziale. Dopo l’ennesima diffida, la difesa di Mario ha sporto denuncia per il reato di tortura di cui all’articolo 613 bis del Codice penale. Il 9 febbraio 2022 Mario riceve la conferma definitiva. In assenza di una legge, Mario ha dovuto in autonomia reperire il farmaco letale e procurarsi la strumentazione necessaria per l’autosomministrazione. La procedura medica, complessa e onerosa, è stata resa possibile anche grazie ad una raccolta fondi per l’acquisto del macchinario dal costo di 5.000 euro. Il 16 giugno 2022, a più di due anni dall’inizio della ricerca di un percorso di fine vita dignitoso, Mario è deceduto legittimamente attraverso la pratica del suicidio assistito, rappresentando di fatto il primo caso nel nostro Paese.

Antonio, nome di fantasia, nel 2014 riceve una diagnosi di tetraplegia spastica, che gli cagiona immobilità dal tronco in giù. Ad agosto 2020, dopo aver maturato la volontà di porre fine alla propria sofferente esistenza, incontra Marco Cappato e viene a conoscenza delle modalità attraverso cui concretizzare legalmente il proposito suicidario. Antonio ha quindi deciso di rivolgersi all’Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche per l’attivazione delle procedure di verifica per l’accesso alla morte medicalmente assistita. La risposta dell’ASUR è tuttavia risultata negativa. Con l’aiuto legale all’Associazione Luca Coscioni, nell’aprile 2021, Antonio ha proceduto con una diffida rivolta all’Azienda Sanitaria, al Ministro della Giustizia Cartabia e della Salute Speranza per inadempienza della funzione di tutela delle garanzie previste costituzionalmente. Le azioni giudiziarie sono state assorbite dal silenzio delle istituzioni. Percorrendo il medesimo iter giudiziario di Federico Carboni, nel dicembre 2021 è stato depositato un ricorso d’urgenza per l'avvio delle procedure di verifica delle condizioni. Le verifiche sono state svolte all'inizio del 2022, e solo attraverso un'ulteriore diffida è giunta la relazione attesa. Dopo due anni di azioni legali e protratte attese ingiustificate, nell’agosto 2022, l’ASUR Marche ha rilasciato la relazione utile ad individuare il farmaco e la modalità di autosomministrazione adatti alla contingenza di Antonio, che è dunque diventato il secondo italiano cui è stato concesso l’accesso legale al suicidio assistito in Italia. Antonio, dopo aver ricevuto il definitivo via libera, ha deciso di rinunciare al suicidio assistito: «I dolori sono forti. Ma è come se nella mia testa si fosse accesa una luce: sono un uomo libero di vivere e di morire. Anche se sono peggiorato rispetto a un anno fa, non mi sento più in prigione. Sapere di poter morire ti fa riscoprire la vita, è la medicina palliativa più forte di tutto». La decisione di Antonio ha dato prova del fatto che a fare la differenza è l’esistenza stessa di una legge che regolarizzi il fine vita, poiché la garanzia di tutela del malato da parte dello Stato costituisce una prerogativa fondamentale per il benessere psico-fisico di chi vorrebbe venisse riconosciuto il diritto a disporre della propria vita così come della propria morte.

Fabio Ridolfi, residente della Regione Marche, nel 2004 riceve la diagnosi è di tetraparesi da rottura dell’arteria basilare, una patologia irreversibile. Nei seguenti diciotto anni trascorre le sue giornate immobilizzato a letto, impossibilitato a muovere qualsiasi parte del corpo ad eccezione degli occhi, attraverso cui Fabio comunica con l’ausilio di un puntatore oculare. Il 10 gennaio 2022, Ridolfi fa richiesta all’ASUR Marche di verifica delle condizioni necessarie all’applicazione della sentenza 242. Solo il 19 maggio 2022 arriva il parere positivo, ma incompleto, del Comitato etico: era stata accertata la sussistenza dei requisiti per l’accesso al suicidio assistito, ma mancavano le indicazioni concernenti modalità di autosomministrazione e il farmaco letale adeguato. A causa delle intollerabili dilatazioni temporali che inasprivano il decorso agonico della malattia di Fabio, la scelta della modalità per l’accesso al fine vita è propesa verso la sedazione profonda e continua e la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale concessa dalla legge 219 del 2017, l’unica che gli avrebbe consentito di morire senza provare dolore. «Fabio Ridolfi è morto senza soffrire, dopo ore di sedazione e non immediatamente come avrebbe voluto. Da quattro mesi aveva chiesto l’aiuto medico al suicidio, rientrando nelle condizioni previste dalla Corte costituzionale, ma una serie di incredibili ritardi e di boicottaggi da parte del Servizio sanitario l’hanno portato a scegliere la sedazione profonda. Continueremo a batterci affinché non si ripetano simili ostruzionismi e violazione della volontà dei malati», hanno affermato Filomena Gallo e Marco Cappato.

Gloria, nome di fantasia, 78enne veneta e malata oncologica, il 23 novembre 2022 ha richiesto all’ASL competente la verifica dei requisiti per ottenere l’aiuto alla morte volontaria. Il 30 marzo 2023 è giunta alla richiedente la relazione positiva, con una particolarità che denota l’eccezionalità di questa nuova valutazione: per la prima volta i requisiti indicati dalla sentenza Antoniani-Cappato sono stati reinterpretati sulla base della condizione patologica della paziente, aprendo la possibilità di avvalersi dell'aiuto a morire anche per i malati terminali di cancro: il Gruppo Tecnico dell’azienda sanitaria veneta, ha equiparato i farmaci antitumorali mirati ai trattamenti di sostegno vitale indicati dalla sentenza della Consulta. Il 7 giugno 2023, seppur con ritardo, è arrivata comunicazione da parte dell’Asl che farmaco e strumentazione fossero stati stabiliti. Per la prima volta, entrambi sarebbero stati forniti dal SSN. Il 23 luglio 2023 Gloria ha potuto accedere alla pratica del suicidio medicalmente assistito nella propria abitazione, rappresentando la seconda cittadina cui è stato riconosciuto questo diritto senza la necessità di incorrere in conflitti legali e la prima ad aver ricevuto il farmaco e la strumentazione da parte della ASL competente.

Anna, nome di fantasia, nel 2010 riceve la diagnosi di sclerosi multipla progressiva, che la rende totalmente dipendente dall’assistenza di terzi. Il 4 novembre 2022, invia all’Asl di competenza la richiesta di verifica delle sue condizioni. L’Asl si limita a sottolineare la mancanza di una legge nazionale volta disciplinare la morte medicalmente assistita. Le condizioni psico-fisiche di Anna hanno subito un peggioramento durante l’attesa frutto dell’inadempienza del SSN. Nel giugno 2023 è stato avviato il procedimento giudiziario davanti al tribunale di Trieste, con l’accusa rivolta all’Asl di reato di omissione o rifiuto di atti d’ufficio di cui all’articolo 328 del Codice penale. Il 4 luglio 2023 il Tribunale di Trieste ha riconosciuto il diritto di Anna a ricevere un riscontro completo relativo alle verifiche richieste, e ha imposto un risarcimento ai danni della richiedente. Il 3 agosto 2023 è poi giunto il parere positivo della Commissione medica multidisciplinare. Anna è stata la prima cittadina friulana e la quinta in Italia ad ottenere la libertà di accesso al suicidio assistito, con il supporto dell’azienda sanitaria durante le fasi esecutive della pratica, lo scorso 28 novembre presso la sua abitazione a Trieste.

In occasione del convegnoo “Il fine vita fra Corte costituzionale e legislatore: problematiche attuali e prospettive future”, ho avuto occasione di raccogliere la testimonianza diretta di Marco Cappato, protagonista attivo della storia umana di Fabiano Antoniani e degli sviluppi processuali derivanti dalla sua morte in Svizzera.

Qual è la forza della disobbedienza civile?

Quando sono andato alla caserma dei carabinieri di Milano a raccontare quello che avevo fatto, ho detto semplicemente: “Io l’ho fatto perché ho sentito il dovere di farlo”. La Corte costituzionale ha stabilito che è un diritto, ma quando ho aiutato Fabiano ad andare in Svizzera non lo sapevamo. Il Parlamento non si è assunto la responsabilità di decidere, e allora ho iniziato pubblicamente ad aiutare le persone, sempre autodenunciandomi. Ora non sono più da solo, siamo in 27 persone. La disobbedienza civile non dà ragione, ci si assume la responsabilità di un atto politico. La politica non è fatta solo dal Parlamento, è fatta anche dal corpo elettorale. Una delle cose che ho imparato da Marco Pannella è stata la gradualità della nonviolenza perché la disobbedienza civile deve vivere di gradualità, di dialogo con il potere.

Quale sarà il futuro del dibattito sul fine vita?

C’è la logica, c'è la morale e ognuno la sua, e poi si va al diritto, che da una parte risponde ai cambiamenti culturali sociali, che sono anche tecnologici. Fabiano Antoniani è stato scalzato dalla macchina dieci anni fa, nel 1930 in quelle condizioni sarebbe morto dopo poche ore. Il progresso tecnico-scientifico ha consentito ciò che nel 1930 non sarebbe potuto accadere: rianimazioni, anestesisti. La questione sta diventando sempre più importante non perché ci sia un accanimento ideologico, ma perché è socialmente importante: se la tecnologia aiuta sempre di più a vivere, si allunga il tempo di morire e quindi si allunga il tempo durante il quale noi vivendo vogliamo decidere della nostra vita, è un fatto matematico e inesorabile. In Italia avremmo 15-20.000 persone all'anno che eserciterebbero questo diritto e almeno 50-60.000 che vogliono pensare se esercitarlo o no. Per ora lo Stato italiano si guarda bene dal procedere, guarda dall'altra parte per non essere costretto ad affrontare questa grande questione sociale che inevitabilmente dovranno affrontare.

Come si colloca il Vaticano nel dibattito?

Questa è una battaglia sulle condizioni materiali reali della vita con la v minuscola e della Vita con la v maiuscola. Le vite concrete sono state sacrificate per realizzare grandi ideali: la dottrina delle gerarchie del Vaticano tutela la vita dal concepimento alla morte naturale, che semplicemente non esiste più. Si va a fare esattamente il contrario di quello che le parole vogliono dire: si attribuisce alla tecnica la responsabilità della decisione. Se il corpo può essere tenuto tecnicamente in vita, come nel caso Englaro, deve vivere. L’ideale trascendentale della religione in realtà va ad abbracciare un materialismo assoluto della concezione della vita che io devo subire, con la v minuscola, finché è tecnicamente possibile mantenerla in sopravvivenza.

La vicenda umana e giuridica del caso Cappato-Antoniani

Oggi, in Italia, ancora non esiste un'architettura giuridica a tutela di chi richiede di poter accedere ad un fine vita dignitoso.

Con la sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale, i cui protagonisti sono stati Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, e Marco Cappato, si è verificata la prima reale presa di coscienza giurisprudenziale da parte dello Stato italiano in materia di morte medicalmente assistita.

Il trascorso umano di DJ Fabo

Antoniani nel 2014 viene coinvolto in un incidente stradale che provoca in lui la perdita irreversibile di autonomia nella respirazione, nell’alimentazione e la compromissione della vista. Nella primavera del 2016 Fabiano Antoniani comunica ai cari il suo personale proposito di non voler più continuare a vivere. La compagna Valeria Imbrogno entra pertanto in contatto con l’organizzazione svizzera Dignitas e l’associazione italiana Luca Coscioni, attive nel campo dei diritti delle persone con disabilità affinché sia loro garantito l’accesso ad una morte dignitosa.

Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, dopo aver fornito le indicazioni utili ad avviare la procedura di suicidio medicalmente assistito attraverso l’organizzazione elvetica Dignitas, accompagna personalmente Fabiano Antoniani in Svizzera, dove il 27 febbraio 2017 muore.

Valeria Imbrogno, la fidanzata di Fabiano Antoniani, abbraccia Marco Cappato dopo il verdetto

Il processo e l'assoluzione di Marco Cappato

Rientrato a Milano, il 28 febbraio 2017 l'esponente radicale si autodenuncia presso i Carabinieri di Milano per il reato di aiuto al suicidio disciplinato dall’articolo 580 del Codice penale, che prevede la reclusione da 5 a 12 anni per chiunque ne agevoli l'esecuzione.

Attraverso il citato atto di disobbedienza civile, che presuppone una deliberata violazione della legge con il fine di mettere in discussione una politica governativa, Cappato induce una lite strategica che lo porta ad affrontare un iter processuale conclusosi con la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. sancita dalla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale.

L’8 novembre 2017 ha inizio l’udienza alla Corte di Assise di Milano. La pubblica accusa e la difesa di Marco Cappato chiedono l’assoluzione dell’imputato, e che sia sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale. La richiesta è accolta dalla Corte di Assise di Milano, che all’udienza del 14 febbraio 2018 pronuncia l’ordinanza 1/18 attraverso cui sollevava questione di legittimità. Marco Cappato è assolto solo dall’accusa di istigazione al suicidio, ma non da quella di aiuto al suicidio.

Il modus operandi della Corte Costituzionale

Ordinanza 207 del 2018

L’esito dell’udienza davanti alla Corte Costituzionale tenutasi il 23 ottobre 2018 rileva una mancanza di adeguata tutela nell’assetto normativo concernente il fine vita.

Con l’ordinanza numero 207 del 2018 la Corte Costituzionale, percorrendo la via della nuova tecnica decisoria della incostituzionalità differita, sollecita il Legislatore a intervenire attraverso una dettagliata disciplina delle modalità ammissibili per il percorso di fine vita. Il vuoto legislativo presente sarebbe stato altresì lesivo della Costituzione, nella parte in cui con la dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 580 del Codice penale si sarebbe creato un ulteriore vulnus a discapito di soggetti vulnerabili, arginabile solo e soltanto attraverso l’intervento legislativo del Parlamento.

Sentenza 242 del 2019

In mancanza di un provvedimento da parte del Legislatore, all’udienza del 25 settembre 2019 la Corte Costituzionale ritiene fondata la questione di costituzionalità e dichiara l’illegittimità parziale dell’art. 580 del Codice penale.

La sentenza 8 del 2019 della Corte d’Assise, tenuta in considerazione la pronuncia della Corte Costituzionale, assolve infine Marco Cappato perché i reati di istigazione e aiuto al suicidio non sussistono.

La limitatezza del margine giuridico individuato per riconoscere il diritto a una morte dignitosa

L’inerzia parlamentare che si protrae è sintomo della crisi dei partiti e del sistema legislativo che si riflette nella procedura – la cui frequenza è in progressivo aumento – di supplenza dei giudici in materia normativa in contingenze di istanze sociali urgenti, prerogativa costituzionalmente riservata al Parlamento e dunque politica.

«Le leggi le elabora e le delibera il Parlamento, perché soltanto al Parlamento, nella sua sovranità legislativa, è riservato questo compito dalla Costituzione. Non può esistere una giustizia costituzionale politica ed è una grossa esigenza quella virtuosa logica della collaborazione istituzionale», Sergio Mattarella, Cerimonia del Ventaglio 30 luglio 2023

L'opinione di cittadini ed elettori sul diritto di scelta

Un sondaggio del Censis riporta che il 74% degli intervistati si dichiarano favorevoli all’idea che ‘quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede’.

L'opinione è largamente condivisa e trasversale agli orientamenti politici e partitici.

"Io voglio vivere adesso, ma voglio avere la possibilità di scegliere se la sofferenza dovesse prendere il sopravvento sulla mia idea di vita. Vorrei sapere che quella porta c’è, esiste, e se voglio, posso decidere di aprirla, quando voglio. Una consapevolezza che farebbe vivere molto più serenamente la mia malattia e quella di tanti altri pazienti. È inaccettabile che le istituzioni continuino a non mettere in pratica quello che la Consulta ha indicato, lasciando noi malati in un’attesa senza fine".

Laura Santi, malata in attesa del riscontro del SSN e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni

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