1976
Avezzano
Sfilo un libro di storia contemporanea dalla libreria: mi servirà per capire meglio gli anni che sto per raccontare. La VI legislatura, infatti, si dimostra una stagione ricca di eventi e traguardi, con il susseguirsi di ben cinque governi e la riforma del diritto di famiglia, ma affonda in anticipo, così come aveva fatto la V nel 1972. In seguito alle dimissioni del governo Moro V, rassegnate il 30 aprile 1976 a pochissime settimane dall’insediamento, al Presidente Leone non rimane che sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.
Il sentore, come mi raccontano i testimoni che incontro, in effetti nell’aria c’era già. Quasi tutti sembrano ricordare la Pasqua di quell’anno, caduta il 18 aprile, come un periodo di febbricitante attesa per qualcosa di nuovo, che poi effettivamente si verifica.
Con il successo del referendum sul divorzio, il cambiamento del partito nei confronti dell’Occidente, la figura di Berlinguer sembra far presa sempre più sull’elettorato, composto adesso anche da diciottenni grazie al legge del marzo del 1975 sull’età minima per il voto.
In quell’anno, la stessa campagna per le amministrative si era svolta nel segno del cambiamento, con gli slogan sui manifesti che riportavano “Noi abbiamo le mani pulite. Chi può dire altrettanto?”
Scrive la storica Simona Colarizi riguardo questa rinnovata percezione:
Il balzo in avanti del Pci nel 1975, come il suo ulteriore incremento alle politiche del 1976, si spiegano proprio con l’afflusso nelle liste comuniste dei suffragi di quella borghesia che non sembra più spaventata dal Partito comunista di Berlinguer, occidentalizzato e socialdemocraticizzato. Poco importano il legame con Mosca ancora operante e l’ambiguità di un processo di revisione ideologica rimasto incompiuto. Vale la percezione del Pci come forza politica riformista, rispettosa delle regole democratiche, immune dalla corruzione che dilaga negli altri partiti. Il concetto della «diversità» comunista ha fatto breccia tra i ceti borghesi colti, a premiare la cura profusa dal Pci fin dalle origini della Repubblica verso il mondo della cultura, sul quale esercita ormai la sua egemonia.”
Questo slancio viene raccolto, si consolida e porta i vertici del Pci a voler organizzare qualcosa di nuovo per le elezioni, una campagna elettorale diversa, indirizzata a un pubblico ormai formato, pronto ad un tipo di interazione più partecipata.
A raccontarmi alcuni passaggi di quei giorni fitti di impegni è Pasquale D’Alberto, militante durante gli anni Settanta e Ottanta nella Marsica e Responsabile dell’organizzazione della locale federazione del Partito Comunista.
Un comizio dialogato con Berlinguer?
In Abruzzo, ad Avezzano?
È chiaro che l’entusiasmo, ma anche le preoccupazioni degli organizzatori dovevano raggiungere livelli altissimi. Esempi di manifestazioni partecipate in maniera massiccia in quella zona risalivano ormai agli anni ’50, durante le lotte del Fucino, ma la scelta di una realtà più piccola rispetto a quella delle grandi città permetteva al partito di sperimentare e, al tempo stesso, conoscere un’Italia diversa da quella che la stampa e l’opinione comune erano solite disegnare.
Così l’ha spiegato Francesco Di Vincenzo, che aveva intervistato a riguardo l’ex membro della segreteria nazionale del Pci e responsabile della propaganda comunista, Renzo Trivelli:
Berlinguer andò ad Avezzano per sperimentare, un nuovo modo di comunicare con gli elettori. Invece del solito comizio, un botta-e-risposta tra lui e i cittadini». Com'era nata l'idea? «Alla vigilia della campagna elettorale - risponde Trivelli — eravamo alla ricerca di una idea nuova, originale. Fu Berlinguer che avanzò la proposta: perché, disse in sostanza, al posto del tradizionale soliloquio dal palco non tentiamo un contatto più vivo, un dialogo vero con i cittadini? Nacque così la formula "i cittadini domandano, i comunisti rispondono"'. Invece di fare la solita circolare per dare alle federazioni la nuova direttiva, decidemmo di mettere subito alla prova la nuova formula in modo che, se fosse andata bene, l'esperimento avrebbe potuto costituire una indicazione esemplare, convincente, non burocratica». Perché fu scelta Avezzano? «Non dimentichiamo che Berlinguer, così come nel '72, era capolista in Abruzzo. Inoltre, il capoluogo marsicano per talune sue caratteristiche costituiva un "laboratorio" ideale per l'esperimento: centro di piccole dimensioni, ricco di tradizioni di lotta ma con una sinistra non fortissima, vicino a Roma.
E così la grande macchina organizzativa si mette in moto, con un coordinamento straordinario tra i compagni delle sezioni abruzzesi, soprattutto marsicane. Dopo tantissimi incontri preparatori e 140 persone coinvolte nel servizio d’ordine (questo mi racconta Pasquale), finalmente è tutto pronto per la giornata del 18 maggio, una “data rossa” ancora oggi sul calendario di Avezzano.
Prima del pranzo il segretario vuole incontrare chi si è occupato dell’organizzazione e si trattiene con loro per un po’. Santilli racconta a Di Vincenzo che durante il pranzo Berlinguer sembra leggermente preoccupato, lui che era abituato a programmare nei dettagli i suoi interventi. Le strade iniziano a riempirsi. La vista della piazza stracolma di gente doveva essere stupenda. Lo sento nella voce di Pasquale, in quel racconto carico di emozioni e di una punta di orgoglio ancora accesa. Alle 17.30 arriva finalmente Berlinguer, viene letteralmente preso di forza e collocato sul palco. Il dialogo con la sua folla può iniziare.
Le domande si susseguono e Berlinguer risponde. Parla di attualità, di cultura, di emancipazione e dei diritti dei lavoratori. Nelle parole di Pasquale ritrovo quei concetti che leggo nei documenti che sto studiando, ovvero la capacità di non dire, eppur lasciar intendere qualcosa di più, così come farà poche settimane più tardi nell’intervista del 15 giugno al Corriere della Sera, aprendo la strada a una società socialista compatibile con i sistemi democratici (S. Colarizi).
Corriere della Sera, 15/5/1976
Corriere della Sera, 15/5/1976
È la capacità del segretario di ispirare i suoi ascoltatori e tenere l’attenzione del pubblico. I vertici della stessa DC, presenti e preoccupati per il successo dell’evento, non possono non riconoscere la portata di quella giornata. Le reazioni tra la gente e tra i compagni sono dense di emozioni, quelle che non riescono a far trattenere nemmeno le lacrime. Il comizio dura tantissimo, senza mai perdere di intensità: quando finisce sono ormai le nove di sera.
La stampa italiana e estera si era riversata nel piccolo comune, incuriosita sia dalla scelta del luogo che dalla notizia di un nuovo tipo di evento. Corriere cariche di operatori dell’informazione occupano la città, come ci racconta Giorgio Masciovecchio:
Ci sono esponenti di tantissime testate, tra cui il Times, il Washington Post, Le Monde e inviati di innumerevoli emittenti televisive, tutti alla ricerca della notizia “sull’uomo più famoso d’Italia”. Riprendo in mano I comizi e il miele e trovo un estratto che mi sembra significativo:
Rileggiamo un brano della cronaca che di quella giornata la giornalista americana pubblicò "a caldo" sull' "Europeo" del 4 giugno 1976: «Per chi di noi era stato presente in precedenza a qualche comizio di Berlinguer a San Giovanni a Roma l' "incontro col popolo" che il segretario del Partito Comunista ha tenuto ad Avezzano la settimana scorsa è stata un'esperienza cosi interessante e utile che alcuni di noi stranieri ci siamo perfino dimenticati del fatto che eravamo lì soprattutto come risultato di un'abile ed efficace operazione di pubbliche relazioni svolto dal Partito Comunista, il quale non si dimentica mai della portanza che ha, e avrà sempre di più, della propria immagine all'estero. E bisogna anche dire che vedere Berlinguer in un contesto del genere valeva molto di più dell'intervista esclusiva della quale molti di noi continuano però a sognare. Perché quest'uomo è indubbiamente un leader di prim'ordine, non solo per la sua inconfondibile intelligenza e perspicacia, per la sua ironia e acutezza, ma perché possiede quello che con una brutta parola si è soliti chiamare un carisma, cioè rapporto con le masse che spiega il rispetto e l'ammirazione di moltissimi suoi seguaci per lui, come si poteva facilmente leggere sui volti che erano rivolti verso Enrico Berlinguer ad Avezzano».
La manifestazione ha avuto un effetto incredibile per le sezioni locali. Il tiro messo a segno apre le porte a prospettive completamente nuove, lasciando respirare un territorio che fino a quel momento boccheggiava per la necessità di un cambiamento.
Leggo i risultati di quelle elezioni e non posso non sorprendermi. Alle elezioni il Pci raccoglie il 34,4% dei consensi, in Abruzzo tocca il 34,8% con un balzo di 8 punti rispetto al 1972 rendendo di fatto questa regione la più rossa del Mezzogiorno, con il nome del capolista segnato ben 103.073 volte.
È vittoria. Una vittoria costruita con impegno e volontà di non deludere. Quella sera, dopo la cena per festeggiare il successo del comizio, Berlinguer fa un brindisi che mi sembra ci dica qualcosa dell’uomo che sto imparando a conoscere:
Racconta Giovanni Santilli: « Fui io a dirgli: "Be', qui ci vorrebbe un brindisi". Lui non si fece pregare, chiese che venissero riempiti i bicchieri di tutti i presenti, poi si alzò e fece il brindisi dicendo se ricordo bene, queste parole: "Cari compagni, abbiamo vissuto oggi una bella e positiva esperienza che mi auguro venga ripetuta in ogni piazza d'Italia. Il successo di questa iniziativa deve spronarci a lavorare di più e meglio, perché esso dimostra che i cittadini guardano a noi con fiducia e attesa. Non deludiamoli".


