"Non è mai un incidente"

Prevenzione e intervento sul suicidio in carcere

Era una notte di fine settembre, tra lunedì e martedì, il tentato suicidio di un ragazzo nel carcere minorile di Catanzaro ha messo in luce una realtà che molti preferiscono ignorare: la drammatica sofferenza psicologica che permea le mura delle prigioni italiane. Ha tentato di togliersi la vita, impiccandosi nel bagno della struttura, quella notte si sentiva più solo che mai, il suo pensiero, la sua unica ossessione, era la via d’uscita che non c’era e proprio quando stava per farlo, qualcosa di incredibile accade, le porte del bagno si aprirono di colpo, due agenti di polizia penitenziaria entrarono, il loro intervento fu fulmineo, uno afferrò il giovane e lo sollevò da terra, l’altro sciolse la corda che gli stringeva al collo, venne trasportato subito in ospedale dove rimase ricoverato per qualche giorno sotto osservazione, ma quella sera non riusciva a smettere di pensare a quanto fosse vicino al non esserci più, non voleva morire, ma non sapeva più come vivere, la sua mente era piena di confusione, eppure qualcosa in lui stava lentamente cambiando, il supporto psicologico iniziò, e lentamente giorno dopo giorno i pensieri bui non lo sovrastavano più con la stessa intensità e in qualche modo iniziò a guardare al futuro con occhi diversi, non era un miracolo, non ancora, ma si accorse che la sua vita, nonostante tutto aveva ancora un senso, la strada era lunga ma, per la prima volta dopo molto tempo sentiva di non essere completamente solo. Si può comprendere come la sua storia, come molte altre, è iniziata con il peso di piccole frustrazioni accumulate giorno dopo giorno ed oggi il mio obiettivo non è quello di limitarmi ad una mera analisi dei dati, ma cercherò di riflettere anche sulle risposte che dovremmo dare come società, perché in fondo, il suicidio in carcere non è solo una tragedia personale, è una questione che interroga la nostra capacità di trattare con dignità chi ha perso la propria libertà.   

Il grido silenzioso

L’episodio ha suscitato varie reazioni, purtroppo non era un caso isolato ma un segnale allarmante di un sistema che, da troppo tempo, non riusciva più a rispondere adeguatamente alle esigenze di chi è ancora giovane, fragile e segnato da esperienze difficili. Le organizzazioni per i diritti umani, in particolare Antigone, si fecero sentire immediatamente, “Questo episodio non è un’eccezione” dichiarò uno dei portavoce, “è il risultato di un sistema che da anni è mal gestito, i ragazzi che arrivano nelle carceri minorili portano con sé storie di abusi, di abbandono, di violenza ma quando entrano in questi istituti, non trovano il supporto psicologico che sarebbe necessario per aiutarli a rielaborare il loro passato”. La denuncia non si fermava solo alle condizioni delle strutture, ma andava più a fondo, toccando anche le cause che spingono i detenuti a pensare che l’unica via d’uscita sia la morte. I mesi successivi furono segnati da un acceso dibattito sulle riforme necessarie al sistema penale minorile, diversi esperti di diritti umani e psicologi continuarono a denunciare la gravità della situazione, auspicando ad un sistema che non sia più solo punitivo, ma che abbia come obiettivo la rieducazione, il sostegno emotivo ed il reinserimento dei giovani nella società. Nel frattempo il giovane ragazzo, con il tentato suicidio è diventato il volto di una sofferenza troppo a lungo silenziosa, la speranza risiede nella consapevolezza che, forse, grazie a lui e a tanti altri, questo sistema possa finalmente essere riformato, ma per farlo sarebbe necessario più di un’inchiesta, un cambiamento profondo, che metta al centro la vita dei detenuti, anziché la punizione.

Un conflitto con la libertà

La privazione della libertà non riguarda solo la possibilità di muoversi, ma ha un impatto devastante sull’identità e sul benessere psicologico dell’individuo, infatti la perdita della propria autonomia e l’impossibilità di prevedere il futuro possono generare sentimenti di impotenza, vergogna e disperazione. Questi, combinati con altre difficoltà strutturali e ambientali, possono condurre al suicidio.

Proposte di intervento

In risposta all'episodio, sono state avanzate diverse proposte di intervento per prevenire ulteriori tragedie simili. C'è bisogno di un miglioramento delle strutture penitenziarie, interventi urgenti per ridurre il sovraffollamento, migliorare le condizioni di vita nelle carceri e garantire ambienti più adatti al recupero psicologico dei detenuti. Importante è potenziare il supporto terapeutico aumentando la presenza di psicologi e psichiatri per monitorare la condizione mentale e intervenire prontamente nei casi più critici. Per quanto riguarda i programmi di reinserimento e riabilitazione bisogna potenziare le attività educative, culturali e sportive, che sono strumenti fondamentali per garantire il benessere emotivo e dare loro un’opportunità di cambiamento e speranza per il futuro. Esperti suggeriscono una revisione del sistema penale minorile, puntando su misure alternative alla detenzione, con l’affidamento in comunità o programmi di riabilitazione.

 

Che tipo di giustizia vogliamo come società?

Il fenomeno del suicidio in carcere è una tragedia che non può essere attribuita solo alla sofferenza individuale del detenuto ma è il risultato di un fallimento sistematico, in cui la società, attraverso il sistema penitenziario, non è riuscita a garantire i diritti fondamentali dei detenuti. Quello che dobbiamo chiederci è: che tipo di giustizia vogliamo? Vogliamo un sistema che punisca severamente, senza considerare la possibilità di recupero? o vogliamo un sistema che riconosca la dignità umana di ogni individuo, anche di chi ha commesso crimini? L' obiettivo della giustizia penale è quello di  garantire che ogni persona, indipendentemente dai suoi errori, possa avere accesso a cure a sostegno psicoterapeutico a programmi riabilitativi e ad una reale opportunità di reintegrazione. Prevenirlo richiede un intervento articolato che coinvolge il miglioramento delle condizioni materiali delle carceri, un forte investimento nelle risorse umane, l’adozione di politiche penitenziarie riformiste ed un monitoraggio costante della salute mentale dei detenuti.

La solitudine come pena

Uno degli aspetti più distruttivi del sistema carcerario è la solitudine. La detenzione solitaria, che in molti paesi viene usata come forma di punizione, è una pratica che ha effetti devastanti sulla salute mentale. L’isolamento per lunghi periodi può portare a depressione, psicosi, disturbi del sonno e allucinazioni. La privazione di ogni forma di interazione sociale aumenta l’alienazione del detenuto, che diventa progressivamente incapace di affrontare la propria situazione.

"Sono solo. Solo, solo, solo! La solitudine è più grande della morte"

Victor Hugo

Le cause del suicidio in carcere

Il suicidio in carcere è una realtà tragica e complessa che affonda le radici in una molteplicità di fattori psicologici, ambientali e sociali. Ogni caso è unico, ma esistono dinamiche ricorrenti che alimentano questo fenomeno, rendendo alcune persone più vulnerabili di altre. In molti casi, dietro il gesto estremo si nascondono gravi disturbi psicologici, infatti detenuti con una storia di depressione, ansia, stress post- traumatico o psicosi sono particolarmente a rischio, dunque la privazione della libertà, l’isolamento forzato e la condizione di disconnessione dalla società acuiscono e peggiorano questi problemi psicologici. Lontani dalle proprie famiglie e privi di un adeguato supporto psicologico, molti detenuti si ritrovano intrappolati in una spirale di disperazione, la sofferenza psichica diventa quindi così insopportabile da spingerli a pensare al suicidio come unica alternativa A questo si aggiunge l’isolamento, la mancanza di interazioni umane amplifica il senso di inutilità e abbandono, il detenuto si sente sempre più distante dalla società e dalla possibilità di recuperare una vita sociale, creando un crescente senso di disperazione. Anche le condizioni materiali e ambientali dentro le carceri giocano un ruolo fondamentale, il sovraffollamento, la scarsa igiene, la carenza di risorse per la cura fisica e psicologica, insieme alla mancanza di opportunità di riabilitazione fanno aumentare il senso di frustrazione ed impotenza. Il peso della pena, in particolare il senso di colpa e vergogna è un altro elemento centrale nel tragico percorso che porta al suicidio, la consapevolezza di aver commesso un reato e la separazione dalla famiglia e dalla società spesso alimentano il senso di inutilità, sentirsi emarginati e incapaci di rimediare ai propri errori porta molti a pensare che non vi sia alcuna possibilità di redenzione. In alcuni casi, la lunghezza della pena o l’impossibilità di accedere ad opportunità di reinserimento sociale possono accentuare la sensazione che il futuro sia privo di speranza. Infine, molti detenuti arrivano in carcere portando con sé il peso di traumi pregressi. Abusi fisici, psicologici o sessuali subiti in passato possono essere riattivati in un contesto carcerario che, per la sua natura violenta e alienante, finisce per alimentare il dolore e le cicatrici emotive, senza un adeguato sostegno e l'opportunità di affrontare e superare questi traumi, la sofferenza interiore può diventare insopportabile, aumentando appunto il rischio di suicidio. Queste cause non sono mai isolate l’una dall’altra, ma si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Affrontare quindi il problema del suicidio nelle strutture penitenziarie richiede un intervento globale che includa il miglioramento delle condizioni di vita, un adeguato supporto terapeutico, la possibilità di reinserirsi socialmente e il riconoscimento dei diritti umani.

Riflessi di libertà

Dalla colpa alla redenzione

I numeri dei suicidi nelle carceri

Si tratta di un problema globale, con tassi che variano significativamente da paese a paese, ma che comunque restano alti. In Italia, ad esempio, si stima che tra il 2000 e il 2020 si siano verificati circa 700 suicidi nelle carceri, con una media che si aggira intorno a uno ogni tre giorni. Nel 2022 negli istituti penitenziari italiani si sono suicidati 84 detenuti, è il numero più alto dal 1990, l’anno in cui è iniziata la raccolta dei dati.

Novanta

90, sono i suicidi avvenuti nel 2024 in Italia.

La prevenzione del suicidio in carcere non può più essere priorità secondaria, ma deve diventare un obiettivo centrale delle politiche penitenziarie italiane. L’adozione di misure concrete per migliorare le condizioni di vita, garantire un adeguato supporto psicologico e ridurre il sovraffollamento è fondamentale per abbattere il numero di suicidi e per costruire un sistema penitenziario che non solo punisca, ma che sia anche capace di rieducare e proteggere i detenuti. Ogni anno, in molti paesi, centinaia di detenuti si tolgono la vita, e il tasso di suicidi in carcere è spesso sei volte superiore rispetto alla media della popolazione generale. In Italia, secondo i dati dell’Associazione Antigone, solo nel 2023 sono stati registrati oltre 70 suicidi nelle carceri, a cui si aggiungono decine di tentativi di suicidio. Sebbene questi numeri possano sembrare distanti dalla vita quotidiana di chi non ha esperienze dirette con il carcere, rappresentano una realtà che non può essere ignorata. La prima riflessione che mi viene in mente, vedendo questi numeri, è il senso di impotenza che pervade chi vive in carcere, i detenuti purtroppo, sono spesso abbandonati a loro stessi, costretti a fare i conti con la propria solitudine, il loro passato, le proprie colpe, e senza avere gli strumenti per affrontare una vita che si presenta, giorno dopo giorno, come un tunnel senza uscita.

Il protagonista di questa storia, ha mostrato un evidente cambiamento, non solo nel modo in cui percepisce il suo passato, ma anche nel suo atteggiamento nei confronti della vita e della giustizia. Se inizialmente era intrappolato in un ciclo di sofferenza e autodistruzione, oggi si descrive come una persona che ha trovato una via per evolversi attraverso il perdono e la riflessione. Il percorso di trasformazione che ha intrapreso in carcere è una testimonianza del fatto che, anche nelle condizioni più difficili, è possibile sperimentare una vera rinascita.

Come superare il pregiudizio

Per smantellare il pregiudizio sul carcere, è necessario un impegno collettivo in termini di educazione e consapevolezza. Solo conoscendo la realtà delle carceri e delle condizioni in cui vivono i detenuti si può superare l’immagine distorta che si è costruita. Programmi educativi, incontri con ex detenuti, percorsi di reinserimento sociale devono essere promossi per abbattere la paura e la stigmatizzazione. È importante una riforma anche sul piano culturale, carceri più moderne e aperte alla riabilitazione, programmi di educazione e formazione professionale per i detenuti, e politiche di lavoro sociale devono sostituire l’ottica punitiva che ha caratterizzato troppo a lungo il sistema. In questo modo, si potrà ridurre il rischio di recidiva e favorire il ritorno dei detenuti nella società come individui responsabili. Infine, è importante un ritorno al rispetto della dignità umana, indipendentemente dai crimini commessi, ogni detenuto è un essere umano che merita rispetto e opportunità di redenzione, solo cosi sarà possibile ridare ai detenuti la possibilità di cambiare e alla società la fiducia del percorso di riabilitazione. Il pregiudizio è alimentato da paure, stereotipi e disinformazione, superarlo richiede un cambiamento profondo nella cultura sociale, politica e giuridica, un impegno per una giustizia penale che sappia distinguere chi ha sbagliato da chi è irrecuperabile. È solo con una visione umana, integrata e consapevole che potremo costruire una società che si impegna a riabilitare, reinserire e rinnovare.

Non è mai un incidente

La sofferenza psicologica dei detenuti è una realtà che viene sistematicamente ignorata o minimizzata. Quando un detenuto esprime segni di disagio o di sofferenza, questi molto spesso vengono ignorati o mal interpretati o peggio etichettati come “problemi comportamentali”. Ma il suicidio non è mai una risposta improvvisa a una condizione isolata, è il culmine di un lungo processo di esclusione, di solitudine, di dolore non riconosciuto. Il suicidio in carcere non è mai un incidente, è una tragedia annunciata, la manifestazione di un sistema che troppo spesso si concentra sulle sbarre, sulle regole, senza prendersi cura di chi dentro le sbarre vive. Dunque cosa siamo disposti a fare per non permettere che queste tragedie continuino a verificarsi? La risposta non può essere solo di indignazione o di dispiacere, ma deve tradursi in un impegno per un cambiamento radicale nel nostro sistema penitenziario.

Questo progetto nasce con l’obiettivo di porre in essere un atto di umanità, è come tendere una mano a chi sembra ormai invisibile, a chi dentro quelle mura, ha perso la speranza e in alcuni casi la ragione di esistere. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo nella sua sofferenza, e come società abbiamo il dovere di farci carico di queste storie, di costruire un futuro dove nessuno senta più che la vita non valga la pena di essere vissuta.

Ringrazio il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità presso il Ministero della Giustizia, per avermi autorizzato a realizzare questo progetto.

Ringrazio inoltre il Dott. Francesco Pellegrino, Direttore dell’istituto penale per i minorenni di Catanzaro, per l’intervista concessa.

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