domani

giovani adulti e futuro: vivere il presente nel 21esimo secolo

Ciao, due robe prima di leggere

- Siamo diventati adulti per cui nessuno fa per noi le cose che dovremmo fare, quindi siamo costretti a essere fottutamente egoisti, ad andare di pressa, teniamo le ansie, i problemi, le paure, le angosce

MA

qua non esiste Je pe' mme, tu pe' te: e se ci sei approdat* vuol dire che stiamo sulla stessa barca o comunque su quella bagnarola pronta ad affondare ci sei stat* in passato, PCCIO' vulimmece sempre bene.

Qui dentro ci sono i sentimenti di tanti e la volontà di alcuni di migliorare le cose... O semplicemente di provarci.

Si tratta di un lavoro nato per unire e abbracciare le persone a cui tengo, pccio' se sei qui - visto che mi cagano giusto gli amici stretti e qualche parente dall'America - questo progetto serviva a connettere te con me e altre persone bellissime.

- Il progetto non è ultimato: nel senso che è in continuo divenire e che lo vedrai sui social e contestualmente verrà implementato anche qui.

Purtroppo è un progetto immane e mutevole visto l'argomento e il cambiare delle generazioni in oggetto, ma mi premeva iniziare a renderlo pubblico e magari partecipativo.

Tipo sto mettendo sù un podcast che si chiama "normalizzazione e autoterapia".

Pccio' se hai spunti, critiche o vuoi lavorarci assieme, scrivimi pure.

- C'è una Playlist collaborativa su Spotify, la trovi nella bio della mia pagina IG.

Io e gli altri ragazzi abbiamo iniziato a metterci qualcosina. Usala mentre leggi, o mentre caghi, fai te.
E se vuoi, aggiungi qualcosa che ti sta a cuore.

ah, ovviamente non ci ho messo Geolier <3

sentirsi persi
rimanere bloccati
bere a piccoli sorsi interrotti
vivere la propria vita da spettatori

Questo progetto nasce per raccontare il disagio esistenziale che accompagna tanti, tantissimi, giovani nati durante e dopo gli anni '90.

Affronta il tema del futuro e lo fa fermando il presente; mettendolo sotto una lente d'ingrandimento e indossando le lenti di un giovane che "quel periodo" lì l'ha vissuto

Io sono Giuseppe Scotti, un ragazzo di quasi 30 anni. Laureato in legge. Di quelli che le professoresse delle medie dicevano "suo figlio è bravo, ma non si applica".

Uno che a un certo punto ha smesso di trovarsi a suo agio con cosa stava accadendo attorno a lui.

E così si è fermato per qualche anno, cadendo in depressione e smettendo di pensare che le proprie idee avessero un qualsivoglia senso, perché non trovavano posto nella realtà.

Sprofondando nella solitudine ed estraniandosi completamente dalla vita, dalla propria vita.
Come se l'esistenza che aveva vissuto fino a quel momento
non fosse stata la sua.

Conscio che avrebbe potuto fare tutto della sua vita
ma che, alle fine, si ritrovava a fare nulla.

Però questa storia non è solo la mia.
Io potrei raccontarne un lato, quello che avete appena letto.

Questa storia appartiene a tanti giovani

Con mille connotati differenti quasi ognuno di noi si è ritrovato in una fase
di perdita di stimoli e di fiducia in se stessi.

E lì c'è chi si rialza prima, chi dopo
chi si arrende
e ci riprova
domani

e poi c'è anche chi non ce la fa

Questo lavoro nasce
per necessità

Per dire che non c'è fretta.

Per dire che il tempo
non è denaro, ma libertà.

Per te che sei come me.
Come tanti altri.


Per dire che nessuno di noi è realmente solo.

Le interviste sono durate, più o meno, una decina di ore. Ovviamente i contenuti troppo personali e la lunghezza delle riprese non mi hanno permesso di pubblicare tutto integralmente.

Ognuno degli intervistati ha raccontato un tratto caratteristico di quella fase che ho ribattezzato "crisi dei 25 + x". Dove "x" sta per un tempo di maturazione indefinito, che si manifesta quando ti rendi conto che non sei più un bambino e che sei diventato, almeno per la società, un adulto.

Questo racconto è fatto dalle loro parole, dai loro sentimenti e dalle loro idee.

Più di 500 suicidi l'anno

Nei i giovani tra i 15 e i 34 anni, secondo dati Istat nel periodo tra il 2016 e il 2020 su una media di 3850 l'anno

Per l'associazione "Telefono Amico Italia" nei primi 6 mesi del 2023 sono state più di 3.700 le richieste d'aiuto per gestire pensieri suicidi ricevute, oltre 20 al giorno, il 37% in più rispetto al primo semestre dello scorso anno.

Il 47% del totale delle richieste proviene da under 35
(di cui il 29% da under 26 e il 18% tra i 26 e i 35 anni)

Ho parlato di questa tematica con Laura Milini: psicologa con un'ampia esperienza nella terapia su pazienti giovani, per tempo impegnata nel sociale con l'associazione Psicologi per i popoli in missioni umanitarie...

che è stata anche il faro che mi ha aiutato
a disegnare la rotta per uscire della depressione.

Laura non ha svolto, come di solito accade, il semplice ruolo della "professionista del settore" che viene intervistata, bensì è stata incosciente coautrice di questo elaborato.

Le parole che leggerete non saranno solo quelle dell'intervista che le ho fatto, ma il frutto di una maturazione e una crescita da lei accompagnata.

Ho chiesto a Laura di partire dalle cause.
Perché, arrivati ad un certo punto della vita, i giovani passano questo periodo?

Scollamento tra il percepito e il reale

Così Laura definisce la condizione nella quale si trovano i giovani in oggetto.

"Sono persi tra l'aspettativa che si erano creati di loro stessi da ragazzi e ciò che si trovano di fronte in quel preciso momento"

Attraverso l'aiuto di Laura ho elaborato tre dimensioni che influenzano e determinano questa condizione.

Sono divise così: il passato e la famiglia, il mercato del lavoro, il contesto sociale e digitale globalizzato.

Ogni ambiente di quelli appena elencati risulta indissolubilmente legato con l'altro, e per l'analisi della tematica nel suo complesso, direi coessenziale e imprescindibile.


L'uno influisce sull'altro, ma - per garantire una più ordinata analisi - ho deciso di trattarli in maniera separata.

IL PASSATO, LA FAMIGLIA

Si pensa che dietro ai pensieri autolesionisti e agli stati depressivi di un giovane ci siano famiglie terribili o enormi traumi infantili.

In realtà non servono situazioni del genere per innescare il circolo vizioso.

Laura ci spiega che anche dei semplici modelli familiari disfunzionali e micro traumi ripetuti, subiti durante l’infanzia possono essere alla base del rischio suicidario e del malessere mentale.

Difatti tali eventi fanno sì che si sviluppino nell'età della crescita tratti di vulnerabilità emotiva e di stile cognitivo instabile, impulsivo, irritabile, aggressivo, a volte tendente all'antisocialità o con schemi di pensiero e di coping rigidi

I giovani si ritrovano, il più delle volte, a vivere una disregolazione emotiva e comportamentale, dove manca l’apprendimento di skills basilari per potersi comportare con consapevolezza.

Ed è proprio la mancanza di consapevolezza a far sì che giovani adulti adolescenti vivano “al buio” in preda a stati emotivi tempestosi e burrascosi, che generano sofferenza interiore e comportamenti disfunzionali: una strada impervia che può, in alcuni casi, condurre a drammatiche condizioni in cui il suicidio potrebbe rivelarsi, soprattutto agli occhi dei più giovani, l’unica alternativa possibile.

Con l'avanzare dell'età e approcciandosi alla crescita, osservando l'accumularsi step di vita da dover raggiungere, - come ad esempio il termine di un percorso di studi, l'entrata nel mondo del lavoro o un benchmark stipendiale - tutto ciò che risiede nel proprio passato e non è stato affrontato con cura, ritorna prepotentemente a bussare alle porte della coscienza.

Tutti i traumi irrisolti richiedono - nel momento in cui sai di non poterti più permettere di perdere tempo (anche su questa concezione della dimensione temporale torneremo) e hai bisogno di una grande motivazione per fare ciò che stai facendo - un'accettazione, tanta riflessione e una rielaborazione in chiave più matura.

Esatto, proprio quando non hai tempo, senti di aver bisogno di tempo per osservare cos'hai nascosto sotto il tappeto.

Non devono essere per forza gravi episodi di bullismo, di violenza, lutti o eventi traumatici in senso stretto, si può trattare anche di semplici avvenimenti e comportamenti apparentemente insignificanti, ma ripetuti e subìti per un tempo dilatato che hanno determinato i vostri schemi di adattamento. Un esempio sono le mancanze di attenzioni essenziali, le violenze verbali e non - anche solo "striscianti" e non "urlate" - nell'ambito del nucleo familiare e sociale in senso stretto.


Pensate alla vostra scrivania

riuscireste a disegnare se, pur avendo ogni strumento, sul vostro piano di lavoro ci fossero tutti i panni del vostro armadio da bambini?

La risposta è no, ovviamente.

Ma la scadenza per la consegna è domani e non hai spazio nel tuo armadio,
perché ci sono già i tuoi panni da adulto.

Cosa fai?

Senti la necessità di prendere questi panni e capire cosa farci.

Anche perché forse ti piacciono ancora, probabilmente anche più dei tuoi travestimenti da adulto.

Pensi che forse non sarebbe giusto buttarli.

Vorresti fermarti, guardarli, ricordare quando ti sbucciavi il ginocchio e tuo padre o tua madre erano lì, oppure non erano lì.

Vorresti ricordare tua nonna che ti guardava con gli occhi dell'amore e ti diceva "quant' si bell", dandoti quei pizzichi enormi che non facevano male e ti facevano sentire pronto per andare a fare quel che dovevi fare.

Ecco, quando provi a capire cosa fare con quei panni, ti trovi come me ora - di fretta e con una scadenza imminente, pressato dagli impegni lavorativi - mentre scrivo della mia infanzia per un progetto che ho scelto di fare autonomamente e che amo portare avanti. Che fa parte di me.

Senti le emozioni che prendono il sopravvento e capisci che stai toccando nel posto giusto, che forse il senso della vita, o l'inizio del sentiero per arrivarci
risiede lì.

ma non hai tempo
tu devi fare quel disegno
e devi farlo entro domani

Perciò prendi i panni, li butti in un sacco che riponi a sua volta da qualche parte, fai il disegno, consegni e ricominci da un nuovo disegno, da una nuova scadenza.

Qualcuno ti direbbe di provare a riporre il disegno in una busta e mandare a fare in culo la scadenza.
Forse sarebbe giusto, forse no.

Arriverà il momento in cui lo farai
senza che tu te ne accorga,
me lo dico sempre:

non avere fretta

Stare male, fa anche bene: anche questo mi dico sempre.

"è come quando cammini accanto a qualcuno e quella persona va troppo veloce.

Tu ne segui il ritmo senza accorgertene e accelleri, come se avessi qualcosa da rincorrere.

Ad un certo punto non ce la fai più"

L'unico modo per superare i problemi
è normalizzarli.

Quello del disagio mentale nei giovani, in questa società, è un problema comune: ed è importante non far accadere ciò che oggi accade; cioè far prevalere la cultura del successo a tutti i costi, dei vincenti, della concorrenza e della competizione spietata, del dover per forza essere qualcuno per avere un valore come persona, per sentirsi vivi.

Piuttosto si dovrebbe ritrovare la cultura di un ritmo lento e non ostentato, degli ideali e dell'io ideale, non come confronto con gli altri, non come conditio sine qua non per sentirsi appagati, bensì come moto conduttore di un'esistenza giusta solo per se stessi.

Non importa se avrai successo (che poi che cazzo è il successo), tutto sarà sempre relativo.
Non esiste un essere giusti, buoni, sbagliati o cattivi. 

Esiste "essere" umani e ognuno ha la sua via.

Altro tema fondamentale che non affronteremo in questo lavoro è il rapporto con le figure genitoriali.

Tema che è però strettamente collegato alla necessità di fare i conti con i propri "miti"; dinamica che sopraggiunge per molti giovani nella fase dell'autodeterminazione di se stessi.

Umanizzare e sfatare un mito, spesso convergente con le figure genitoriali, che - anche inconsciamente - ti ha trasmesso ideali e ha contribuito a delineare un modo di vivere, è un processo complesso ma - prima o poi - necessario.

I miti sono spesso dannatamente pericolosi, perché non vediamo cosa hanno fatto per diventare tali. Adamo, uno degli intervistati, durante le riprese dice “quelli che guardiamo per lasciarci ispirare sono esattamente gli stessi che giocano a questo sporco gioco” riferendosi agli idoli, soprattutto odierni, parte integrante di un sistema sociale basato su numeri, celebrità e apparenza.

Eppure quelle persone diventano il nostro benchmark rispetto a canoni come la popolarità, lo stile di vita, la dedizione a una causa o gli ideali.

Per questo, quando iniziamo a diventare adulti, capiamo quanto i nostri genitori - spesso tramutati in miti per necessità - siano simili a noi. Perché crescendo, iniziamo a capirne le scelte, gli errori e anche la loro tragicomica banalità, ritrovandoci senza eroi da idolatrare. E nessuno vuole sentirsi banale.

Mettere in discussione i propri dogmi, però, fa paura, diviene spesso tabù per molti e provoca - in soggetti che vivono momenti complessi sotto il profilo emotivo - una perdita di punti di riferimento.

Se questa fase si combina con una perdita di fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nei propri ideali e soprattutto nel proprio process thinking, la situazione può diventare davvero problematica e condurre a fasi buie e tristi, nelle quali tornano a fare capolino pensieri - anche paranoici - e comportamenti disfunzionali ai propri obiettivi di vita.

Ma anche questo va normalizzato

 Si tratta di un processo necessario alla crescita, che spesso arriva solo in età tendenzialmente adulta: alcuni amici ormai ultra quarantenni, e anche mio padre stesso, mi hanno confessato di averne sperimentato gli effetti solo dopo anni dalla scomparsa dei propri genitori.

Social Network e digitalizzazione

Non parlerò di quanto sia disfunzionale - per vari motivi - utilizzare i social network in maniera inconsapevole, bensì di un dato di fatto che tante volte trascuriamo.
Lo farò partendo dal dizionario dei sinonimi e dei contrari.

Il contrario di "DIGITALE" è "ANALOGICO" e non "REALE" che invece è il contrario di "VIRTUALE"

I social non sono un contesto virtuale in quanto digitale e irreale, i social sono la realtà modellata e spesso inconsciamente e involontariamente trasposta su un piano digitale.

Qualcuno potrebbe eccepire: "Sì, ma sui social non vediamo la realtà delle cose".
Per quanto quest'eccezione possa sembrare esatta, va modulata.

Pensate ai content creator che per lavoro creano contenuti affinché siano fruibili da più persone possibili.

Loro si basano su una strategia comunicativa e di marketing ben precisa, condotta al fine di attrarre e fidelizzare una determinata nicchia costruita su degli interessi comuni, per poi vendere un prodotto o acquisire notorietà (che utilizzeranno per perseguire fini personali. Possono essere anche collettivi, eh, ma non stiamo parlando di questo).

Pensate alle strategie pubblicitarie delle aziende. Utilizzano gli interessi, le emozioni e la passione delle persone per fini commerciali. 

Pensiamo infine a noi stessi comuni mortali quando postiamo una foto, una stories, un pensiero o repostiamo qualcosa di altre pagine.

Facendo un gioco, molto importante nella scienza della comunicazione, riusciamo ad arrivare al senso del discorso.

Cosa voglio comunicare con quel gesto?

Cosa voglio dire quando metto una foto di me al mare in vacanza? Voglio dire che sono felice? Ma a chi voglio dirlo? Perché voglio dirlo a una moltitudine di persone?

Dietro una nostra azione sui social c'è una nostra motivazione reale, un nostro bisogno, un obiettivo che trova sfogo e strumento nella collettività.

Secondo uno studio incrociato tra le statistiche ottenute visitando siti specializzati, gli italiani passano sui social in media 2 ore al giorno. 

quasi la metà degli intervistati (il 47% dei 3.400 11-19enni)
ha dichiarato di passare
oltre 5 ore al giorno online all'inizio del 2023
*XIV edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia
pubblicato da Save the Children

Pensiamo adesso, alla luce di ciò che ci siamo detti, di passare 2 - anche 3 - ore al giorno bombardati da:

creator che attuano strategie di marketing

aziende e liberi professionisti che attuano strategie di marketing

amici e conoscenti che traspongono i propri bisogni: di attenzioni, di sentirsi persone migliori, intelligenti, impegnate e soddisfatte della propria vita, attraverso una comunicazione di sé differente da quella che potremmo vedere per strada.

Con un gioco di parole potremmo quasi dire che per quanto sembri surreale, spesso, i social sono più reali, intimi e ricchi di informazioni specifiche della realtà stessa.

Perché queste cose accadono anche dal vivo.

I social sono una parte digitale della realtà e dovremmo approcciarci ad essi come ci si approccia ai venditori quando si va a Porta Portese o nei mercati rionali.

Con lucido distacco

Essere bombardati influenza i nostri atteggiamenti, ci porta inconsciamente a normalizzare atti di vendita corporale e intellettuale.

A dirci che quello è lo standard di vita che vogliamo, anche se non vediamo che la punta dell'iceberg.

La differenza con i blocchi di ghiaccio galleggianti, soprattutto se li confrontiamo con i nostri simili che non utilizzano i social per lavoro, è che probabilmente sotto il filo dell'acqua non c'è poi molto.

Probabilmente non c'è felicità, non c'è serenità e forse c'è anche molto meno di ciò che abbiamo noi che confrontiamo i momenti felici degli altri con la nostra quotidianità.

Mentre per quanto riguarda chi utilizza i social per fini lavorativi il discorso è lo stesso, ma sotto la punta dell'iceberg c'è l'opposto.

Anche in questo caso ciò che arriva a noi "fruitori" è solo la parte emersa. Ciò ci fa dimenticare che dietro un giornalista diventato famoso attraverso i social, ci sono anni di studio, un modo di comunicare fuori dalla norma e tanto, tanto tempo dedicato a quelle attività.

Nonché l'accettazione del compromesso: per piacere a tante persone devi, in un modo o nell'altro, uniformarti.

E così, senza rendercene conto, pensiamo che potremmo farlo anche noi.
Tralasciando, però, che dietro quel "successo" c'è tantissimo lavoro e forse anche la scelta di vendersi un po'.

Durante le nostre sedute e la nostra intervista Laura ha dedicato molto tempo a parlare delle condizioni lavorative, delle aspirazioni e del disegno che ognuno di noi ha fatto di sé stesso da bambino o da ragazzo.

Il post laurea e l’entrata nel mondo del lavoro è quella fase che probabilmente nessuno ci ha raccontato.

Quella nella quale - per te stesso da ragazzo - dovevi essere un affermato professionista come quelli che vedevi nei film, o che volevano i tuoi genitori, che portava avanti le proprie passioni attraverso il lavoro

e, invece, ti ritrovi a fare lavori che non ti appartengono o a non sapere minimamente cosa fare della tua vita.

Se da un lato il mondo globalizzato offre tanti spunti per intraprendere una carriera fuori dagli schemi, allo stesso tempo aumenta le aspettative e non rispecchia la realtà, o meglio - come abbiamo già visto - ne vediamo solamente la punta dell'iceberg.

L'instabilità economica gioca moltissimo nella complessa equazione che si palesa nella mente di un giovane. 

Faccio il lavoro dei miei sogni (CHE POI SIAMO DAVVERO SICURI CHE SOGNAVI DI FARE QUEL LAVORO? OPPURE SEI TIPO ME ED ERANO SOLO I TUOI COMPLESSI A DIRTI CHE DOVEVI SALVARE VITE/CURARE PERSONE/SALVARE IL PIANETA/GLI ANIMALI/DIFENDERE LA GIUSTIZIA/ESSERE GOKU?), oppure vado verso la sicurezza economica?

I numeri che avete visto nel video non sono però tutto. Il quadro generale lo completa l’accezione - molto presente in tanti intervistati e persone con le quali ho discusso del tema - che il tuo lavoro determini chi sei.

Se da un lato è anche vero che il tuo mestiere influenza tanto della tua quotidianità, sembra essere ancora affermata la concezione del “valgo perché faccio”. Un’idea che abbraccia la questione del lavoro sul piano della produttività, del guadagno e del benessere, ma anche sotto il profilo umano

Tante delle persone con cui ho parlato, E ANCHE IO LO PENSAVO FINO A 2 SECONDI FA, pensano che sia il lavoro a determinare se siano “giusti” o “sbagliati”.

Come se quello che facciamo ci determini sotto canoni oggettivi di bontà e cattiveria, sia sul lato umano, sia su quello sociale.

Nel senso che si confonde lavoro e vocazione (che poi di nuovo: sta vocazione perché sentiamo di averla? Non sarà meglio fare due chiacchiere con un terapista?) per cui fallire nel lavoro - vocazione = fallire come persona.

Purtroppo per parlare in maniera dettagliata questo tema così vasto non basterebbe un libro intero.

Spero, però, di aver sintetizzato a dovere alcuni degli aspetti più rilevanti.

E avervi toccato un po' il cuore.

Concludo quest’elaborato dopo più di 15 ore di ascolto, tante di più di terapia su me stesso e una quantità sproporzionata di tempo a parlare di questa fase della vita con i miei coetanei,

con un sorriso.

Perché sebbene questa società abbia dei canoni completamente sballati, sono convinto che con l’accettazione di se stessi e dell’altro, con l’ascolto e l’aggregazione, questo sistema - prima o poi - cambierà

E a cambiarlo sarà proprio chi lo sta subendo

Ah, con i miei amici volevamo dirvi un'altra cosa.

a chi lotta
a Vincenzo e alla sua nuova avventura
a Irso che compie 30 anni il giorno della consegna di quest'elaborato
al divano verde, al guacamole, a Gus e Lollobrigida

Ringrazio Laura Milini e i miei amici che avete visto nel video:
Camilla, Irso, Vincenzo, Francesca, Erasmo, Speranza, Nando, Silvia, Francesco, Adamo e Antonello.

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